Industria in Trentino, Cgil: "Quadro positivo (ma performance inferiori rispetto all'Alto Adige). Il settore rischia di arretrare, servono politiche selettive e lavoro di qualità”
La situazione, come evidenziato dall'ultimo Rapporto sui bilanci dell'industria trentina della Cgil, è sostanzialmente positiva in Trentino dove è però in atto “un pericoloso processo di deindustrializzazione” con un calo del numero di imprese dell'industria in senso stretto pari a -18% tra il 2008 ed il 2020

TRENTO. “I dati dell'ultimo Rapporto sui bilanci dell'industria trentina fotografano una situazione sostanzialmente positiva del comparto con una crescita di tutti gli indici di redditività, seppur minore rispetto al 2021”. Sono queste le parole del segretario generale della Cigl del Trentino, Andrea Grosselli, nel riportare i dati dell'ultimo report della sigla sindacale su un comparto, quello industriale, “essenziale per innovare il tessuto economico, attrarre competenze avanzate e competere sui mercati internazionali”. Al di là dei risultati positivi però, per la Cigl sono fondamentali “politiche industriali selettive e lavoro di qualità”, alla luce anche della preoccupazione destata da alcune cifre.
“Uno sguardo più ampio – dice infatti Grosselli – fa emergere un settore in contrazione perché cala il numero di imprese, la produzione di valore aggiunto e gli occupati. Purtroppo non possiamo che affermare che in Trentino è in atto un pericoloso processo di deindustrializzazione. Tra il 2008 ed il 2020 si è registrato un forte calo del numero di imprese dell'industria in senso stretto pari a -18% per oltre 1.200 imprese in meno. Nello stesso periodo anche l'occupazione nel settore secondario si è ridotta di oltre 7.000 unità, cioè -29%. Sono dati riportati nel Documento provinciale di economia e finanza 2024/2026”.
Si tratta di una dinamica, continua il sindacato, che trova conferma anche nei dati Istat sui conti economici territoriali. “Il Trentino infatti – scrivono – sempre con riferimento al settore manifatturiero in senso stretto, registra performance inferiori in rapporto alle altre regioni del Nordest. Basta guardare la dinamica del valore aggiunto: nella nostra Provincia è cresciuto del 5,85% tra il 2014 ed il 2018 (immediatamente dopo la grande recessione), mentre in Alto Adige la crescita è stata del 17,32%. Lo stesso vale per i redditi da lavoro che nella nostra Provincia hanno segnato un incremento del 6,4% contro il 26,6% dell'Alto Adige”.
“Questi numeri – dice Grosselli – ci raccontano di un settore che sta perdendo la sua importanza, ma pensare che il Trentino possa affrontare le grandi transizioni in atto senza la centralità del comparto manifatturiero è semplicemente irresponsabile. L'apporto della manifattura è essenziale in termini di innovazione, di attrazione di competenze avanzate, di qualità del lavoro, di produttività e quindi anche di competitività per il sistema economico che da sempre punta su un mix di vocazioni. Senza industria tra l'altro il Trentino rischierebbe di essere messo ai margini di quei processi produttivi caratterizzati da forti investimenti in ricerca e trasferimento tecnologico nel campo, per esempio, dell'applicazione dell'intelligenza artificiale e dei nuovi modelli di sostenibilità ecologica che rappresentano il futuro di un'economia più smart e più sostenibile e per questo più produttiva e più capace di garantire condizioni di lavoro migliori. Così, inoltre, si rischia di disperdere gli ingenti investimenti nel sistema della ricerca (dall'Università alle Fondazioni) che ha bisogno di imprese strutturate dal punto di vista della dimensione, fortemente vocate all'export e tecnologicamente avanzate”.
Un quadro complesso, aggravato secondo la Cgil del Trentino, dal fatto che il nuovo governo provinciale intenda puntare più sulla piccola e piccolissima impresa, a danno dello sviluppo industriale. “Purtroppo nel programma di coalizione del centrodestra – continua Grosselli – non una sola riga era dedicata all'industria e stupisce che Confindustria non abbia sollevato alcuna preoccupazione. Per quanto ci riguarda siamo convinti, invece, che il settore manifatturiero sia indispensabile per la tenuta e la crescita del nostro sistema economico quindi auspichiamo che i documenti di programmazione della nuova Giunta recuperino questa grave lacuna”.
Per la Cigl, conclude il sindacato, come per Cisl e Uil: “Servono scelte concrete che partano da una revisione coraggiosa e innovativa delle politiche industriali. Va archiviato il tempo degli incentivi a pioggia, che vanno sostituiti con aiuti selettivi che premiano le imprese che innovano e investono di più, sfruttando anche le opportunità offerte dalle nuove regole europee per gli incentivi in green economy. Infine la qualità del lavoro. Se davvero si vuole puntare su una nuova stagione di politiche industriali avanzate – conclude Grosselli – non si possono escludere le lavoratrici e i lavoratori. Per i sindacati confederati, dunque, gli accordi di sviluppo con le imprese che beneficiano di ingenti sussidi pubblici devono essere sottoscritti congiuntamente anche dalle rappresentanze sindacali, mentre neppure un euro pubblico deve finire nelle tasche di imprenditori che non applicano la contrattazione collettiva firmata da Cigl, Cisl e Uil”.











