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Trento
02 dicembre | 20:01

“Costo dell'energia in Italia, per le nostre industrie è come partire sempre sotto di due goal rispetto a quelle europee”. L'analisi di uno dei problemi cruciali del nostro Paese

Negli ultimi giorni l'allarme è stato lanciato con forza da Confindustria, che chiede al governo interventi decisi e tempestivi. Il presidente di Confindustria Trento, Lorenzo Delladio: “Non possiamo lasciare l'industria allo sbando”. L'analisi di Davide Tabarelli (Nomisma): “La Germania ha promesso tagli al prezzo dell'elettricità fino a 50 euro al Mwh, ma in Italia una misura del genere sarebbe impossibile”

TRENTO. Sul caro energia Confindustria non usa mezzi termini: “Siamo preoccupati perché assistiamo a una sorta di degrado del sistema industriale italiano e siamo preoccupati per il continuo calo della produzione connesso alla riduzione dei consumi energetici. Avevamo chiesto un intervento deciso del governo dal punto di vista energetico, ma non vediamo né il senso di urgenza, né il coraggio di affrontare una manovra strutturale”. A parlare, in un'intervista uscita negli scorsi giorni sul Sole 24 Ore, è Aurelio Regina, delegato del presidente di Confindustria per l'energia, che ieri (27 novembre) ha rilanciato con forza l'allarme a Roma, alla presenza dei rappresentanti delle sezioni regionali dell'associazione degli industriali.

 

I dati: in Italia costo dell'energia quasi doppio rispetto alla Francia

 

D'altronde, i dati elaborati dalla stessa Confindustria pongono l'Italia in una situazione difficile sul fronte energetico: il prezzo medio all'ingrosso dell'energia elettrica nel nostro Paese è infatti pari a 116 euro al Mwh, quasi il doppio rispetto alla Francia (61 euro al Mwh) e alla Spagna (65 euro al Mwh) e nettamente superiore anche a quello della Germania (87 euro al Mwh). Una differenza che, a valle - dopo tasse, costi di distribuzione, trasmissione, oneri di sistema eccetera -, si traduce in un prezzo medio per le imprese di 278 euro al Mwh in Italia, contro i 242 euro al Mwh in Germania, i 183 euro medi in Francia e i 171 in Spagna. Seppure il riferimento sia, appunto, ai valori medi – per le grandi aziende energivore per esempio il costo è più basso, intorno ai 200-220 euro – la dimensione del problema appare chiaramente: al di là dei grandi competitor sul piano internazionale, Cina in primis, l'industria italiana si trova in netto svantaggio anche nel cortile di casa, con i partner europei più vicini.

 

Partner che, tra l'altro, hanno messo in campo misure decise per gestire il caro energia. La Germania, spiega Regina, ha per esempio annunciato un piano massiccio per arrivare a fissare un prezzo politico dell'elettricità a 50 euro per Mwh, una misura che vale tra i 3 e i 5 miliardi all'anno. Come anticipato, il costo dell'energia nel frattempo rimane ben più competitivo in Francia e Spagna per un insieme di diversi mix energetici – giusto per fornire un quadro di massima, Parigi può contare in particolare sul nucleare, Madrid ha fatto segnare un aumento molto importante della sua quota di produzione da rinnovabili – e di scelte politiche – in Francia, scrive il Sole, è stato fissato un prezzo medio a 70 euro al Mwh, con restituzione del 50% dei sovraprofitti sopra 80 euro per Mwh e del 90% sopra i 110 euro al Mwh. In generale, rispetto alla spesa per le aziende in Italia la media europea (216 euro al Mwh) è circa il 30% più bassa.

 

Delladio: “Così partiamo sotto di due goal, non possiamo lasciare l'industria allo sbando”

 

E la situazione, dice a il Dolomiti il presidente di Confindustria Trento, Lorenzo Delladio – presente ieri a Roma per partecipare alla riunione dei presidenti regionali dell'associazione degli industriali – pesa tanto a livello nazionale quanto sul territorio provinciale: “I nostri competitor qui, in Europa, partono in grande vantaggio. In particolare per il settore cartario, per la produzione e lavorazione di gomma, plastica, vetro e in generale per tutto il manifatturiero i costi energetici sono ormai una voce di spesa enorme e così non si può andare avanti: è come iniziare una partita sotto di due goal”.

 

Guardando alle misure messe in atto dalla Germania, continua Delladio: “Parliamo di interventi strutturali la cui portata non è sostenibile per il nostro sistema, ma è necessario trovare delle soluzioni. È necessario essere più incisivi nei confronti del governo su questo tema, far valere i nostri numeri e il nostro valore: in Italia l'industria rappresenta oltre il 30% del Pil, in Trentino anche qualcosa di più”. La richiesta, in altre parole, è per un intervento di sostegno che segua il modello di quanto elaborato in Germania, il cui settore industriale rischia di diventare ancora più competitivo rispetto a quello italiano in seguito all'attuazione della proposta.

 

Nel frattempo negli scorsi giorni è arrivato il via libera all'Energy release 2.0, un meccanismo che incentiva le imprese energivore a installare nuovi impianti da fonti rinnovabili, garantendo l'accesso anticipato triennale a energia rinnovabile a prezzo calmierato65 euro al Mwh – con una successiva restituzione ventennale dell'energia anticipata. “Almeno questa iniziativa è stata messa a terra – continua il patron de La Sportiva – ma la questione, ripeto, è strutturale. I problemi italiani sul fronte dell'energia non si possono risolvere con la bacchetta magica. Guardando all'oggi però è necessario trovare delle soluzioni per non lasciare l'industria allo sbando, mentre in prospettiva futura dobbiamo portare avanti le discussioni per realizzare un disaccoppiamento del costo dell'energia da quello del gas”.

 

Tabarelli (Nomisma Energia): “Siamo ai temi e alle problematiche di 4-5 anni fa. Gli aiuti in bolletta sono inevitabilmente a costo dello Stato”

 

Ma quali i margini di manovra? “Sostanzialmente – ci spiega Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia – siamo fermi ai temi e alle problematiche di 4-5 anni fa, quando a partire dal 2020, con il Covid, e successivamente con l'invasione russa dell'Ucraina, i prezzi sono saliti vertiginosamente. Il dato di fatto però è che non si può cambiare radicalmente un sistema energetico costruito in oltre quattro decenni in pochi anni”.

 

Il punto di partenza è che gli interventi si possono di certo impostare, ma il taglio in bolletta finirebbe inevitabilmente a pesare sullo Stato: “Gli aiuti poi possono avere diverse forme – dice Tabarelli – per esempio il taglio dell'Iva al 4% oltre certi livelli di consumo, ma la sostanza rimane la stessa. Di fatto è quello che sta cercando di fare la Germania con la sua proposta: aiuti alle imprese per arrivare alla fatidica soglia dei 50 euro a Mwh. Il punto è che Berlino può proporre questo sforzo, che per il momento ricordiamo rimane una promessa, perché ha un'economia più solida di quella italiana, un debito più basso del nostro. Di fatto una misura analoga in Italia, sarebbe impossibile”.

 

La speranza dunque è che il prezzo del gas – al quale è in definitiva legato il prezzo di tutta l'energia, compresa quella più a basso costo prodotta, per esempio, con le fonti rinnovabiliscenda: “Per l'Italia il gas rimane la fonte più importante. Negli ultimi anni il fotovoltaico a livello nazionale è praticamente raddoppiato, un processo straordinario e costosissimo, andato tutto a vantaggio della Cina (che produce la maggior parte dei sistemi fotovoltaici) e di chi, in Italia, se lo è potuto permettere, in particolare con il bonus 110. Il tutto per un risparmio totale di circa 4 miliardi di metri cubi di gas, quando sarebbe stato possibile produrne circa 20 sfruttando le riserve di gas in Basilicata, nell'Adriatico, nel Golfo di Taranto”.

 

Per quanto riguarda infine il disaccoppiamento, a livello tecnico le problematiche sono diverse: “Ad oggi – spiega Tabarelli – rimane uno strumento di distrazione di massa, innanzitutto perché implementando una differenziazione tra il costo dell'energia derivante dal gas, che rimane in Italia la voce dominante, e dalle altre fonti sarebbero inevitabili meccanismi di compensazione per le centrali, che finirebbero per essere a spese dello Stato”. L'alternativa sarebbe un tetto al prezzo del gas (importato), che a sua volta peserebbe sul bilancio nazionale, visto che a un livello di costo dell'energia molto più basso le centrali non potrebbero operare – i costi reali del combustibile sarebbero troppo alti rispetto al prezzo di vendita dell'elettricità.

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