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| 22 mar 2025 | 20:21

Trump e dazi Usa, la mappa delle regioni italiane più a rischio: “Problemi maggiori per chi ha bassa diversificazione dell'export”

L'analisi della Cgia di Mestre mette in luce come, di fronte ai dazi annunciati dal presidente americano Donald Trump, gli effetti sulle esportazioni italiane saranno diversi da Regione a Regione: il rischio maggiore è per il Mezzogiorno, dove la diversificazione dei prodotti venduti nei mercati esteri è bassa. Tra le Regioni meno coinvolte anche il Trentino Alto Adige: ecco il report

VENEZIA. Di certo, parlando dei nuovi dazi annunciati dal presidente americano Donald Trump, al momento c'è solo una data: il 2 aprile, il “giorno della liberazione dell'America” ha detto il tycoon, quando le tariffe entreranno in vigore. Il provvedimento dovrebbe prendere di mira una serie di prodotti provenienti da diversi Paesi, Unione europea compresa: non è ancora chiaro però quali merci saranno colpite e con quali percentuali. Da parte sua la Bce ha avvertito che dazi Usa al 25% sull'import europeo peserebbero per un -0,3% sulla crescita dell'area euro il primo anno, con un impatto dei contro-dazi dell'Unione stimato invece attorno al mezzo punto percentuale. Altro punto fisso è poi la volontà di Trump di non concedere esenzioni (“una volta che lo fai per uno, devi farlo per tutti” ha detto), nonostante il presidente americano abbia fatto riferimento a una certa “flessibilitànell'applicazione delle tariffe. Uno scenario rischioso e incerto, insomma, di fronte al quale i potenziali effetti di una guerra commerciale colpirebbero in modo ben diverso i vari settori e i territori interessati.

 

E proprio sull'analisi degli impatti previsti dai dazi voluti dalla nuova amministrazione americana si sono concentrati gli esperti dell'Ufficio studi della Cgia di Mestre nel loro ultimo report, nel quale hanno valutato quali sarebbero le Regioni più a rischio: “In particolare – scrivono – i dazi andrebbero a colpire le esportazioni del Mezzogiorno. A differenza del resto del Paese, infatti, la quasi totalità delle regioni del Sud presenta una bassa diversificazione dei prodotti venduti nei mercati esteri. Pertanto, se dopo l'acciaio, l'alluminio e i loro derivati, gli Usa (e, a catena, altri Paesi del mondo) decidessero di innalzare le barriere commerciali anche ad altri beni, gli effetti negativi per il nostro sistema produttivo potrebbero abbattersi maggiormente nei territori dove la dimensione economica dell'export è fortemente condizionata da pochi settori merceologici”.

 

L'analisi si fonda infatti proprio sulla misurazione dell'indice di diversificazione di prodotto dell'export per Regione: “Parametro che pesa il valore economico delle esportazioni dei primi 10 gruppi merceologici sul totale regionale delle vendite all'estero. Laddove l'indice di diversificazione è meno elevato, tanto più l'export regionale è differenziato, risultando così meno sensibile a eventuali sconvolgimenti nel commercio internazionale. Diversamente, tanto più è elevata l'incidenza dei primi 10 prodotti esportati sulle vendite complessive all'estero, tanto più quel territorio risulta essere esposto alle potenziali congiunture negative del commercio internazionale”.

 

Proprio per questo le regioni più a rischio, dice la Cgia sono Sardegna, Molise e Sicilia: “La regione che a livello nazionale presenta l'indice di diversificazione peggiore è la Sardegna (95,6%, dove domina l'export dei prodotti derivanti dalla raffinazione del petrolio. Seguono il Molise (86,9%), caratterizzato da un peso particolarmente elevato della vendita di prodotti chimici e materie plastiche e gomma, autoveicoli e prodotti da forno, e la Sicilia (85%), che presenta una forte vocazione nella raffinazione dei prodotti petroliferi”. Nel Mezzogiorno solo la Puglia presenta un livello di diversificazione elevato (49,8%), un dato che colloca la regione al terzo posto a livello nazionale tra quelle meno a rischio in caso di estensione dei dazi ad altri prodotti merceologici.

 

Tolta proprio la Puglia, le aree geografiche teoricamente meno in pericolo sono tutte al Nord: “La Lombardia – scrivono gli esperti della Cgia – con un indice del 43% è ipoteticamente la meno a rischio. Seguono il Veneto (46,8%), la Puglia, il Trentino Alto Adige (51,1%), l'Emilia Romagna (53,9%) e il Piemonte (54,8%)”. Giusto per fornire un metro di paragone, nel 2024 in Trentino Alto Adige il gruppo di prodotti più esportato è stato quelle delle apparecchiature elettroniche, per un valore di poco più di 1 miliardo di euro a fronte di un totale di 12,7 miliardi di esportazioni. In Sardegna invece, a fronte di un totale di export di 6,7 miliardi di euro, la voce più importante è stata, come detto, quella dei prodotti derivanti dalla raffinazione del petrolio, che hanno segnato ben 5,2 miliardi di esportazioni lo scorso anno.

 

 

A livello generale, conclude la Cgia, nel 2024 l'export italiano è calato leggermente (-0,4%) segnando però un +30% rispetto al periodo pre-Covid (a livello assoluto lo scorso anno le vendite italiane all'estero hanno toccato i 623,5 miliardi di euro, 2,4 miliardi in meno rispetto al 2023. Rispetto al 2019 il totale è cresciuto però di ben 143 miliardi). “La regione leader – continua la Cgia – rimane la Lombardia con 163,9 miliardi di euro di vendite all'estero. Seguono l'Emilia Romagna con 83,6 e il Veneto con 80,1. Da segnalare il quarto posto raggiunto dalla Toscana che, grazie in particolare ai medicinali e alla lavorazione di gioielli e pietre preziose, con 63 miliardi di export ha superato il Piemonte; regione, quest’ultima, che purtroppo sconta la grave crisi che si è abbattuta in tutta Europa sul settore dell’automotive. Va segnalato che rispetto al 2023, nel 2024 la Toscana ha visto aumentare il valore delle esportazioni di 7,5 miliardi (+13,6 per cento)”. Guardando invece al Trentino Alto Adige, l'export è cresciuto lo scorso anno dell'1,9% (+233 milioni). A livello provinciale Trento si classifica in 38esima posizione a livello nazionale (5,37 miliardi di export, +0,1%) e Bolzano 23esima (7,44 miliardi di export, +3,2%).

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