Dialogo tra Matteo Della Bordella e Pietro Lacasella: ''Il futuro dell'alpinismo? Staccarsi dalla foga del risultato, dal business e dai social e ritrovare la montagna''
Il blogger di Alto-Rilievo, per il Dolomiti, ha intervistato l'alpinista che in questi giorni ha ottenuto il Premio Sat 2022 al Trento Film Festival anche per il suo approccio alla montagna ''ad armi pari e dove la sfida consiste nel salire, possibilmente in arrampicata libera con poco materiale''. Della Bordella con Massimo Faletti ha lanciato il progetto Climb and Climb di pulizia delle falesie e sposa l'iniziativa di ''Ci sarà un bel clima'' che punta a raggiungere la base delle pareti o l'attacco dei ghiacciai servendosi delle proprie gambe

TRENTO. Ha vinto il Premio Sat 2022 del Trento Film Festival assieme allo scrittore Giuseppe Mendicino e all'associazione Serenella Onlus. Il blogger Pietro Lacasella (che cura la sua pagina Alto-Rilievo / voci di montagna) che negli scorsi giorni ha dialogato con Tamara Lunger in uno degli appuntamenti più attesi del Festival (QUI ARTICOLO) e su il Dolomiti ha intervistato anche Hervé Barmasse lo ha incontrato per una chiacchierata a 360 gradi su temi cruciali per lo sviluppo futuro (che dovrebbe già essere presente) del rapporto uomo/montagna.
Stiamo parlando dell'alpinista Matteo Della Bordella che ha ottenuto il premio Sat ''per il valore della sua attività alpinistica''. Nella motivazione con la quale è stato insignito si specifica che Della Bordella ''è interprete esemplare di numerose stagioni di un alpinismo di ricerca, essenziale e leggero, che gli ha permesso di confrontarsi ad armi pari con le montagne e dove la sfida consiste nel salire, possibilmente in arrampicata libera con poco materiale, e vincere le più elevate difficoltà. I suoi successi sono conseguiti grazie ad un forte spirito di squadra e di amicizia con i compagni di queste avventure verticali, dove la rinuncia ha finito per essere il motore propulsore di ogni nuova ripartenza fino alla cima''.
Un'attività rilevante, dunque, non solo per gli obiettivi raggiunti, ma anche per un'attenzione particolare verso i contesti visitati. La sua presenza a Trento per Pietro Lacasella è stata l'occasione per approfondire un approccio alle verticalità che non si limita alla semplice azione.
Pietro: Matteo, il modo in cui si affronta un'esperienza è importante tanto (se non di più) quanto il risultato. Ecco, quando arrampichi spesso cerchi uno stile essenziale e, se vogliamo, leggero. Qual è il motivo?
Matteo: La scelta di questo stile deriva dal fatto che secondo me meno aiuti esterni, meno tecnologia, meno certezze su cui contare hai, e più puoi vivere un’esperienza autentica e pura con la montagna. In questo modo hai un contatto diretto con la montagna e capisci che per scalare le montagne devi un po’ sottostare alle loro regole; capisci che c’è tutto un processo fatto di crescita, di esperienza, che a mio parere è il bello dell’alpinismo e dell’andare in montagna. Invece se poni il risultato davanti all’esperienza, magari puoi raggiungere vette e traguardi più prestigiosi, però rischi di tralasciare il processo di cui ti accennavo, e dunque un modo più completo di vivere la montagna.

Pietro: Come e quando è nata l'idea del progetto Climb and Climb?
Matteo: È un progetto nato da due amici (lui e Massimo Faletti ndr), in maniera un po’ improvvisata, con l’idea di fare qualcosa di concreto sul tema dei rifiuti, impegnandosi in modo attivo. Sai, i problemi sono tantissimi, poi uno non è che può fare tutto, però quando fa qualcosa dà un bel messaggio ed è già un bel punto di partenza. Quest’anno abbiamo ripreso il progetto (che coniuga la passione dell’arrampicata con pulizia delle falesie e delle are limitrofe) in modo un po’ più strutturato, anche se alla fine si è sviluppato in maniera simile all’anno scorso: siamo partiti da una località del nord Italia, Varese, poi siamo andati a Pietrasecca in Abruzzo, e infine ci siamo spinti più a sud, a Trentinara in Campania. L’idea era un po’ quella di unire l’Italia sotto questo problema. Quest’anno è stato particolarmente bello perché siamo riusciti a coinvolgere molta più gente, perché l’anno scorso, a causa del Covid e dell’organizzazione - come dicevo un po’ improvvisata - eravamo in pochi. Quest’anno invece c’è stata una grande partecipazione, a volte anche di persone che non scalano, ma che ci hanno aiutati perché attratte dal progetto.
Pietro: A partire dal progetto Ci sarà un bel clima è nata un'iniziativa virtuosa chiamata Allontanare le montagne. Consiste nel raggiungere la base delle pareti o l'attacco dei ghiacciai servendosi delle proprie gambe. Un po' come facevano i pionieri, per i quali la bicicletta era parte integrante dell'attrezzatura d'arrampicata. È un modo per valorizzare non solo la scalata, ma anche l'avvicinamento, e quindi per riportare le montagne a misura d'uomo. Anche te, in più di un'occasione, hai "allontanato le montagne". Ci vuoi raccontare, in breve, una tua esperienza?
Matteo: Già nel 2014 ho sposato questo approccio, che tuttavia non seguiva una filosofia precisa. Mi era venuto in mente, assieme ad alcuni amici svizzeri, di fare delle spedizioni in Groenlandia dove ci avvicinavamo alle pareti servendoci del kayak, perché aggiungeva qualcosa in più all’avventura e permetteva di vivere un posto come la Groenlandia - dove non c’è niente, dove la natura si sviluppa incontrastata - nella sua completezza, senza essere trasportati alla parete per poi, a esperienza finita, essere prelevati. Più tardi, nell’estate del 2021 ho fatto un’altra esperienza del genere, sempre in Groenlandia. Devo dire che, al di là di tutto, è un anche questo è un bel messaggio, perché permette di focalizzarsi su tutto il viaggio senza tralasciare alcuni aspetti importanti che possono arricchirlo. In questo modo puoi scoprire luoghi davvero affascinanti, che magari in pochi conoscono.
Pietro: Oltre a completare l'esperienza, questo approccio contiene anche un messaggio sociale?

Matteo: Certo, anche se comunque per andare lì abbiamo preso l’aereo. Sai, io non sono senza peccato, anzi, ho fatto tanti viaggi in giro per il mondo quindi… Però può sicuramente contenere un messaggio, perché se adotti questo approccio senza andare dall’altra parte del mondo (come, per esempio, fanno qui tanti miei amici) eviti lo sfruttamento di alcuni posti famosi e, anche dal punto di vista personale, l'esperienza che fai è capace di arricchirti di più.
Pietro: C'è una bella via, nelle Prealpi vicentine, che si chiama Alpinisti dal futuro. Ti domando: a tuo parere che direzione dovrà intraprendere l'alpinismo "di domani"?
Matteo: Eh… è una bella domanda. Secondo me l’indirizzo è provare a staccarsi un po’ non solo dalla foga del risultato, ma anche dal business. Alla fine, considerato che sempre più gente fa alpinismo, che ci sono sempre più aziende interessate a questo mondo, è forse necessario allontanarsi dalle logiche dei social, del business, e pensare prima di tutto ad andare in montagna; andarci in maniera semplice, come ci piace fare, perché alla fine le cose semplici sono anche le più autentiche e rispettose dell’ambiente in cui ci muoviamo. Fare la passeggiata, fare una scalata, ma senza pensare ai risultati, alla comunicazione e a tutte queste cose che secondo me, negli ultimi anni influenzano molto l’alpinismo.












