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| 26 giu 2023 | 16:38

Croci in montagna, l’unica cosa anacronistica sono le polemiche. L’intervista a Marco Albino Ferrari: “Non ho mai chiesto di rimuoverle”

Dopo le polemiche innescate da Salvini e Santanchè l’intervista a Marco Albino Ferrari: “Eliminare le croci di vetta? Non lo ho mai detto, sono un elemento culturale delle nostre montagne che va preservato. Il Cai le guarda con rispetto, non a caso continua a occuparsi della loro manutenzione, ripulendole dagli adesivi e restaurandole quando sono pericolanti”

di Tiziano Grottolo

TRENTO. “Davvero Marco Albino Ferrari non ha nulla di meglio e di più onorevole da fare che sputare veleno contro i simboli della nostra identità e della nostra cultura?”, così la deputata di Fratelli d’Italia, Alessia Ambrosi, non trova “niente di meglio da fare” che chiedere le dimissioni del direttore editoriale e responsabile delle attività culturali del Cai. Il motivo? Rispondendo per le vie brevi verrebbe da dire un’incredibile strumentalizzazione ma per capire meglio occorre fare un passo indietro.

 

Nei giorni scorsi su Lo Scarpone, il portale del Club alpino italiano, appare un articolo firmato da Pietro Lacasella (antropologo e scrittore) dal titolo “Croci di vetta: sbagliato rimuoverle, anacronistico istallarne di nuove”. Il testo è di facile comprensione ma a quanto pare non per tutti. Tuttavia all’interno dell’articolo si legge: “[...] se da un lato sono inappropriate le campagne di rimozione, perché porterebbero alla cancellazione di una traccia del nostro percorso culturale, dall’altro si rivela anacronistico l’innalzamento di nuove croci e, più in generale, di nuovi e ingombranti simboli sulle cime alpine: sarebbe forse più appropriato intendere le vette come un territorio neutro, capace di avvicinare culture magari distanti, ma dotate di uguale dignità”.

 

Nello stesso articolo viene pubblicizzata un’iniziativa che si terrà Università Cattolica di Milano dove si parlerà proprio del tema delle croci di vetta. All’incontro, che si è tenuto lo scorso 22 giugno, hanno partecipato monsignor Melchor José Sànchez de Toca y Alameda (relatore del Dicastero delle Cause dei Santi), Marco Albino Ferrari in rappresentanza del Cai e il professore di diritto dell’Università Cattolica Marco Valentini. “Al convegno – si legge nel resoconto pubblicato da Lo Scarpone – si è registrato un punto di convergenza culturale, giuridico, storico e perfino religioso; una prospettiva che ha trovato tra i presenti una larga concordanza sulla necessità di lasciare integre le croci esistenti, perché testimonianze significative di uno spaccato culturale, e allo stesso tempo di evitare l’istallazione di nuovi simboli sulle cime”.

 

Cosa poteva andare storto? Tutto, ovviamente perché in Italia la strumentalizzazione politica è diventata un’arte. Ovviamente nel dibattito ci si fionda chi di solito la montagna la vede solo dal binocolo (o peggio vorrebbe costruirci sopra degli aeroporti). A scomodarsi, oltre alla deputata Ambrosi, sono addirittura due ministri. Matteo Salvini è arrivato a dire che prima di togliere una sola croce si dovrà passare sul suo corpo: “Penso – ha dichiarato il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti – che la proposta di ‘vietare’ il Crocifisso in montagna perché ‘divisivo e anacronistico’ sia una sciocchezza, senza cuore e senza senso, che nega la nostra Storia, la nostra cultura, il nostro passato e il nostro futuro”. La ministra per il Turismo, Daniela Santanchè, ha parlato invece di una decisione inaccettabile da parte del Cai: “Un territorio si tutela fin dalle sue identità e l’identità delle nostre comunità è fatta anche di simboli”.

 

Nella psicosi generale, fra la stampa di Destra, c’è addirittura chi avrebbe visto delle guide alpini iniziare a smantellare le croci. Tutto falso ovviamente ma ormai la polemica è servita allo scopo. Il dibattito, alimentato ad arte, ha ottenuto una tale portata che persino il presidente generale del Club alpino italiano, Antonio Montani, è dovuto intervenire per scusarsi con la ministra Santanchè “per l’equivoco generato dagli articoli apparsi sulla stampa”, precisando inoltre di non aver “mai trattato l’argomento delle croci di vetta in alcuna sede, tanto meno prendendone una posizione ufficiale”.

 

Per chiudere il cerchio Il Dolomiti ha intervistato Marco Albino Ferrari che, oltre a essere il diettore editoriale e responsabile delle attività culturali del Cai, è anche giornalista, scrittore (il suo ultimo libro è “Assalto alle Alpi”) e sceneggiatore ed è da sempre molto legato alla montagna.

 

Le croci di vetta sono sempre un argomento spinoso ma si aspettava tutte queste polemiche?

“Qualche polemica me l’aspettavo ma non fino a questo punto, i giornali legati alla Destra hanno colto al volo l’opportunità ma non ho mai detto di essere contro le croci in montagna né di volerle smantellare”.

 

Quindi le sue affermazioni sono state travisate?

“Il primo giornale ha costruito un titolo che era a dir poco una forzatura, innescando una valanga di commenti e prese di posizione, fino a Salvini e Santanché che hanno stravolto la realtà come spesso accade in Italia purtroppo. All’incontro all’Università Cattolica di Milano, riprendendo una posizione già espressa da papa Francesco, assieme a uno dei prelati si è convenuto sulla necessità di non abusare del simbolo della croce e da qui è nata la polemica”.

 

Quindi che ne facciamo delle croci di vetta?

“Sono un elemento culturale delle nostre montagne che va preservato. Il Cai le guarda con rispetto, non a caso continua a occuparsi della loro manutenzione, ripulendole dagli adesivi e restaurandole quando sono pericolanti. Certe montagne, senza le loro famose croci non sarebbero neppure lontanamente le stesse”.

 

E su quelle nuove? Penso per esempio a quella monumentale che il Comune di Malcesine avrebbe voluto innalzare sul monte Baldo…

“Penso che prima di farlo sia bene pensarci due volte, soprattutto perché il più delle volte si parla di opere monumentali che per dimensioni hanno poco a che vedere con l’identità e la cultura della montagna. Diciamo che preferisco una piccola croce in legno o quella storica del Cervino a una specie di traliccio alto diverse decine di metri come invece si tende a fare oggi”.

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