"Custodire semi è un atto d'amore", da fisioterapista ad agricoltore sulle Alpi, storia di Federico Chierico: "Lavorando la terra ho trovato il mio 'posto' nel mondo"
"C'è qualcosa di profondamente intimo e familiare in quel vasetto di caffè degli anni '80 in cui una nonna ancora oggi conserva i fagioli perché le ricordano sua madre: è questa la cosa più bella e potente di quel mondo lì". Il piccolo e dimenticato universo del recupero di tradizioni antiche, fatte di 'cose' semplici come semi e terra in cui sporcarsi le mani. Un 'modo' per abbracciare il passato, guardando al futuro e un mondo nel quale Federico ha trovato il proprio 'posto' nel mondo

BIELLA. "Con certe cose o ci leghi in maniera viscerale o le rigetti". L'amore per la montagna fa questi 'scherzi', soprattutto se ci si approda in vacanza (per 3 mesi di fila) ogni anno per lungo tempo. "La Valle di Ayas vissuta in una casetta in quota d'estate, coi nonni, mi aveva colpito al punto da arrivare a non voler andarmene più". È la storia di Federico Chierico, ripercorsa con la consapevolezza d'un uomo che, a 40 anni, può dire di aver fatto pace con se stesso: "A 27 anni avevo deciso di lasciare un lavoro a tempo indeterminato per dare una direzione completamente nuova alla mia vita, trovando quel senso che prima pareva non esserci".
"La montagna è sempre stata la mia coperta di Linus - esordisce Federico a Il Dolomiti -. Io che, nato e cresciuto a Biella, avevo vissuto per lungo tempo con il naso all’insù, guardando le terre alte in quanto luoghi in grado di donare pienezza ma anche occasioni d’incontro per stringere legami davvero forti". Tanto che a 13 anni, alla fine d’una delle tante "villeggiature coi nonni, non volevo più tornare a casa. Già allora avevo una visione della montagna diversa rispetto agli altri ‘cittadini’, che vedevano le Alpi come un parco giochi dove approdare nel weekend. Io in quota avrei voluto viverci, tenendo in vita al contempo tradizioni che, ahimè, spesso scompaiono insieme agli ultimi anziani che le custodiscono".

"Per un periodo, tuttavia, mi ero 'rassegnato' all’idea di dovermi ‘allineare’ a quanto la società ci impone". Così, l'allora 20enne aveva scelto di frequentare l’università, ottenendo una laurea in fisioterapia. "Avevo cominciato ad esercitare nel 2006: contavo le ore lavorative sull’orologio in attesa che le giornate volgessero al termine". Un'esistenza "consumata" da un impiego che, dopo qualche anno, risultava essere sempre più "un abito che non era il mio - fa notare -. Mi ero chiesto che senso avesse quella vita e, senza nemmeno avere un piano B, avevo deciso di lasciare un lavoro a tempo indeterminato, fra gli sguardi di chi allora mi considerava un 'alieno' o peggio ancora un fallito".
La risposta al "e ora cosa faccio?" era arrivata poi tornando a puntare il naso all’insù, fra quelle montagne che avevano sempre avuto il più dolce dei sapori, quello d'una autentica felicità: "Io e la mia compagna (oggi moglie ndr) avevamo deciso di andare a vivere in un villaggetto isolato dove gli unici abitanti eravamo noi. Là avevo cominciato a lavorare la terra, saperi che già facevano parte di me grazie a mio padre, floricoltore e vivaista, ma che avevo bisogno di fare del tutto miei, mettendo le mani in pasta".
Nel frattempo, era arrivata anche la voglia di una seconda laurea, questa volta per conoscere territori da sempre amati: "Mi ero così iscritto a Scienze e culture delle Alpi, una laurea bellissima che mi aveva letteralmente aperto un mondo. Un meraviglioso mondo. Grazie a quanto imparato e all’esperienza nei campi, avevo capito, finalmente, quale fosse la mia strada". Nel 2014 un sogno (infine) ben delineato si è concretizzato accanto ad altre 3 persone, un'azienda agricola d'alta quota nata per valorizzare "il mondo dei semi e dell’agricoltura tradizionale, una realtà quasi 'underground' e da molti dimenticata". Fra le varie varietà, "abbiamo deciso di scegliere il mondo delle patate, divenute nel tempo simbolo delle Alpi".
Tuberi e ortaggi, quelli piantati nei campi di "Paysage à Manger", tra i 1.000 e i 1.800 metri di altitudine, provenienti da semi di varietà tradizionali (e quindi antiche), tutelate grazie al certosino lavoro di associazioni che se ne occupano in particolare in Svizzera ed Austria o ancora grazie a donne anziane "che oggi continuano a custodire sementi mosse dalla più straordinaria delle motivazioni: l'amore per le proprie radici e i propri cari".

Gesti un tempo 'naturali' e che oggi potrebbero parere quasi assurdi, quelli legati alla custodia di semi "da passare come 'testimoni' ai posteri: in rapporto simbolico con la famiglia, la terra e la comunità. C'è qualcosa di profondamente intimo e familiare in quel vasetto di caffè degli anni '80 in cui una nonna ancora conserva i fagioli perché le ricordano sua madre: è questa la cosa più bella e potente di quel mondo lì", commenta Chierico, lasciando intendere il senso più profondo della sua volontà di mantenere in vita tradizioni partendo da 'cose' semplici come semi, che hanno sempre fatto parte delle vite dei nostri avi".

Oggi, dopo 15 felici anni trascorsi in montagna, Federico è tornato nelle campagne di Biella, "un po' perché dovevo fare i conti con quello da cui sono fuggito e un po' per mia moglie, che non amava la vita in quota - conclude l'agricoltore -. Ora sto lavorando a un nuovo grande progetto, una nuova azienda agricola, senza scordarmi di "Paysage à Manger", in parte ancora anche mia". E, soprattutto, senza scordarsi di continuare a 'puntare' il proprio naso all'insù, verso quelle cime dove tutto ha avuto inizio (guardandole con uno sguardo meravigliosamente diverso).














