"Senza doccia per giorni, qualche notte insonne e un carico di lavoro estenuante": da macchinista sui treni a pastore (per due settimane), storia di Fabio Gentili Innocenti
Ecco la storia di Fabio Gentili Innocenti, che grazie al progetto 'Pasturs' dalla Toscana è approdato in Trentino per affiancare il pastore Fabio Campestrin: "Ho vissuto quindici giorni con Fabio, 24 ore su 24. Ho montato e smontato recinzioni elettrificate sotto sole, pioggia e neve e gestito i suoi cani da guardiania, le mucche, gli asini e i cavalli. Con lui ho condiviso fatica, silenzi e parole, lunghi viaggi a bordo del suo pick-up. Senza doccia per giorni consecutivi, un buco nel legno come water. Confesso che, a volte, ho pensato di mollare, ma rifarei tutto daccapo"

TRENTO. Da Arezzo (Toscana) alla Val di Fassa, in Trentino, per trascorrere due settimane in compagnia del pastore Fabio Campestrin fra il Ciampac e la Val di Grepa. Protagonista dell'avventura, Fabio Gentili Innocenti, macchinista sulle ferrovie e fotografo (per passione) che, mosso da un grande amore per la natura, la fauna e le terre alte, ha deciso di aderire al progetto Pasturs (QUI ARTICOLO).

Un progetto che in Trentino è promosso da Life Stock Protect e che permette ai non addetti ai lavori di affiancare gli allevatori sui pascoli, dando una mano nella gestione e cura quotidiana del bestiame. Mondi diversi che s'incontrano dandosi la possibilità d'arricchirsi reciprocamente.
RIPORTIAMO DI SEGUITO IL RACCONTO DELL'ESPERIENZA DI FABIO GENTILI INNOCENTI:
Sono nato innamorato della natura. L’ho sempre sentita dentro e, grazie alla passione per il trekking e l’avventura mi sono spesso ritrovato immerso nei boschi, in particolar modo nel Parco delle Foreste Casentinesi. In quei luoghi ho nutrito il mio amore, per anni. A questa passione si è presto affiancata quella per la fotografia naturalistica che mi ha insegnato ad osservare con occhi più attenti la bellezza e la fragilità degli ecosistemi. Qui ho capito che le mie fotografie potevano trasformarsi in strumenti di conoscenza e rispetto, capaci di educare chi guarda e di suscitare meraviglia.
Eppure, qualcosa mi lasciava perplesso: nonostante la ricchezza ambientale di quei luoghi, mancavano alcuni degli animali che avevo sempre ammirato nei documentari del National Geographic. Sembrava un’anomalia, una distopia. Il lupo, in particolare, pareva relegato al regno delle fiabe: temibile, invisibile.
Quell’assenza mi ha spinto a cercare risposte. Ho letto, studiato e approfondito la vita dei lupi, scoprendo un mondo affascinante e complesso, fatto di gerarchie, comunicazione e strategie, di catene alimentari, di biodiversità. Ho scoperto però anche l’altra faccia della medaglia: il conflitto con l’uomo, la paura, l’odio, il rancore e la sua quasi totale estinzione. Forse era proprio quel rancore a spaventarmi più del lupo stesso. Tutti parlavano di ucciderlo, eradicarlo. Perché tutto questo odio? Perché tutto questo rancore? In fondo lui faceva semplicemente quello per cui natura lo aveva creato: il predatore.
Più ci pensavo e più inspiegabilmente ero attratto da quell’animale. Nonostante sentissi costantemente parlare del lupo come una creatura mostruosa, da temere, io sentivo di non averne paura. Più studiavo più scoprivo altre visioni, per esempio per molte culture, soprattutto quelle native americane, il lupo non era un nemico, bensì un fratello. I nativi lo consideravano un animale sacro, simbolo di saggezza, lealtà e forza. Raccontavano che il lupo insegnava a vivere in armonia con il branco, a comunicare senza parole, a rispettare i ritmi della natura.
Una leggenda dice che dentro ogni uomo vivono due lupi: uno buono e uno cattivo e quello che vince è semplicemente quello che nutri. Mi ha colpito profondamente. Perché in fondo, anche nel mio cammino, ho dovuto scegliere quale lupo alimentare: quello del rancore e della paura, o quello della comprensione e della convivenza. E io ho scelto il secondo.
Nel frattempo, sono diventato padre di Matilde. Con lei è nata una domanda che non avevo mai davvero concretizzato “è possibile cambiare il modo in cui guardiamo al lupo? Possiamo smettere di odiarlo come predatore e iniziare ad accettarlo insieme alle problematiche che ne derivano?”. Da quel momento, il mio desiderio non era più solo quello di capire, ma di immaginare per lei — e per tutti — un futuro diverso, dove la convivenza non fosse un’eccezione, ma una scelta consapevole. Il lupo come simbolo di un cambiamento che nasce dal cuore e che parla di noi, della nostra capacità di evolverci, di accogliere, di sperare.
Grazie alla rete di connessione formatasi dall’esperienza vissuta per il censimento del cervo al bramito, sempre nelle Foreste Casentinesi, ho scoperto il progetto Pasturs. Mi ha colpito il suo approccio concreto e umano: affiancare i pastori nella difesa del bestiame e promuovere la convivenza con i grandi predatori attraverso dialogo, presenza, condivisione ed educazione. Spinto dal desiderio di contribuire attivamente a questa visione, ho aderito mi sono candidato e sono stato selezionato.
Conoscere il pastore Fabio Campestrin (in Val di Fassa) stato un segno del destino: ho capito subito che lui era la guida che cercavo per comprendere e condividere davvero il mondo del pastore. Ho sentito che aveva il giusto spirito, quell’apertura mentale che speravo di trovare. Io, forse, ero la persona giusta per lui. Il primo giorno gli ho detto: “Sarò la tua ombra, con dodici chili di attrezzatura fotografica sempre al seguito”. Lui ha sorriso, ha scrollato la testa e ha taciuto. Ma quel silenzio parlava già di complicità. Una curiosità verso di me, che tutt’altro faccio di mestiere, ma che inconsapevolmente aveva acceso il lui la voglia di provarci, insieme. Poi mi ha detto: “E tu pensi di esser venuto qua con la presunzione di farmi cambiare idea sul lupo?”. Ho sorriso, senza aggiungere altro.

Ho vissuto quindici giorni con Fabio, ventiquattr’ore su ventiquattro. Ho montato e smontato recinzioni elettrificate anti-predazione sotto sole, pioggia e neve; ho gestito i suoi cani da guardiania, le mucche, gli asini e i cavalli. Con lui ho condiviso fatica, silenzi e parole, lunghi viaggi a bordo del suo pick-up, caricando e scaricando cani e attrezzature, notti insonni nella baita in Val di Grepa — colpa dei topolini che rosicchiavano il legno delle pareti —, senza doccia per giorni consecutivi, un buco nel legno come water. Confesso che, a volte, ho pensato di mollare: la stanchezza sembrava insopportabile. Ma ogni volta mi ricordavo perché ero lì, e la mia determinazione si rinnovava. Condividendo le sue fatiche credo di essermi guadagnato il suo rispetto e soprattutto la sua attenzione.

In Val del Grepa il giorno si lavora, si controlla tutto il bestiame sparso in tre valli differenti, il territorio è enorme. A volte va bene, altre per niente. Ogni decisone presa significa ore di cammino e questo non lascia spazi ad errori. Quando possibile, ho utilizzato il mio drone, il cane volante soprannominato così da Fabio. Guardavo dove si erano cacciate le mucche della Val Pusteria — le più agitate del gruppo — ma a lui non piaceva molto la cosa perché aveva paura che lo perdessi. “Fallo tornare” mi diceva “lo perdi!”.
In Val del Grepa non esistono orari, si stà fuori fin quanto necessario. Poi la notte arrivava. La sera si parlava. Una veloce cena cucinata sopra i cerchi della stufa a legna scandiva il tempo. Zero rete telefonica, niente musica, nessuna distrazione. Soli, io e lui. Credo che la nostra connessione sia nata proprio qui. Abbiamo parlato di lupi, di convivenza, e sono stato duramente criticato da lui per questo. Ma più approfondivamo il discorso e più veniva fuori che effettivamente il lupo non era il problema, era lo sfogo. Credo di aver conosciuto l’intimità del pastore Fabio e, forse di tutti i pastori, quella parte che urla aiuto e che chiede di essere ascoltato.
Con il consenso di Fabio e la “scusa” per la mia passione fotografica ho vissuto anche attimi di solitudine, per capire cosa prova un pastore nel silenzio della valle. Ho assaporato un isolamento tristemente romantico, dove il tempo si dilata e i pensieri diventano echi. In quei silenzi ho intuito l’amore che Fabio nutre per quella vita e per quella valle incantevole, capace di avvolgere chi la abita e di metterlo alla prova ogni giorno. Perché in quelle valli, in quegli alpeggi, la pastorizia è sospesa nel tempo, un tempo non più al passo con il nostro. Serve che qualcuno li ascolti, li comprenda, li accompagni. Il mondo avanza e loro sono lì, custodi di un tempo che non ha futuro.

Il mio ritorno a casa è stato bello. Mi sono subito messo all’opera e ho condiviso sui social immagini e video raccolti lungo il cammino. In uno dei reel della mia pagina Instagram “wild_appennini” non ho mostrato le fatiche o le difficoltà della vita da pastore — e per questo sono stato criticato — ma ho scelto di trasmettere il mio entusiasmo e la gioia autentica con cui ho affrontato la sfida. Molti mi hanno fatto i complimenti, alcuni hanno chiesto come vivere un’esperienza simile, altri mi hanno scritto per esprimere semplicemente meraviglia per ciò che gli ho mostrato. Credo che sia stata questa la chiave del riscontro positivo: mostrare la capacità di meravigliarsi, anche in una vita fatta di lavoro, solitudine e sacrifici.
Il mio intento era semplice: dimostrare che ciò che culturalmente è percepito come faticoso e logorante — la vita del pastore — se osservato con occhi nuovi, può rivelarsi avventuroso, emozionante e persino poetico. Se anche solo per un istante qualcuno ha osservato il mondo con curiosità e meraviglia come l’ho visto io, allora è stato un viaggio che ha avuto senso di essere vissuto. È una questione di sguardo e di sensibilità, proprio come succede oggi con il lupo: c’è chi lo vede come minaccia e chi invece lo riconosce come simbolo di rinascita e di equilibrio ritrovato.
Credo che il senso più profondo di questa esperienza non sia il convincere, ma raccontare. Offrire uno sguardo. Forse il mio compito non è stato aiutare il pastore nei lavori — Fabio è davvero in gamba su questo — ma semplicemente quello di offrire compagnia, quella mano sopra la spalla che ti dice “non sei solo”. Pasturs non è stato solo un progetto, ma un percorso dentro me stesso: un’occasione per trasformare la curiosità in azione e l’amore per il mondo in responsabilità condivisa. Prenderei di nuovo questa strada? Sì...anzi, forse no. Le esperienze hanno un tempo e un contesto che le rendono irripetibili come quel primo amore a quindici anni: imperfetto, unico, indimenticabile.
Non sarò mai un pastore, ma se mai dovessi immaginarmi tale, vorrei essere come Fabio Campestrin, con i suoi pregi e i suoi difetti: un uomo dallo sguardo limpido e dal passo lento ma inarrestabile, con cui sedersi accanto al fuoco della stufa a legna, nella quiete della baita e condividere sogni di convivenza e comprensione e, magari utilizzerei il “cane volante" (il mio drone) per andare alla ricerca delle mucche pazzerelle. Fabio, non ho mai voluto farti cambiare idea sul lupo e tu…. non hai mai voluto fermare la mia visione di convivenza. Grazie.

(Tutte le foto sono state scattate da Fabio Gentili Innocenti)


















