I ponti tibetani? "Possono essere una speranza per il turismo di alcuni territori decentrati. Va valutato il contesto. A Tenno ha anche una funzione di mobilità"
Il direttore di Progetto turismo, Matteo Bonazza: "I ponti tibetani sono diventati in molti casi un'attrazione in grado da soli di intercettare flussi importanti e di valorizzare luoghi che altrimenti non avrebbero la possibilità di emergere rispetto alla concorrenza"

TRENTO. "I ponti tibetani? Non sono necessariamente un investimento negativo". A dirlo Matteo Bonazza, direttore di Progetto turismo, società di consulenza trentina specializzata nello sviluppo del territorio e della sua offerta turistica, e presidente di G&A Group. "Per alcune destinazioni può rappresentare un segnale di speranza per sviluppare un movimento turistico e l'economica di un territorio".
Il direttore di Progetto turismo interviene sul dibattito avviato da L'AltraMontagna nell'articolo firmato da Pietro Lacasella dal titolo "175 metri d'altezza e 517,5 metri di lunghezza: il ponte 'tibetano' più alto d'Europa inaugurato in Umbria. Solo così si attirano i turisti?" (Qui articolo).
Il sindaco di un piccolo Comune montano aveva spiegato che "senza queste istallazioni per noi che ci troviamo in località esterne rispetto ai grandi flussi turistici è difficile attirare le persone a visitare il territorio. Poi magari lo visitano, si affezionano, e ritornano". Un'opera di una montagna sempre più disneyana.
"Il turismo e la montagna non sfuggono all'effetto dell'omologazione", aggiunge Bonazza. "Un modello, se funziona, può diventare replicabile e quindi poi adattata ai diversi contesti. E' il caso dei ponti tibetani che sono diventati in molti casi un'attrazione in grado da soli di intercettare flussi importanti e di valorizzare luoghi che altrimenti non avrebbero la possibilità di emergere rispetto alla concorrenza".
C'è però il rischio che queste infrastrutture possano innescare un turismo rapido, mordi e fuggi, sali e scendi. Non sono rare le persone che salgono dalla pianura e, dopo la foto di rito, tornano a valle senza partecipare al gioco dell’indotto. "Nel caso specifico si parla del ponte tibetano più alto d'Europa e questo rappresenta anche un posizionamento importante", evidenzia Bonazza. "E' chiaro che serve però una pianificazione territoriale molto ampia e attenta: un'opera non deve essere avulsa dal contesto ma anzi deve inserirsi in un quadro generale".
Il turismo non deve solo appagare i desideri delle persone, portare la città in quota. "Se la struttura è una specie di 'cattedrale nel deserto' senza collegamenti e senza ottimizzare i flussi, se serve solo per una foto o un selfie allora è un problema. Se migliora invece la fruibilità di un luogo, come con il ponte tibetano a Tenno che diventa in un certo senso parte della mobilità e della gestione delle presenze, e si collega in maniera armonica con l'offerta più generale di un territorio allora un ponte tibetano può essere una soluzione".
Un'opera non è negativa o positiva, dipende come sempre dall'uso, dalla visione e dall'idea alle spalle. "Una destinazione può ritagliarsi spazio, posizionarsi sulla geografia del turismo", conclude Bonazza.













