“Non è colpa dei bivacchi se aumentano le persone sprovvedute in montagna", Bristot replica al Cai: "La soluzione non è chiuderli, ma trasmettere cultura della montagna”
Non è d’accordo con la posizione espressa dal Cai Veneto in merito al ruolo dei bivacchi nell’incremento dei soccorsi in montagna Fabio 'Rufus' Bristot, storico volontario della sezione bellunese del Soccorso alpino e già membro della Direzione nazionale Cnsas. In una riflessione sui social espone le vere e complesse cause del fenomeno, cercando infine la possibile (seppur lenta) soluzione

BELLUNO. “Non diamo la colpa ai bivacchi se aumentano le persone sprovvedute in montagna: il fenomeno è più complesso”. Dopo la presa di posizione del Cai Veneto sull’opportunità di mantenere come sono i bivacchi in montagna, interviene Fabio 'Rufus' Bristot, storico volontario della sezione bellunese del Soccorso alpino e già membro della Direzione nazionale Cnsas.
Sui social, Bristot espone una riflessione che parte dalla posizione dell’ente (qui l’articolo) e analizza i diversi aspetti coinvolti nell’aumento di incidenti e/o soccorsi in montagna. “Alcuni dati che cristallizzano questo incremento - nota Bristot - sono quelli che, con la comparazione del periodo 1975-1999 rispetto a quello 2000-2023, si connotano per un +395,71% di interventi di soccorso e un +332,38% di persone soccorse, di cui +164,53% di deceduti e +396,68% di feriti”.
Perché accade? Alcune cause sono evidenti, altre più latenti e quindi più insidiose. Anzitutto crescono i frequentatori della montagna “che hanno iniziato a prenderla d’assalto - ribadisce - per le sue diverse forme di attrazione, soprattutto con una mobilità che si è spostata più in quota, lungo la sentieristica di collegamento dei rifugi, le vie ferrate e i sentieri attrezzati, le vie alpinistiche di stampo classico”.
A ciò si aggiungono nuove discipline come parapendio, e-bike e scialpinismo, ma non manca la responsabilità dei telefoni. “Da una parte - nota ancora Bristot - il cellulare ha facilitato in modo incredibile le chiamate di allarme e la conseguente filiera dei soccorsi, ma dall’altra ha sdoganato tale filiera anche per incidenti e/o infortuni molto banali o generato situazioni che solo un ventennio fa non sarebbero state neppure prese in considerazione, tanto possono essere ritenute sconsiderate se non associabili al procurato allarme”. Cioè chi chiama scambiando l’elisoccorso per un taxi, come denunciò anche Luca Zaia due anni fa.
Come rilevato ogni fine stagione dal Cnsas, inoltre, l’incapacità gioca il ruolo fondamentale: la mancanza di preparazione fisica, psicofisica e tecnica, la scarsa o assente conoscenza di materiali e attrezzature, la poca capacità di assumere informazioni e pianificare la meta.
A tali fattori forse più evidenti, se ne aggiungono però altri. Anzitutto la possibilità di accedere in rete, con facilità e senza costi, a dati e percorsi ma senza un’analisi approfondita. “Prima della navigazione ipertestuale - rileva - c’era lo studio per conoscere la meta attraverso l’analisi di guide e supporti cartacei, la verifica attenta del percorso e dei pericoli connessi, la raccolta di elementi informativi prima di partire. Tutte queste modalità mettevano in gioco la capacità di assumere informazioni in modo quasi scientifico, mentre dall’avvento di internet tutto si è trasformato in metodologie spesso spicciole e incomplete”.
Lo definisce un “sapere comodo” che produce spesso guide non verificate cui però molti si affidano passivamente. A maggior ragione con l’arrivo dei social media, sia a causa di like “semplificati da algoritmi lontani dal considerare le componenti delle difficoltà e dei pericoli che possono legarsi all’ambiente montano” sia per “la spinta a pubblicare in real time tutto quello che facciamo, congiuntamente alla necessità di essere sempre on line”, generando competitività e bisogno di consenso sociale.
Perché allora tutto questo deve preoccupare? “Ci preoccupa - risponde - perché ha portato a modificare in modo profondo i processi che ci guidano all’identificazione del pericolo in modo oggettivo e, soprattutto, la percezione del rischio connesso. Tutto questo, nell’ordinarietà delle nostre azioni come una camminata di qualche decina di minuti su mulattiera asciutta con pendenza irrilevante, a lato di un bosco pianeggiante con assenza di scarpate, non comporta di prassi problemi. Ma quando lo scenario varia per quota, dislivello, morfologia e condizioni del terreno, meteo, condizioni fisiologiche e stato psicologico, allora variano anche le variabili connesse al pericolo e ai rischi”.
Cosa fare? “Non è una risposta retorica - conclude Bristot - ma si deve ritrovare una cultura della montagna responsabile che si acquisisce con processi lenti e meditati, l’esperienza che si somma all’esperienza, la conoscenza superficiale che diventa sapere maturo. Tutto questo può concretizzarsi attraverso l’informazione e la prevenzione di quantità e qualità, con un’educazione autentica in grado di presentare esempi tratti dal reale e che diventa cultura, ancorata al tempo praticato ‘in cui si sta’ e non all’effimero di un post dove ‘non si sta’ già più dopo pochi attimi. E la scuola diventa l’irrinunciabile ambito in cui ciò può avvenire in un percorso, complesso ma esemplare, per offrire al prossimo escursionista, alpinista o scialpinista gli strumenti idonei per iniziare ad abbassare il trend evidenziato. Il resto, cioè i tentativi sino a qui esperiti, sono cerotti applicati su patologie che vanno vinte con la calma del tempo”.












