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Critiche per l'addestramento militare degli operatori Caritas. Il sociologo: ''Terribile deriva poliziesca, immigrato considerato nemico''

Salvatore Palidda, esperto di migrazioni: "Non c'è da stupirsi, sono molti i lati oscuri delle Ong. Serve spirito critico nel volontariato". Per Chiara Rabini, consigliera delegata ai richiedenti asilo: "Iniziativa fuori luogo che insegue politiche securitarie"

Di Donatello Baldo - 29 dicembre 2017 - 06:01

BOLZANO. Il direttore della Caritas ha cercato in tutti i modi gettare acqua sul fuoco (qui la sua intervista) ma le reazioni del mondo del volontariato e della società civile sono molto dure. Il corso di formazione per operatori a contatto con i richiedenti asilo, affidato a un'agenzia che addestra reparti militari, ha scosso molti. 

 

Dai racconti di chi ha partecipato emergono risvolti inquietantiSalto.bz riferisce di partecipanti che hanno avuto attacchi di panico. Durante le ore di formazione sono state inscenate simulazioni di aggressioni con armi finte (che però sembravano vere) e sequestri di persona

 

Il programma del corso, proposto da Copsiaf, è dettagliato nella descrizione dell'approccio militare dato alla formazione: "Giorno 1, 8 ore. Teoria: Violenza e aggressività, rischio, sicurezza, paura e vittimologia. Pratica: laboratori di consapevolezza corporea e difesa personale con approccio a strumenti atti a offendere".

 

Paolo Valente, direttore della Caritas, ha cercato di smorzare le polemiche parlando di non-notizia, rintuzzato però anche dal Corriere dell'Alto Adige che in un commento a firma di Gabriele Di Luca ricorda al direttore il codice etico della Caritas: "Caritas è la carezza della Chiesa al suo popolo"

 

Chiara Rabini, consigliera comunale di Bolzano, referente per i richiedenti asilo e i rifugiati, si dice stupita" dell'iniziativa della Ong bolzanina. "Dalle notizie in mio possesso - afferma - non sono mai arrivate segnalazioni di problematiche particolari tali da dover promuovere una formazione di questo tipo".

 

"Anzi - afferma - anche dalle strutture gestite da Caritas arrivano notizie positive di inclusione, di successi nell'integrazione, di buone pratiche. Per questo - continua Rabini - sono molto stupita di questa scelta che non ha nulla a che vedere con l'accoglienza". 

 

"Investire in formazione è giusto, ci mancherebbe - ammette -  ma questo tipo di corso è quantomeno fuori luogo. Se ci sono problemi, questi sono dovuti alle condizioni in cui versa l'accoglienza, alla mancanza di privacy dei richiedenti asilo costretti in piccoli spazi".

 

E infatti riferisce che alcuni episodi di tensione si erano verificati all'ex Alimarket, "dove c'era una situazione al limite dal punto di vista dei numeri e degli spazi". Cosa poi risolta, "con il conseguente rientro dei conflitti dovuti anche alla condivisione degli spazi con l'emergenza freddo". 

 

"Se si promuove la formazione - afferma la consigliera - lo si faccia in coordinamento con le altre realtà e si stia all'interno dell'ambito dell'operatore sociale. Perché questo corso - conclude - sembra rispondere ad una politica securitaria che purtroppo sta prendendo sempre più piede".

 

Molto duro il commento di Salvatore Palidda, professore associato presso l'Università degli studi di Genova, dove insegna tra l'altro sociologia della devianza e del controllo sociale e sociologia delle migrazioni: "Quanto successo è innanzitutto terribile, tragico e penoso per le migliaia di volontari che sinceramente sono animati da spirito umanitario".

 

"Quest’episodio non sorprende se ci si ricorda del processo involutivo avvenuto sin dalla prima guerra del Golfo del 1990 e soprattutto dopo il 2001 che ha innescato la militarizzazione delle polizie, la conversione poliziesca delle forze armate, ma anche l’irretimento, la fagocitazione e persino la parziale militarizzazione di parti di tante Ong".

 

"Il lato oscuro delle Ong non è una novità - afferma il docente -  purtroppo c’è sempre stato e la documentazione in proposito è abbastanza tragica. L’episodio raccontato da ildolomiti.it - continua Palidda - non sorprende perché il cosiddetto problema dei migranti o dei rifugiati è da tempo incardinato nel registro delle guerre permanenti".

 

"Gli immigrati sono considerati quindi soggetti pericolosi, ossia gente che va trattata con modalità poliziesche e/o militari. Ecco quindi che i solerti dirigenti della Caritas di Bolzano hanno pensato bene di essere all’avanguardia nel formare un personale adeguato alla missione della 'guerra umanitaria' agli immigrati".

 

"Magari sempre come opera di bene per salvarne qualcuno - provoca il docente -  il 'buon selvaggio' o la 'scimmia ammaestrata' che potrà venire utile anche come una sorta di gourkha, l’ascaro a cui lasciare il lavoro sporco nei confronti dei suoi compatrioti".

 

"La Caritas italiana ha sempre avuto tante anime e tanti 'scheletri nell’armadio' - spiega Palidda - per il fatto stesso di essere una istituzione spesso troppo dipendente dal finanziamento pubblico e da vertici della Chiesa che non sempre seguono quanto predica lo stesso Papa Franscesco".

 

"Non stupisce allora che l’animo militare di parte della Caritas possa prendere il sopravvento in una congiuntura come quella attuale che favorisce gli impegni militar-polizieschi. C’è quindi da chiedersi: avremo sempre più operatori di ONG assimilati o in concorrenza con le forze militari e di polizia in azione sia nelle guerre permanenti che nel governo proibizionista delle migrazioni?"

 

"I volontari sinceri reagiranno a questa deriva guerrafondaia? Non si può che auspicare un salutare sviluppo dello spirito critico del volontariato sano non per salvare istituzioni che non possono non essere quello che sono diventate -conclude il docente - ma per praticare liberamente e senza essere manipolati la vera solidarietà e quindi la lotta per i diritti fondamentali di tutti gli esseri umani.

 

 

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