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Alberto Pacher fa il Conte (dell'Inter) pensa al team più che al bomber e guarda alle comunali: ''Si vince solo se centrosinistra e autonomisti si ritrovano''

Intervista a tutto tondo all'ex sindaco di Trento, assessore e vicepresidente della Pat dal salvinismo (''per ognuna delle cento stupidate che vomita da quelle inquadrature strette della diretta social c’è qualcuno che si sente in sintonia''),

al futuro sindaco di Trento (''Se restiamo agli slogan del “nuovo” e della “discontinuità” consegniamo la città agli altri. Perché non c’è nulla da fare: loro sono – anche grammaticalmente – la discontinuità'')

Di Carmine Ragozzino - 16 agosto 2019 - 12:21

TRENTO. L’eccellentex non abbocca. Gli si cita Lucio Quinzio Cincinnato tanto per provocare un po' e far venire l’orticaria a qualcuno nella sinistra canonica ed in quella futurista. Lui, prevedibilmente, guarda altrove. Cincinnato: quello che mollò l’aratro ed una ritrovata vita di serenità agreste per tornare a combattere in prima linea su accorata richiesta di chi non sapeva più come raccapezzarsi. “Ma non scherziamo – dice – io non aro, non ho il fisico. Semmai passeggio in montagna e qualche volta medito. E sto benone così”.

 

Cincinnato? Un ritorno dell’eccellentex? Lasciamo in pace la storia. Alberto Pacher – l’Ale – è l’eccellentex in questione. Fu sindaco di Trento in un’epoca abbastanza recente che tuttavia sembra geologia. Fu assessore e vicepresidente della Provincia targata Dellai, (e anche qui il tempo frega: non è passato poi così tanto ma di nuovo tocca riferirsi al paleologico). Pacher lo si deve in ogni caso provare a stanarlo. Il governo, il salvinismo, la Provincia in Fugattiana marmellata di demagogia e improvvisazione.  E soprattutto le elezioni comunali – Trento in testa – ormai dietro l’angolo di un’angosciante regressione prima culturale e valoriale che politica.

 

E qui l’eccellentex non si sottrae. Anzi, un poco perfino spiazza. Sì, perché parte da Conte. “La mentalità vincente – butta lì – vale più dei bomber. Collettivo, grinta, fatica, pressing, magari un po’ di fantasia che disorienta gli avversari. Se si vince, si vince così”. Orpo, anche l’eccellentex fulminato dall’anatroccolo azzeccagarbugli che si fa improvvisamente cigno? Macché, il Conte che gasa l’eccellentex è il neo allenatore dell’Inter, la sua squadra di sempre. L’Inter che abitua alle grandi illusioni ma anche alle grandi disillusioni. Come la sinistra.

 

Senti Ale, (il tu non è irrispettoso, lo conosco dall’asilo), si uscirà mai da questo orrore della politica egoista in cui ci hanno cacciato gli errori di chi si sentiva migliore di tutti e su tutto?

 

Recuperando umiltà può anche essere. Ma sarà lunga. Ma sarà dura. E sarà solo se alle pregiudiziali, l’infinita gamma delle pregiudiziali che ancora galvanizzano quel che resta della sinistra masochista, sapremo sostituire i giudizi. E cioè le analisi serie, oneste, anche scomode, su quel che funziona e quel che è urgente cambiare. In Italia ma anche in Trentino.

 

Sull’Italia verde-giallo , forse domani giallo-rossa e verde di rabbia ho l’impressione che ci impelaghiamo.

 

Sì, ma l’Italia non è altra cosa rispetto al bel Trentino. Non parlo di servizi, di qualità della vita che da noi è una fortuna non piovuta dal cielo ma conquistata attraverso un’Autonomia che i trentini hanno saputo riempire di serietà. Tuttavia anche il Trentino sta rischiando di deragliare nei rapporti sociali, nella capacità di difendere valori fondanti come solidarietà e inclusione. Il Trentino non è certo immune dal virus della sloganistica e della bufala eretta a sistema di governo. È da qui che occorre partire. Ripartire.

 

Si ma come? I cicaleggi sui social hanno sostituito i convegni. Gli intellettuali, (nel senso di chi studia e riconosce la complessità dei problemi), sono muti. E se parlano gli sputano in faccia. La politica, i politici, è ormai solo “contro” e non contempla più i “per”.

 

E infatti il quadro è disarmante. Anche perché è un quadro strambo. Tanto è improvvisato e astratto nell’amministrare e risolvere i problemi, quanto è scientifico nel comunicare scemenze e trasformarle, purtroppo, in senso comune.

 

Spiegarsi no?

 

Prendi Salvini. Ne spara cento al giorno. Le spara grosse incurante di ogni verità. Ma per ognuna delle cento stupidate che vomita da quelle inquadrature strette della diretta social c’è qualcuno che si sente in sintonia, che l’ha pensata uguale. Dai migranti all’abbronzatura, dall’alzate il culo al Rosario.

 

E gli altri? Gli oppositori? La sinistra che se dovessimo davvero definirla distinguo per distinguo scriveremmo la Treccani della disperazione?

 

Ecco, appunto. O si sta a guardare o si scimmiotta. Nell’uno e nell’altro caso è l'harakiri del buonsenso, dell’immaginazione, della credibilità. Fino a quando l’agenda, la nostra agenda, sarà quella dettata dal furbone non c’è scampo.

 

E cioè?

 

E cioè, ribattere colpo su colpo alle salvinate, (ma anche alle “dimaiate”) può appagare un po’ d’ego, ma nulla più. Avere una propria visione dei problemi e una ricetta comprensibile, non pasticciata: così si corre invece che rincorrere. Ambiente, diritti, giovani, equità, lavoro: di materia, volendo, ce n’è tanta. Ma ci vuole anche un minimo di empatia per far passare le idee buone. Se no chi ci filerà più?

 

Impossibile non concordare. Ma quando si tratta di quagliare si torna al delirio. Torniamo al Trentino. La marcia di avvicinamento alle elezioni comunali del prossimo anno sembra un deja vu. L’idea è che i professionisti del “paletto” – vecchi o futuribili - siano già in movimento per proporre e imporre i loro veti.

 

Probabile. La scellerata pantomima delle elezioni provinciali che hanno regalato il Trentino alla Lega è una ferita ancora fresca. Andrebbe curata con l’intelligenza e la lungimiranza. Spero che accada.

 

Speri che accada cosa?

 

Che ci si renda conto che il centrosinistra e il mondo autonomista non possono fare a meno l’uno dell’altro. È una necessità politica. È una necessità culturale. E non si tratta di calcolo, di numeri. Si tratta di rilanciare assieme a buone esperienze amministrative in Provincia e nei comuni anche e soprattutto il patrimonio dei diversi rapporti sociali, delle storie e degli approcci che possono coinvolgere e far ragionare le comunità.

 

Sarà, ma allo stato, con le elezioni apparentemente ancora lontane ma invece vicinissime, c’è chi sta già predicando la mistica del nuovismo. O quella dell’anagrafe. O quella del “genere”. Tutti modi per escludere qualche papabile sindaco a priori, in una faida dove i personalismi e le presunzioni prevalgono sempre sui contenuti. Illuminante, al riguardo, l’imbarazzo dei “compagni” di fronte alla pubblica disponibilità di Italo Gilmozzi, assessore ai lavori pubblici di Andreatta.

 

Se ne sentono di ogni e verrebbe sinceramente da mettersi le cuffie. Ma non si può. Quando ad esempio si mostra il disco rosso a chiunque abbia avuto ruoli di responsabilità in un’amministrazione – come quella di Trento per dire – bisognerebbe allora essere chiari fino in fondo. Il niet è accompagnato ad una critica pubblica del lavoro svolto, dei risultati non raggiunti? Non mi pare. E se così non è la questione è solo uno stupidissimo e pericolosissimo appiattimento agli slogan, quello della “discontinuità” su tutti. Se restiamo agli slogan del “nuovo” e della “discontinuità” consegniamo la città agli altri. Perché non c’è nulla da fare: loro sono – anche grammaticalmente – la discontinuità. Una discontinuità senza profondità alcuna, che considera le complessità e l’esperienza come orpelli al fare, (e fare male). Ma pur sempre discontinuità. È cadendo in questa trappola che il centrosinistra si è fatto male e si farà ancora più male se non si recupererà in tempo un po’ di raziocinio.

 

Parole più o meno sante. Rischiano di essere parole al vento.

 

E allora proviamo ad andare ai fatti. Io credo che per le elezioni comunali a Trento, (ma non solo a Trento) sia indispensabile ripresentare il centro sinistra autonomista superando ogni fisima, rivendicando quel che buono si è fatto in tanti anni nel governo della città ma anche facendo autocritica dove serve. Ma non basta. E’ necessario offrire alla città un’agenda di pochi punti nitidi, fattibili, verificabili attraverso meccanismi inediti di coinvolgimento permanente del civismo cittadino: associazionismo, imprenditoria, professionisti, giovani. Nell’agenda io vedo un punto su tutti, il primo, inderogabile: l’ambiente. Che vuol dire ambiente fisico e ambiente sociale. Difesa del territorio, prevenzione e una vivibilità che deve riguardare anche i rapporti sociali, con spazi coraggiosi di confronto intergenerazionale e, scusami il parolone, interclassista. Quattro, cinque punti, non di più. Senza chiacchiere, senza fronzoli, sapendo che a Trento si vive bene ma sapendo che si può anche vincere meglio. Credo che su questa strada sarà più facile anche individuare un candidato o una candidata sindaco. A me non importa se sarà giovane o vecchio, se viene dalla giunta uscente o è un neofita, se tifa Milan, (ma se tifa Inter è meglio). Mi interessa che sia garante di questa agenda e che sappia costruire una squadra dove tutti corrano, facciano fatica e pressing ma sappiano anche essere creativi.

 

Andrà così?

 

Boh. Posso solo sperarlo. E posso solo sperare che si capisca in tempo che non si tratta di dire sto con Salvini o sto con Karola Rakete. Se inizieremo ad accettare il fatto che tra il bianco ed il nero ci sono tanti grigi dai quali non si può scappare, ce la possiamo giocare.

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