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La prorettrice dell'Ateneo trentino contro Cia: ''Consigliere Inquisitore Antigender. Anch'io colpevole di insegnare la parità di genere''

La docente chiede all'esponente di Agire di "placare il suo demone interiore" e risparmiare dalle accuse "la passione e l'entusiasmo civile di un gruppo di formatrici che con professionalità e competenza lavorano per promuovere tra le generazioni più giovani l’educazione all’equità e al rispetto nelle relazioni"

Di Donatello Baldo - 07 gennaio 2019 - 05:01

TRENTO. La prorettrice dell'Università di Trento Barbara Poggio l'ha soprannominato Consigliere Inquisitore Antigender e l'acronimo calza a pennello: Cia, come Claudio Cia, che più di tutti si è scagliato a difesa della sospensione dei percorsi di educazione alla relazione di genere voluta dalla nuova giunta di Fugatti, "percorsi che - secondo lui - non fanno altro che promuovere l'ideologia gender".

 

L'ha soprannominato così perché in effetti il piglio da novello Torquemada c'è davvero: ha 'spiato' le pagine Facebook delle formatrici dei corsi incriminati per poi dedurne l'adesione alla terribile ideologia gender. "Si può notare che ci troviamo di fronte a dei veri e propri attivisti politici che promuovono pensieri fuorvianti capaci di minare l’equilibrio dei nostri ragazzi".

 

Ne abbiamo già scritto (QUI) delle gravi accuse mosse nei confronti delle formatrici. Con documentazione precisa (gli screenshot dei post delle accusate) l'Inquisitore ha dimostrato inequivocabilmente che hanno partecipato addirittura al Dolomiti Pride (con altre migliaia di persone), che hanno visto a teatro uno spettacolo (un premio Ubu, l'Oscar della drammaturgia) dal titolo equivoco "Geppetto e Geppetto", che hanno tifato per la squadra di volley femminile e che hanno sostenuto lo Ius soli.

 

Prove sufficienti per chiederne il rinvio a giudizio come imputate di eresia gender. Ma è a questo punto, che con una solidarietà complice, sono in molti ad autoaccusarsi dello stesso crimine. Una gara alla cospirazione, un coro che grida: "Indagate pure noi". Ed è partito così l'hashtag #anchioattivista, perché in fondo l'accusa è questa: l'attivismo, la partecipazione, il protagonismo sociale e culturale.

 

Tra chi si accusa c'è la docente che ha coniato l'azzeccato soprannome: "E dunque eccomi qui, pronta all’autodenuncia. Lo ammetto, al Dolomiti Pride c’ero anch’io, circolano foto in cui mi si intravede dopo il gruppo di genitori dell’Agedo e prima degli Scout. Anche io, inoltre, potendo scegliere, avrei sostenuto il diritto di bambini nati in questo paese da genitori che vi risiedono da anni ad avere la cittadinanza italiana. E sì, confesso, non solo ho seguito la finale dei mondiali femminili, ma anche le partite precedenti. E ogni volta ho gioito per questa straordinaria squadra di ragazze, bellissimo esempio di come la diversità possa rappresentare un fattore vincente".

 

Ma le ammissioni della prorettrice, ironiche e drammatiche allo stesso tempo, sono ancor più 'compromettenti': "Ho dedicato molto del mio lavoro di studio e ricerca ai temi dell’inclusione e delle pari opportunità, occupandomi di differenze di genere, generazione, etniche, religiose e finanche di orientamento sessuale. Ho coordinato iniziative di inclusione per studenti rifugiati in università e nel mio tempo libero ho persino fatto esperienze di volontariato con persone disabili. E ho pure avuto contatti con il mondo politico: ad esempio ho partecipato ai lavori della Consulta Trentina per l’Autonomia, in rappresentanza di quelle pericolose incubatrici di attivismo che sono le associazioni culturali".

 

E ancora: "Tra le persone che frequento alcune sono non trentine, altre addirittura non italiane, alcune sono diabetiche, altre (sempre di più) presbiti, altre omosessuali, molte fanno volontariato (talvolta anche con le temibili Ong), alcune hanno la pelle scura, altre ce l’hanno gialla, ho persino un amico albino e una figlia celiaca. Tra le mie conoscenze ci sono alcuni uomini che cucinano e alcuni che sanno cucire e ci sono anche donne che giocano a rugby e sanno riparare motori".

 

"Alle mie figlie - afferma sicura di dare scandalo - ho letto libri di Bianca Pitzorno, Daniel Pennac, Mari-Aude Murail e persino uno di Anna Frank. E a loro ho preferito regalare giochi scientifici e di azione, piuttosto che bambole. Ai miei studenti parlo di temi sovversivi come l’equità di genere e il rispetto delle diversità, contribuendo a diffondere la pericolosa consapevolezza che le discriminazioni e gli abusi non rappresentino un destino naturale. E la cosa peggiore è che non sono neppure contrita e persisto nel peccato".

 

Rea confessa e per nulla pronta alla solenne abiura. "Vorrei dire al Consigliere Inquisitore Antigender che può prendere questo post e metterlo in bella vista su qualche testata compiacente, denunciando lo scandalo per la pericolosa influenza che le mie attività e le mie frequentazioni possono avere per il futuro del microcosmo trentino e per la più generale deriva dell’umanità, in considerazione dei ruoli e delle responsabilità pubbliche che ho ricoperto finora".

 

Oltre l'ironia, decisamente amara, la docente è seria quando conclude il suo scritto: "Mi presto volentieri a questo sacrificio se può servire a placare il suo demone interiore - scrive rivolta al consigliere - ma chiedo che in cambio siano risparmiate dal livore inquisitorio e dall’apposizione di lettere scarlatte le legittime espressioni di passione ed entusiasmo civile di un gruppo di formatrici, che con professionalità e competenza lavorano per promuovere tra le generazioni più giovani l’educazione all’equità e al rispetto nelle relazioni".

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