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Umbria, dall'harakiri M5S-Pd (ora pronti ad abbattere il Frankenstein malfermo) al Salvini piglia tutto: cronaca di una morte annunciata

Le elezioni regionali hanno consegnato una delle storiche regioni rosse (che in realtà rossa non era già più visto che tutti i principali comuni erano già in mano al centrodestra) del Centro Italia all'alleanza sovranista. Dall'altro lato incredibile il comportamento dei giallo-rossi che dopo essersi fatti la guerra, essersi denunciati (si votava un anno prima anche per questo) e aver tentato, nel luogo, più impossibile, di fare squadra paiono già pronti ad abbandonare il progetto

Di Luca Pianesi - 28 October 2019 - 12:59

PERUGIA. ''Godooo'', questo il commento del consigliere provinciale della Lega Devid Moranduzzo sulla sua pagina Facebook. Un commento che non nasconde una gioia, evidentemente, irrefrenabile: il successo in Umbria per il suo partito è storico, la vittoria della destra, che conquista per la prima volta una delle regioni più rosse del Paese, è ancor più significativa. Un rosso, che a onor del vero, si era sempre più sbiadito visto che da anni, ormai, tutti i principali comuni erano caduti, passati a quello che fino a qualche anno fa era il centrodestra e che, oggi come non mai (scomparsa Forza Italia, destinata ormai, inevitabilmente, a un consumarsi in modo sempre più rapido), si è affermato come destra pura.

 

 

Gli umbri hanno detto sì al sovranismo (visto che Lega e Fratelli d'Italia, portatori grosso modo dello stesso messaggio, hanno conquistato da sole praticamente il 50% dei consensi) e hanno definitivamente voltato le spalle a un sistema di potere, quello del centrosinistra umbro (che da un decennio era vittima di una crisi irrefrenabile percepito come potentato imposto e impositivo, escludente e autoreferenziale, arrogante e clientelare) giunto al collasso più totale. Un collasso che si è manifestato plasticamente nella caduta della presidente della Regione Catiuscia Marini e del Partito democratico tutto, travolti entrambi dagli scandali sui concorsi e sulla sanità, sollevati proprio dai consiglieri regionali del Movimento 5 Stelle.

 

E qui c'è l'harakiri più assurdo: il patto giallo-rosso per fare proprio dell'Umbria il laboratorio di un'alleanza innaturale e scriteriata, in particolar modo, da proporre per l'Umbria (si poteva iniziare in qualsiasi altro posto e arrivare, alla fine, dopo anni, anche nel Centro Italia). Sembra quasi sia stato fatto apposta: il territorio peggiore (quello dove era più forte la contrapposizione Pd-casta e M5S-anticasta, quello dove si andava a votare, con un anno di anticipo, proprio perché gli uni avevano denunciato gli altri, quello dove i 5 Stelle esistevano ed erano cresciuti, negli anni, essenzialmente perché volevano cacciare i democratici) per fare un primo test sulla tenuta elettorale di questo Frankenstein malfermo.

 

E anche il fatto che ora ci sia qualcuno già pronto ad abbatterla questa ''Creatura'' per dire, ecco non funziona, questo matrimonio non s'aveva da fare, suona ancor più demenziale se non addirittura sospetto. Si prova una cosa difficilissima, alla quale si è lavorato una mesata scarsa, la si mette in campo nel luogo dove non si sarebbe, comunque, mai vinto, viste le condizioni di partenza, e ora che è andata, come era ovvio che sarebbe andata, si è già pronti a rinunciare? Non c'è bussola, non c'è rotta da seguire, oppure si è seguita deliberatamente quella dello ''schianto'' dell'harakiri.

 

Il Partito democratico di Zingaretti pare acqua stagnate, acqua immobile, senza ossigeno, oggi e anche domani: se va male prende il 18%, se va bene prende il 24-25%. Non ci sono all'orizzonte segnali di cambio di passo. La sinistra, dal canto suo, è scomparsa, non la vuole più vedere nessuno, nemmeno in cartolina: la regione rossa del Centro Italia ha rifilato degli 1% a tutto quel che si trovano a sinistra del Pd certificando che il vecchio asse centro-sinistra non funziona più, non attira nuovi consensi. Bisogna guardare altrove e in questo senso, l'unica speranza, al momento è rappresentata dalla ''cosa'' di Renzi. Il Pd deve sperare che il ''suo'' Matteo raccolga più consensi possibile e raggiunga presto la doppia cifra. A sinistra queste percentuali non vengono (e non verranno) più toccate nemmeno per sbaglio. In un quadro proporzionale ai democratici serve un alleato capace di contare su buoni numeri.

 

Numeri che paiono aver abbandonato anche il Movimento 5 Stelle che paga, essenzialmente, il malgoverno. In un anno e mezzo, esattamente da quando ha conquistato la guida del Paese, è crollato di decine di punti percentuali semplicemente perché ha dimostrato quello che non sa fare. E' saltato il modello del Movimento, quello del cittadino al potere, dell'uno vale uno, del ''non saremo mai alleati con nessuno'', dei programmi belli ma approssimativi che poi si scontrano con la realpolitik. Per questo sono stati fagocitati dalla Lega, sbertucciati quotidianamente da Salvini, trasformati in ''quelli del no a tutto'', quelli incompetenti, quelli che il governo giallo-verde non ha funzionato per colpa loro, quelli ''che Toninelli'' e basta questo.

 

E poi c'è Salvini: un fenomeno da campagna elettorale. Uno che anche a Bastardo, paesino di 2.000 anime, che fa parte del comune di Giano dell'Umbria, si è infilato la felpa con tanto di scritta sul petto (''Bastardo'' appunto) pur conscio del fatto che avrebbe scatenato i social contro di lui ma allo stesso tempo sicuro di assicurarsi i voti di tutto il circondario. Uno che ha battuto palmo a palmo ogni vallata, ogni collina, ogni borghetto. Uno che, come fa ovunque c'è da votare, ripete che ''questo è il territorio più bello'', cerca collegamenti, affinità, fa sentire importante ogni singolo campanile, fa come quelle rock star che all'inizio del concerto dicono ''grazie Trento'', ''grazie Pinzolo'', ''grazie Perugia'', ''grazie Bastardo'', e la folla si scioglie in un applauso. Uno che è uno e questo è il suo più grande punto di forza ma anche il più grande limite.

 

E' un punto di forza perché per gli italiani è facile identificarsi con il Capitano, è più facile seguire un uomo solo al comando, che parla per sé stesso, tendenzialmente non si contraddice, manda messaggi basic ma chiari (tutt'altra cosa rispetto al centrosinistra dove le voci sono decine, contraddittorie, se si afferma una leadership il primo obiettivo di amici e fratelli è abbatterla e i messaggi, anche per questo, sono complicati e confusi). Un punto di forza che gli permette di stravincere a prescindere da chi candida su un territorio (chi conosce l'Umbria sa che avrebbe vinto chiunque avesse corso per la coalizione di destra e la dimostrazione si è avuta ieri sera con l'arrivo dei risultati: Salvini ha monopolizzato la scena, a Tesei sono rimasti i minuti conclusivi dei collegamenti e i pochi microfoni rimasti accessi anche per lei).

 

Ma è anche un punto di debolezza perché chi resta sui territori, poi, sono i candidati locali. Grazie a lui c'è un dentro tutti che sta portando al governo delle singole amministrazione personaggi a volte impreparati, inadeguati, non strutturati politicamente e umanamente. E questo, alla lunga, è una cosa che potrebbe pagare. Della serie: al primo giro è una giostra dove tutti si divertono a buttare giù dalla torre chi c'è stato prima, chi non rispondeva alle telefonate, chi sembrava lontano e non riusciva a risolvere tutti i problemi; al secondo giro, però, passata l'ubriacatura da vittoria, qualche riflessione in più sul ''capitale umano'' che poi si trova al governo del territorio il cittadino se la farà. Valuterà se il nuovo è poi così nuovo, se il cambiamento è stato in meglio, se al telefono ha poi risposto qualcuno e se il problema che sembrava facile risolvere, prima, è stato davvero risolto.

 

Intanto l'immagine che arriva dal Trentino è quella del consigliere Devid Moranduzzo che scrive ''Godooo'' e mostra orgoglioso i ''titoli'' della vittoria.

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