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Storico accordo Usa-Talebani, dopo 19 anni di guerra primo passo verso la pace. In molti però temono gli integralisti, Schiavulli: “Quelle che hanno più da perdere sono le donne”

Dopo 19 anni di guerra questo è il primo passo concreto verso il raggiungimento della pace ma le incognite sono molte a partire dal ruolo che i talebani ricopriranno nel futuro del paese. La reporter di guerra Schiavulli: “La società afghana non ha intenzione di tornare indietro e rinunciare alle conquiste ottenute, ma questi temi non sono stati affrontati nell’accordo”

Di Tiziano Grottolo - 01 marzo 2020 - 18:56

TRENTO. Comunque vada il 29 febbraio per l’Afghanistan sarà una data da ricordare: in questo giorno è stato siglato un accordo fra Stati Uniti e talebani che potrebbe riportare un barlume di pace dopo 19 anni di guerra. Era il 7 ottobre 2001 quando l’Alleanza del Nord attaccò le posizioni dei talebani con il supporto di Usa e Nato, nell’operazione che passerà sotto il nome di Enduring Freedom (libertà duratura) ma che oggi suona in modo quantomeno beffardo visto che per quasi due decenni gli afghani hanno conosciuto solo la guerra.

 

Ad ogni modo gli emissari statunitensi e la controparte talebana si sono incontrati a Doha, in Qatar, per stipulare un ambiguo accordo, peraltro arrivato senza il coinvolgimento diretto del governo di Kabul. Anzi l’attuale presidente Ashraf Ghani non è di certo fra i più entusiasti sostenitori dell’intesa ma non è di certo nella posizione di porre il veto su quella che a tutti gli effetti è stata una decisione fortemente voluta dagli statunitensi, in particolare dal presidente Donald Trump che ha voluto ottenere questo risultato anche chiave elettorale riuscendo dove pure Obama aveva fallito.  

 

I dubbi però sono molti a partire dalla formula che non contempla un trattato di pace ma un accordo per la “riduzione della violenza” che nel tempo dovrebbe trasformarsi in un cessate il fuoco permanente. Dal canto loro gli Stati Uniti si sono impegnati a ridurre la loro presenza sul territorio afghano, che nel giro di alcuni mesi scenderà a 8500 effettivi per ritirarsi quasi definitivamente entro 2021 (alleati compresi). In Afghanistan resteranno tra le 2000 e le 4000 unità delle forze speciali per continuare la lotta al terrorismo islamista e in chiave anti-iraniana. I talebani a loro volta si impegnano a contrastare gli altri gruppi jihadisti. Questa intesa dovrebbe porre le basi affinché governo afghano e talebani possano sedersi attorno a un tavolo per intavolare delle vere e proprie trattative di pace ma su questo il patto siglato fra Usa e talebani è stato molto vago.

 

 

“Gli Stati Uniti da tempo cercano una svolta militare e politica per togliersi dal conflitto – spiega Barbara Schiavulli reporter di guerra e direttrice di Radio Bullets – allo stesso modo i talebani vogliono entrare nel processo politico, oltre a voler veder riconosciuto il fatto che controllano circa il 55% del paese”. Sul fronte civile però c’è molta apprensione: “Le più preoccupate sono le donne che almeno nelle grandi città hanno fatto dei passi in avanti verso l’emancipazione ma ora temono il ritorno dei talebani. Così come lo temono intellettuali, artisti, musicisti. La società afghana – continua Schiavulli – non ha intenzione di tornare indietro e rinunciare alle conquiste ottenute in questi anni, ma questi temi non vengono affrontati nell’accordo”.

 

L’Afghanistan è un paese diviso su più fronti e le chiavi di lettura dello scenario geopolitico possono essere molte, sicuramente la “riduzione della violenza” darà tregua a una società stremata dai continui attentati e dalla guerra “di questa tregua beneficeranno soprattutto le campagne dove i talebani sono più radicati ma anche in città non si dovrà più vivere nel timore di cadere vittima di un attentato”, evidenzia la giornalista. Le variabili però sono molte e i nodi irrisolti altrettanti, “la posizione del governo è così fragile basti pensare che mentre gli statunitensi stavano firmando l’accordo il segretario alla Difesa Usa, Mark Esper, e il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg sono corsi dal presidente afgano Ashraf Ghani per rassicurarlo”.

 

D’altra parte Ghani ha vinto le ultime elezioni, che Schiavulli ha seguito in diretta sul posto, con un margine strettissimo e il diretto avversario, nonché uno degli uomini forti del paese, Abdullah Abdullah che ha denunciato brogli elettorali: “Le elezioni presidenziali si sono tenute a settembre 2019 ma i risultati sono arrivati solo a metà febbraio questo basterebbe a far comprendere la situazione, se poi mettiamo il fatto che hanno votato appena 1,9 milioni di cittadini su 9,6 milioni di elettori registrati, e una popolazione di 37 milioni di abitanti fa capire lo stato della democrazia afghana”. Secondo la giornalista non è nemmeno ben chiaro se sarà un membro del governo ad intavolare le trattative di pace con i talebani o se questo ruolo spetterà allo stesso Abdullah Abdullah, “un ruolo importante per superare la delusione elettorale”, oppure ancora se sarà qualche ex signore della guerra che ora siede in parlamento ad approcciarsi agli ormai ex guerriglieri.

 

Per Schiavulli la recente intesa è il contraltare della strategia fallimentare messa in piedi dagli statunitensi al tempo dell’invasione dell’Afghanistan: “La democrazia non si esporta con la forza, impossibile cambiare la mentalità delle persone in appena 19 anni, essersi illudersi che questo piano potesse funzionare è già di per sé un fallimento”.  Eppure in questi anni ci sono stati dei miglioramenti: “Sì è vero – conferma Schiavulli – se penso alle 250 donne che ora possono guidare l’auto o alle donne che sono entrate in politica o all’università nonostante le minacce sono sicuramente stati fatti dei passi in avanti sul fronte dei diritti civili. Conquiste che però ora sono messe in pericolo da questo accordo”.  

 

L’accordo infatti porta con sé una certa dose di rischio, evitando volutamente di mettere in chiaro alcuni punti si sono già creati i presupposti per delle possibili frizioni, inoltre molto dipenderà dall’effettiva volontà dei talebani di mantenere la parola data evitando di aggredire l’esercito regolare non appena le forze statunitensi si saranno ritirate. La preoccupazione di molti è che possa riprodursi uno scenario simile a quanto avvenuto in Vietnam dove, il 27 gennaio 1973 vennero siglati gli accordi di pace di Parigi che sancirono il disimpegno americano e avrebbero dovuto prevedere la riunificazione pacifica del Vietnam, accordi che però vennero disattesi da ambo le parti e culminarono, il 30 aprile 1975, con la presa di Saigon (la capitale del Sud) da parte delle truppe nordvietnamite e vietcong.

 

“Gli statunitensi si ripetono spesso nei propri errori, questo compromesso accontenta le parti dal punto di vista militare ma non sono stati affrontati i possibili risvolti sociali. Non voglio essere pessimista – ribadisce Schiavulli – un accordo che va nella direzione della pace è sempre un passo avanti ma restano molti nodi da sciogliere”. D’altra parte questa tensione traspare nella popolazione che rimane con il fiato sospeso e per le strade non si festeggia: “Le truppe straniere se ne andranno eppure non c'è una briciola di gioia tra i miei amici afgani, chiunque ha un barlume di conoscenza, intellettualità e creatività in Afghanistan è atterrito dall'idea che i talebani possano entrare nei giochi politici dopo tutto quello che la gente ha subito durante il loro dominio, credono di essere loro il prezzo da pagare in nome di una non guerra”, l’amara conclusione della reporter.

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