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| 28 set 2022 | 06:01

Fratelli d’Italia ha chiuso con il fascismo? Filippi: “Il 25 aprile capiremo ma non tutti hanno accolto la ‘conversione’ di Meloni, c’è ancora chi ha nostalgia di Mussolini”

L’intervista allo storico trentino Francesco Filippi: “Non credo che tutti quelli che hanno votato per Meloni siano dei nostalgici, quello che rilevo è che sommando anche i consensi degli alleati quasi la metà degli elettori non vede la questione del fascismo come un tema dirimente e attuale, da storico è questa la cosa che mi preoccupa maggiormente”

Fratelli d’Italia ha chiuso con il fascismo?
di Tiziano Grottolo

TRENTO. Alle recenti elezioni politiche Fratelli d’Italia è stato il partito più votato. Le mancanze degli avversari e la scelta di rimanere sempre all’opposizione hanno permesso alla leader Giorgia Meloni di convincere oltre 7 milioni di elettori, il triplo rispetto agli alleati della Lega di Matteo Salvini. Se quest’ultimo aveva puntato su una campagna elettorale dai toni accesi, cercando di appoggiare le posizioni più estremiste, la leader di Fratelli d’Italia, al contrario, ha cercato di ripulire l’immagine del partito dalla scomoda etichetta di “post-fascisti”, puntando a tranquillizzare gli opinionisti dentro e fuori dall’Italia.

 

Non tutti i tentativi di chiudere con il passato però sono andati a buon fine. A partire da quello di cancellare i riferimenti al fascismo dalla pagina Wikipedia di Meloni (prontamente censurati) o quando in piena campagna elettorale l’assessore alla sicurezza della Regione Lombardia di Fdi, Romano La Russa, si è esibito in un saluto romano. Così, nonostante l’immagine moderata mostrata in pubblico, fra la stampa estera c’è chi ha parlato del “ritorno del fascismo delle persone perbene”. Ora anche in Italia in molti si chiedono quale strada imboccherà il partito che nasce dalle ceneri del Movimento sociale italiano del repubblichino Giorgio Almirante.

 

Per questo Il Dolomiti ha deciso di parlarne con lo storico trentino Francesco Filippi, autore di una fortunata serie di libri sul Ventennio fra cui “Mussolini ha fatto anche cose buone. Le idiozie che continuano a circolare sul fascismo”, “Ma perché siamo ancora fascisti? Un conto rimasto aperto” e “Noi però gli abbiamo fatto le strade: Le colonie italiane tra bugie, razzismi e amnesie”.

Innanzitutto, l’etichetta di post-fascisti è calzante?

“Non sono un grande appassionato di suffissi perché lasciano il tempo che trovano. Piuttosto prendo atto che una parte di elettori, nonostante le dichiarazioni di Meloni, attraverso il voto ha voluto esprimere una certa nostalgia per un’idea fascista della società. Se Fratelli d’Italia vuole davvero essere un partito che si allontana da quell’alveo deve far capire che i fatti del ‘900 vanno valutati all’interno di una cornice di responsabilità rispetto a quanto fatto dall’Italia e da Mussolini”.

 

Per l’appunto quello che in molti si chiedono è se davvero Fratelli d’Italia ha chiuso con il passato legato al fascismo?

“Diciamo che durante questa campagna elettorale abbiamo assistito a una doppia veste di Meloni che ha negato più volte e con forza l’affiliazione diretta al fascismo, evidentemente un’operazione che lei stessa ha ritenuto di dover fare per trasformare Fratelli d’Italia in un partito conservatore moderno. Il tema è che questa conversione non è stata percepita come autentica da una parte della base di Fratelli d’Italia e nemmeno da alcuni dirigenti. Per alcuni Fratelli d’Italia resta il partito da votare se si ritiene di rincorrere un passato di stampo fascista. Poi rimane una certa ambiguità e una difficoltà a fare i conti con il passato, penso al simbolo della Fiamma Tricolore ereditato dall’Msi, un partito che nacque con la chiara volontà di presentarsi come erede della Repubblica sociale italiana, con al suo interno fascisti mai pentiti, inoltre, anche fra gli amministratori c’è chi festeggia la marcia su Roma e continua a fare il saluto romano”.

 

Il riferimento è al caso La Russa?

“Nel comunicato che Fratelli d’Italia ha prodotto per giustificare l’accaduto si legge tutta la difficoltà di andare a contestualizzare quel gesto. Da un lato si è tentato di sostenere che l’assessore stesse addirittura cercando di impedire ai presenti di fare il saluto romano, dall’altro si è detto che il gesto non è sanzionabile in quanto commemorativo. Ma delle due l’una, o si ammette che il saluto romano non doveva essere fatto riconoscendo la gravità del gesto, oppure lo si minimizza. È da queste difficoltà che nasce l’ambiguità”.

 

Cosa dobbiamo aspettarci nei prossimi mesi?

“Credo che Meloni sarà impegnata a tranquillizzare tutti, non penso che il 28 ottobre, giorno della marcia su Roma, ci sarà una qualche commemorazione. Piuttosto sarà interessante osservare cosa accadrà il prossimo 25 aprile, questa è una festa nazionale di tutti gli italiani democratici, vedremo se si creeranno problemi fra Meloni e la sua base”.

 

Eppure da più frange della Destra era arrivata la richiesta di boicottare, se non addirittura cancellare, il 25 aprile…

“Sulle responsabilità e la memoria del fascismo si è detto tutto il contrario di tutto, io più che ai precedenti mi affiderei alle intenzioni sul domani. Nella situazione attuale un governo come quello che si prospetta non avrà grandi margini di manovra dal punto di vista economico, pertanto potrebbe scegliere di portare avanti un’agenda politica di carattere identitario, temi che costano poco economicamente ma che scaldano la base. Non credo che la radicalizzazione del dibattito arriverà da Meloni in sé quanto piuttosto da una frangia del suo partito che non sembra seguirla con convinzione in questo tentativo di modernizzare il partito”.

 

E sugli elettori cosa possiamo dire?

“Non credo che il 26% degli elettori sia un fascista o un nostalgico, quello che rilevo è che sommando anche i consensi degli alleati quasi la metà degli elettori non vede la questione del fascismo come un tema dirimente e attuale. Da storico è questa la cosa che mi preoccupa maggiormente. Non è possibile ostinarsi a definire il 25 aprile un momento divisivo perché invece rappresenta il momento fondativo della nostra democrazia. Il fatto è che se la metà di chi vota pare non avere presente che l’Italia ha inventato il totalitarismo e non ricorda che il nostro Paese ha contribuito alla costruzione dell’Europa dei genocidi, significa che c’è un problema su quelli che dovrebbero essere dei valori comuni e condivisi. Eppure è solo accettando e riconoscendo queste responsabilità che si potrà dire di avere definitivamente chiuso con quel passato”.

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