Caccia in deroga al fringuello, così Paccher danneggia i cacciatori trentini, da anni in cerca di accettazione sociale come 'gestori di fauna' e ora killer di uccellini di 21 grammi
La buona notizia è che la crociata a favore dei capannisti ha avuto pochissime adesioni, 328 cacciatori sui seimila tesserati trentini. Questo vuol dire che il processo di riposizionamento culturale attorno ad un modello inventato a tavolino ma efficace, quello del cacciatore alpino, ha avuto successo e oggi esprime al meglio l’identità di chi esercita l’attività venatoria in Trentino. Il resto sono scorie. Nessuna intenzione di farsi risucchiare in rigurgiti lombardoveneti regressivi

TRENTO. Forse tutto il dibattito sulla caccia in deroga al fringuello ruota attorno ad un equivoco. Perché il consigliere leghista Roberto Paccher ha ragione. La specie non è minacciata a livello continentale, Ispra ha dato il via libera e la delibera autorizzativa della Provincia di Trento è stringente e conservativa. Stop. E allora l’equivoco dove sta? Sta nel focus attorno a cui il dibattito si è sviluppato. Il problema non è la sostenibilità del prelievo, il problema è che cosa significa per il mondo venatorio trentino questa novità e che tipo di cultura venatoria esprime. O, se vogliamo, che tipo di civiltà venatoria.
Il cacciatore trentino è oggi un modello piuttosto ben riuscito di cacciatore alpino, cioè il prodotto perfetto di una pura e semplice invenzione culturale, di un lungo processo di elaborazione del proprio ruolo in una società profondamente mutata. Questo spiega l’insistenza sulla caccia come attività “ecologica”, attenta alla biodiversità, e sul ruolo del cacciatore come gestore della fauna. I modelli di riferimento sono quelli continentali, Austria e Germania, con una Weltanschauung più protestante che cattolica. Scopo: l’accettazione sociale. Va da sé che tutto ciò non ha nulla a che fare con la “tradizione”. Al contrario, è un’autentica manipolazione della memoria collettiva.
Nell’area trentina e alto veneta, così come nelle zone confinanti della Lombardia, la caccia storicamente è stata tutt’altro: si sparava a tutto. Per fame. Proteine a costo zero. Piena libertà, al riparo da preoccupazioni gestionali o selettive di sorta. Nessuno scrupolo. Una caccia di necessità e, per dirla tutta, anche un po’ da straccioni. Ma torniamo ai fringuelli e al prelievo in deroga. Che significato ha per il mondo venatorio trentino, ora che da tempo ha indossato lo Janker? Due risposte.
La prima negativa. Ed è per Paccher. Provi pure ad andare in un qualunque consesso d’Oltrebrennero a spiegare che, a scopo ricreativo, può sparare a uccelli del peso di 21 grammi. Cinque al giorno, ben inteso, che sarebbe un po’ come dire che un pescatore si alza all’alba e fa giornata con cinque alborelle. Quelli lì, quelli d’Oltrebrennero, lo guarderanno increduli e stralunati. Non troverà né comprensione né accettazione. Un vago senso di umana pietà, forse.
La seconda risposta è invece positiva, ed è per tutti gli altri. Tutti proprio tutti, dentro e fuori il mondo venatorio. La crociata a favore dei capannisti ha avuto pochissime adesioni, 328 cacciatori sui seimila tesserati trentini. Questo vuol dire che il processo di riposizionamento culturale attorno ad un modello inventato a tavolino ma efficace, quello del cacciatore alpino, ha avuto successo e oggi esprime al meglio l’identità di chi esercita l’attività venatoria in Trentino. Il resto sono scorie. Nessuna intenzione di farsi risucchiare in rigurgiti lombardoveneti regressivi. Il Novecento è finito.












