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| 28 set 2025 | 06:00

“Urne vuote e piazze piene (ma pur sempre con minoranze). Da Gaza al clima, i partiti 'introversi' non attraggono più e per i giovani la partecipazione politica è 'social'”

Un apparente paradosso: sempre meno persone alle urne mentre le forme di partecipazione politica alternativa sembrano seguire un corso ben diverso. L'analisi del direttore del dipartimento di Sociologia e ricerca sociale di UniTn, Marco Brunazzo

TRENTO. Alcuni dati di partenza.

 

Il primo. Nel 2022, per la prima volta, alle elezioni politiche in Italia si è recato al voto meno del 70% degli aventi diritto. Molto meno, in realtà: appena il 64%, registrando un calo del 9% rispetto alla tornata elettorale precedente – a sua volta meno partecipata di quella prima. Oggi, secondo l'ultima rilevazione dell'Istituto Ixè, meno della metà degli italiani (il 49,2%) si dichiara orientato ad andare alle urne. E il trend non si registra solo a livello nazionale: giusto per rimanere agli appuntamenti più recenti, meno della metà degli elettori si è presentata ai seggi in Emilia Romagna, in Liguria e in Basilicata nel 2024 (il 46,42, il 45,97 e il 49,81%), poco più del 50% (il 53,3) in Umbria, in Piemonte (55,3%) e in Abruzzo (52,19%). 

 

Il secondo. Rispetto a tornate elettorali ben più partecipate delle ultime, si può a buon ragione sostenere che le sfide e le minacce che accompagnano i recenti anni delineino un contesto nazionale e internazionale in totale cambiamento rispetto all'ordinamento che ha caratterizzato la seconda metà del Ventesimo secolo e i primi anni del Ventunesimo. Eppure, nonostante questi troubled times la nostra democrazia – e non solo: con alcune importanti eccezioni, vedi le recenti elezioni in Germania, in tutta Europa l'affluenza in calo è un tema cruciale – sembra non riuscire a superare una sistemica disaffezione e un generalizzato disinteresse nei suoi canali “tradizionali” – in altre parole, i partiti – proprio quando ce ne sarebbe più bisogno.

 

E così si arriva al terzo punto: il cortocircuito è infatti servito se si guarda a forme alternative di partecipazione politica, che sembrano invece seguire una direttrice molto diversa. Nel concreto lo abbiamo visto, giusto per rimanere agli ultimissimi giorni, con le recenti manifestazioni contro lo sterminio a Gaza. Un'iniziativa partita dai sindacati e che più che “guidatadall'area politica di riferimento – come accadeva in passato – sembra esser stata “inseguita” da partiti sempre più a rimorchio del sentimento popolare. E non si tratta di un'eccezione - né tantomeno di una problematica legata solo a una determinata area politica. Dalle proteste ambientaliste dei Fridays for future alle manifestazione contro la violenza di genere fino alle proteste per l'emergenza casa, l'iniziativa politica extra-istituzionale sembra rafforzarsi, quella tradizionale infiacchirsi.

 

“È indubbio che le modalità di partecipazione politica stiano cambiando, e sempre di più le persone si esprimono 'verticalmente' su questioni molto specifiche”. A parlare, analizzando i termini della questione, è il professore di UniTn Marco Brunazzo – ordinario di Scienza politica e direttore del Dipartimento di sociologia e ricerca sociale. “In altre parole, la partecipazione politica dei cittadini oggi non necessariamente segue le 'normali' espressioni, attraverso la presenza alle urne o l'iscrizione ai partiti. Dalla sanità pubblica al cambiamento climatico fino a Gaza, lo sciopero e la manifestazione oggi vanno a toccare temi di certo molto importanti, ma anche molto specifici. Spesso poi parliamo di una partecipazione che dura all'interno di una ristretta finestra di attenzione sul tema stesso: un modello in qualche modo 'social' e che proprio grazie ai social viene veicolato”. Una partecipazione diversa, non meno politica: se il mondo dei social ha ampliato a dismisura il potenziale di visibilità della protesta però, allo stesso modo potrebbe averla resa anche più volatile.

 

“Una differenza rispetto al passato – precisa Brunazzo – è che non vediamo più, a livello politico, un impegno quotidiano che richieda una campagna di mobilitazione articolata: nella maggior parte dei casi parliamo di iniziative spontanee, nate dal basso”. E così da 'leader' ci si ritrova, inevitabilmente, a inseguire.

 

“Io però – continua il professore dell'ateneo trentino – non sopravvaluterei a livello generale la massa critica delle persone che scendono in piazza. Siamo sempre di fronte, di fatto, a delle minoranze. Molto vocali, certo, ma se rapportate al Paese relativamente contenute nei numeri”. Eppure in particolare nella fase attuale non mancano, su tutti i temi, partiti e movimenti che lungo tutto lo spettro politico quelle voci le raccolgono e ne fanno in definitiva proposte politiche: “Così però – aggiunge Brunazzo – si mobilita chi di fatto è già di area. In generale comunque i potenziali nuovi elettori non si convincono con questioni di politica estera, ma con l'economia, con la percezione del proprio benessere e del proprio status economico. Un'eccezione recente è rappresentata dalla Germania, dove però in definitiva la risposta degli elettori è arrivata alla sfida interna posta da Alternative fur Deutschland ai tradizionali partiti tedeschi”.

 

La questione più preoccupante, conclude l'esperto: “È che viviamo in una fase di totale cambiamento, di sfide enormi, e il trend di partecipazione ai momenti più importanti della vita democratica è in forte decrescita. Il tutto proprio mentre ci sarebbe grande bisogno di più partecipazione, di più espressione. E in definitiva questo aspetto va legato alla crisi dei partiti, che non riescono a ri-mobilitare le loro basi. I partiti stessi sono diventati molto introversi, vengono percepiti come veicoli elettorali per i singoli candidati piuttosto che come mezzi di movimentazione politica su una visione futura condivisa”.

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