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Coronavirus (VIDEO), gli esseri umani sono i principali responsabili della comparsa di nuove epidemie

Antropizzazione, deforestazione e sfruttamento intensivo delle risorse aumentano esponenzialmente le possibilità che gli esseri umani entrino in contatto con gli animali selvatici, vettori di malattie potenzialmente mortali, con conseguenze disastrose tanto per l’economia che per la salute umana. Il Wwf: “Esiste un legame strettissimo tra le epidemie e le dimensioni epocali della perdita di natura”

Di Tiziano Grottolo - 04 maggio 2020 - 10:12

TRENTO. I Coronavirus, quindi la famiglia di virus noti per causare malattie che vanno dal comune raffreddore a sindromi respiratorie molto gravi, sono stati identificati per la prima volta a metà degli anni ’60. È stato dimostrato come i virus di questa famiglia possano infettare sia l’uomo che alcune specie di animali, fra cui mammiferi e uccelli. Il SARS-CoV-2, acronimo di Sindrome Respiratoria Acuta Grave-CoronaVirus-2, cioè il virus che ha provocato l’attuale epidemia è stato segnalato per la prima volta a inizio dicembre 2019 nella città di Wuhan (Cina). Si tratta di un nuovo ceppo di coronavirus mai identificato prima.

 

Benché non esista alcuna evidenza scientifica di una trasmissione attraverso zecche, zanzare o altri insetti, gli scienziati sono propensi a credere che SARS-CoV-2 abbia un’origine animale. In questo senso i pipistrelli sono i principali indiziati. Ciò non deve stupire, il cosiddetto salto di specie o spillover è un fenomeno ampiamente conosciuto e, secondo gli esperti, è destinato ad aumentare per colpa dei modelli di sviluppo delle nostre società che sempre più spesso invadono gli spazi della biodiversità.

 

In un video (QUI sotto) pubblicato dal giornale francese Le Monde e in Italia arrivato grazie al settimanale Internazionale, si spiega come nel corso del XX secolo le zoonosi, cioè tutte quelle malattie che si trasmettono dagli animali all’uomo, abbiano colpito con sempre maggiore frequenza. Elemento certificato anche da uno studio pubblicato nel 2008 sulla rivista Nature dal titolo “Global trends in emerging infectious diseases”. Il giornalista scientifico David Quammen, intervistato da Le Monde, già nel 2013 aveva preannunciato l’avvento di un’epidemia mondiale: “Gli esperti mi avevano detto che il virus sarebbe arrivato dal mondo animale – ha dichiarato al giornale francese – probabilmente dai selvatici, ma il problema non risiede solo nel fatto che ci nutriamo di animali ma dipende anche da altri fattori”.

 

 

In buona sostanza il verificarsi, sempre con maggior frequenza, di gravi epidemie (che precedentemente circolavano tra gli animali) è dovuto al nostro modello di sviluppo che ci porta ad occupare in maniera sempre più massiccia spazi che prima ospitavano un’alta concentrazione di biodiversità. Non è un caso che le principali epidemie abbiano avuto origine nella fascia dei tropici, proprio laddove la biodiversità è maggiore e spesso coincide anche anche con un'elevata densità di popolazione. La pressione che gli esseri umani esercitano su queste zone è sempre maggiore, l’antropizzazione di territori “vergini” è un fenomeno sempre più diffuso che incide negativamente anche sulla stessa biodiversità.

 

Con la scomparsa delle foreste però, e la conseguente riduzione dell’habitat dei selvatici, aumenta la possibilità di entrare in contatto con specie di animali che possono veicolare nuove epidemie. Il problema è che i virus possono sfruttare degli organismi “ponte”, per esempio è raro che un pipistrello (portatore dell’ebola) attacchi un uomo trasmettendogli il virus, più probabile che il contagio avvenga per mezzo di un altro animale, anche domestico, entrato in contatto con il pipistrello e solo in un secondo momento contagi l’essere umano.

 

Come spiega Le Monde lo stesso accade quando si deforesta per far spazio all’allevamento: in Malesia è stata cancellata una porzione di foresta per far spazio all’allevamento di maiali, nella foresta però viveva una specie di pipistrello (vettore della malattia virale di Nipah) che si nutre di frutta. I maiali, nutrendosi dei resti di frutta lasciati cadere dai pipistrelli, si sono infettati trasmettendo poi la malattia all’uomo. Scelte di sviluppo e sfruttamento delle risorse ambientali dunque influiscono sulla probabilità di essere colpiti da un’epidemia. Se poi aggiungiamo il fatto che è possibile viaggiare da un capo all’altra del mondo in poche ore ecco che l’equazione “antropizzazione-sfruttamento delle risorse-possibilità di diffondersi di gravi epidemie” diventa esplosiva.

 

Di questo ne è convinto anche il Wwf che denuncia: “Esiste un legame strettissimo tra le malattie che stanno terrorizzando il pianeta e le dimensioni epocali della perdita di natura”. L’associazione sottolinea come molte delle malattie emergenti, dall’Ebola, All’AIDS, passando per SARS, influenza aviara, influenza suina e il nuovo coronavirus SARS-CoV-2, non siano catastrofi del tutto casuali, bensì la conseguenza indiretta dell’impatto umano sugli ecosistemi naturali. Il Wwf sottolinea come le epidemie comparse negli ultimi 50 anni, non solo abbiano avuto elevati costi sociali e gravi effetti sulla salute, ma abbiano danneggiato gravemente il sistema economico, facendo registrare costi altissimi sia in termini di vite che di perdita di ricchezza. Secondo le stime la Sars e Aviaria hanno avuto dei costi economici che si aggirano attorno ai 40 miliardi di dollari: “Ma l’emergenza legata al Covid-19 – fanno sapere dal Wwf – sembra avere già superato gran parte di queste cifre”.

 

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