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Bolzano
14 giugno | 17:27

''La politica militare in Italia resta un tabù. Abbiamo un esercito apprezzato per mansioni non sue. Sospesa la leva obbligatoria non si è pensato ad alternative''

Tra videosorveglianza, controlli rafforzati e una crescente presenza delle forze armate negli spazi pubblici, emerge la necessità di riflettere su come stanno cambiando le nostre società e sul rapporto tra cittadini, istituzioni e difesa. Quali sono le conseguenze di queste trasformazioni sullo spazio urbano? Per parlare di questi fenomeni Eurach Research ha intervistato Matteo Mazziotti di Celso, ricercatore dell'Istituto di ricerca strategica della Scuola Militare (Irsem) di Parigi ed esperto delle relazioni tra civili e forze armate in Italia, ed Elisa Piras, ricercatrice del Center for Advanced Studies 

Fotografia di Annelie Bortolotti-Eurac Research
di Margherita Tomadini

BOLZANO. Telecamere di sorveglianza sempre più diffuse, pattugliamenti rafforzati e presenza di forze armate nei punti considerati sensibili: sono alcuni dei segnali più evidenti di un fenomeno che gli studiosi definiscono "securitizzazione". Un processo attraverso il quale la percezione di insicurezza nelle città porta istituzioni e amministrazioni ad adottare misure per garantire la sicurezza pubblica. Ma quali sono le conseguenze di queste trasformazioni sullo spazio urbano e sul rapporto tra cittadini e istituzioni? E chi è effettivamente responsabile della protezione di una nazione? A questi interrogativi ha dedicato un approfondimento Eurac Research, confrontandosi con Matteo Mazziotti di Celso, ricercatore dell'Istituto di ricerca strategica della Scuola Militare di Parigi (Irsem) ed esperto delle relazioni tra civili e forze armate in Italia, ed Elisa Piras, ricercatrice del Center for Advanced Studies di Eurach.  

 

Molti fenomeni sociali vengono letti attraverso la lente della sicurezza, perché? 

Risponde Elisa Piras: “Temi come il disagio giovanile o il degrado urbano non derivano solo da problemi di sicurezza, ma sono fenomeni che celano dinamiche di esclusione e marginalizzazione. La sicurezza è la chiave di lettura più spendibile e che permette di individuare risposte puntuali, visibili e giustificabili politicamente. Un altro motivo riguarda la responsabilità dei media nel parlare di “emergenza sicurezza”, anche quando i dati non mostrano una crisi in corso. Tante volte si ricorre alla scorciatoia cognitiva e comunicativa, piuttosto di pensare a soluzioni più articolate in cui istituzioni e forze dell’ordine dovrebbero logicamente interagire. Per rispondere al disagio giovanile, al degrado urbano, alla gestione dei migranti e dei richiedenti asilo bisognerebbe creare programmi ad ampio raggio: partnership non facili da mettere in piedi”.  

 

La sicurezza può essere descritta come assenza di pericoli, ma per eliminare i pericoli dobbiamo anche accettare di limitare la nostra libertà, ad esempio. Cosa siamo disposti a sacrificare in nome dalla sicurezza? 

“Dopo gli attentati a Falcone e Borsellino, la maggior parte dei siciliani si dichiarava disposta a restaurare la pena di morte. Quando i contesti sono permeati dalla paura, come conseguenza l’idea di democrazia si affievolisce: le regole e le procedure democratiche vengono percepite come ostacoli alla risoluzione rapida ed efficace delle crisi – spiega Matteo Mazziotti di Celso-. Ciò non è sempre vero, ma di fronte alla paura tutti i nostri diritti vengono messi da parte, come si evince dal sondaggio siciliano. Davanti alla paura siamo disposti a tornare indietro rispetto alle conquiste civili che abbiamo ottenuto”.  

 

In Italia, l’esercito è stato spesso impiegato per assolvere a compiti che invece spetterebbero alla polizia. In che modo si è arrivati a questa scelta? 

Continua Mazziotti di Celso: “Inizialmente, dopo la fine della guerra fredda, era necessario trovare un impiego legittimo delle forze armate. I militari sono quindi stati subito affiancati alle forze di polizia e impiegati in caso di calamità naturali. Ambiti di intervento popolari e apprezzati, che hanno permesso alle forze armate di mantenere un ruolo rilevante nella società. Poi, è subentrato un fattore di carattere economico: con la riduzione della spesa pubblica, ci si è trovati a dover spendere meno per le forze dell’ordine, mentre le forze armate erano disponibili ad intervenite e a colmare i vuoti. Il terzo motivo riguarda il fatto che, dal 1992, l'Italia ha subito una serie di minacce importanti: mafia del sud, attentati terroristici, che anche se non colpivano direttamente la Penisola giustificavano lo stato d’allerta e terrorizzavano la popolazione. Per questi fattori, la politica ha deciso di affidarsi all’esercito anche per le questioni di sicurezza interna. Di recente, però i militari hanno iniziato a lamentarsi di dover assolvere a questi compiti, ed economicamente l’Italia è in una situazione migliore. D'altra parte, però, operazioni come “Strade sicure” sono estremamente popolari: più dell’80 per cento della popolazione sostiene la politica che prevedere l’utilizzo dei militari per operazioni di ordine pubblico. Alla gente non dispiace vedere il personale militare per strada e la politica non è disposta a pagare il prezzo di mettere fine a questa operazione.” 

 

In Italia il rapporto tra società ed esercito dovrebbe migliorare, in che senso e a quale scopo? 

“Le forze armate italiane non riescono ad essere strutturalmente efficaci perché nessuno vuole entrarci. L'Italia ha sempre avuto un problema di assenza di interesse verso l’esercito, com’è stata risolta questa mancanza? Offrendo contratti a tempo indeterminato, regalando il posto fisso a molte persone che stavano nell’esercito solo un anno, arruolando quindi chi non era idoneo o non aveva capacità, togliendo alcuni requisiti psicofisici all’entrata, e promuovendo campagne di promozione nelle zone più depresse d’Italia - spiega il ricercatore dell’Irsem -. Oggi però, se non si crea un po’ di interesse verso questo tipo di carriere, lo scenario non è roseo: o si taglia la percentuale delle forze armate, o i nostri contingenti militari saranno sempre composti da gente in cerca di altri scopi e di bassa qualità. Tutti i sondaggi dicono però d’altra parte che le forze armate sono le istituzioni che godono di maggiore fiducia dopo la polizia. Le persone le apprezzano in quanto credono che siano uno strumento di protezione civile, di intervento in caso di calamità naturali o a supporto delle forze di polizia. Non è così, perché questi compiti spettano alle altre forze, l’esercito serve ad altro. Se c'è questo fraintendimento casca il palco, perché abbiamo un corpo militare apprezzato per mansioni che non sono le sue non per quello che dovrebbe fare. Quindi l’esercito viene apprezzato, ma sulla base di un equivoco".

 

In Germania le persone con età compresa tra i 17 e i 45 devono chiedere un’autorizzazione preventiva per soggiorni all’estero superiori ai tre mesi. È immaginabile uno scenario di questo tipo in Italia?  

Risponde ancora il ricercatore ed esperto delle relazioni tra civili e forze armate in Italia: “Il problema è connesso all’appartenenza alla Nato, che chiede di soddisfare determinati requisiti. La Germania, sulla base di queste richieste deve aumentare l’organico delle proprie forze armate. La leva obbligatoria risponde a questa necessità, ma ritengo impensabile che possano imporla. In Italia, la percezione della minaccia è minore e quindi, nonostante lo stato italiano si trovi a dover aumentare gli organici, anche la legittimità di una qualsiasi nuova politica militare è inferioreDa noi il dibattito è totalmente tabù, l’Italia non ha mai saputo raccogliere interesse: la leva obbligatoria fu sospesa nel 2005, senza pensare a soluzioni alternative. La Nato mette pressione però, e quindi, la questione è questa: se vogliamo far parte dell’Organizzazione, dobbiamo aumentare gli organici. Come? La Germania offre fino a 3.000 euro a chi si arruola volontariamente”.

 

La retorica della minaccia: quanto pesa? E le cosiddette minacce ibride, cosa sono?  

“Hackeraggi su larga scala che possono bloccare intere reti dei trasporti, centrali elettriche o nucleari, o creare problemi ai sistemi di sorveglianza. Eu e Nato sono consapevoli che siamo di fronte ad uno scenario di minacce sempre più ibride, che non utilizzano solo il mezzo militare. Diventa quindi importante che ci sia congruenza tra le minacce a cui si deve rispondere e agli strumenti che vengono utilizzati. Questa congruenza non c’è ancora” spiega la ricercatrice Elisa Piras.  

 

Il sistema di sicurezza internazionale delle Nazioni Unite per il mantenimento della pace è ormai sorpassato?  

Le Nazioni Unite stanno conoscendo forse la più grossa crisi della loro storia: ad oggi è lecito chiedersi che senso abbia il sistema di salvaguardia della pace che era stato elaborato dopo il 1945. I membri del Consiglio sono divisi – aggiunge ancora Piras - È una crisi politica, come anche finanziaria e amministrativa. Non solo il mantenimento della pace, ma anche la sicurezza alimentare, la difesa del pluralismo culturale, dell’ambiente, dell’infanzia dipendono dal sistema delle Nazioni Unite e sono messe a rischio da un Consiglio di sicurezza senza comunicazione. Se d’altra parte però dovessimo ammettere la sconfitta delle Nazioni Unite, sarebbe l’inizio di una giungla internazionale”.  

 

Sicurezza umana. Di cosa si tratta?  

“Significa pensare alla sicurezza sotto diversi punti di vista. Non solo in termini militari e strategici, ma anche in relazione a tante dimensioni diverse: educazione, disponibilità di risorse naturali incontaminate che non comportino rischi per la salute e modelli di mobilità efficiente e sostenibile. Oggi però, con la guerra alle porte, questo tema passa inevitabilmente in secondo piano” spiega Elisa Piras, ricercatrice del Centro di ricerche avanzate di Eurach.  

 

A proposito di guerra alle porte, la guerra in Ucraina poteva essere un’occasione affinché l’Italia rivedesse la sua politica militare. È stato così? 

“No, nessun cambiamento - dichiara Mazziotti di Celso -. Dal punto di vista dei rapporti con la società, nessuno ha sollevato il tema del rapporto tra popolazione e forze armate e lo ha analizzato criticamente. Se ne parla solo in modo ideologico e fazioso. I pochi cambiamenti che sono stati fatti sono avvenuti a livello organizzativo all’interno delle forze armate e non hanno raggiungo l’opinione pubblica. Questo è dovuto al fatto che noi non percepiamo questa guerra come pericolosa per noi. Lo dicono tutti i sondaggi: l’Italia è il paese europeo meno sensibile a questa minaccia”.  

 

Tornando alle nostre città, quali alternative abbiamo a videosorveglianza e militari che presidiano stazioni e monumenti? 

Conclude l’esperto intervistato dall’Eurach: “La sicurezza è una spesa inefficiente, nel senso che ogni soldo dato ad un agente di polizia non è investito in altre attività che produrrebbero un ritorno molto maggiore. La sicurezza cresce parallelamente ai diritti, non è in antitesi ad essi. Bisogna avviare un dibattito serio e smettere di parlare di sicurezza in maniera emergenziale. La sicurezza può essere interpretata in mille modi e questo va spiegato. Informazione e cultura sono sempre la soluzione”. 

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