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Protonterapia, in tre anni 316 pazienti curati e un'attività di ricerca all'avanguardia. Ecco come funziona: "I protoni sono più incisivi dei fotoni"

Viaggio nella struttura da 90 milioni di euro che (tra polemiche e critiche) rappresenta una delle grandi eccellenze del nostro sistema sanitario. Rombi"Il fascio di protoni riesce ad 'attaccare' la massa tumorale in maniera più mirata della radioterapia ma sarebbe sbagliato dire che con la protonterapia si guarisce di più" (IL VIDEO DI COME FUNZIONA IL MACCHINARIO)

Di Cinzia Patruno - 16 settembre 2017 - 13:36

TRENTO. "Sarebbe errato dire che i protoni hanno efficacia maggiore rispetto alla classica radioterapia, ma possiamo dire che il paziente li tollera meglio. La protonterapia causa meno complicanze acute, quelle calcolate fino a tre mesi dopo l'erogazione del trattamento". Non regalano sogni al centro di Protonterapia di Trento. Non si racconta la storia che chi verrà trattato con i protoni sarà guarito senza fatica e senza impegno. Ma lo spaccato che dà la dottoressa Rombi è importante, utile a far capire alla cittadinanza quanto la struttura di Trento sia considerata una delle più all'avanguardia del mondo, capace di servire anche alla ricerca, a testare i materiali che poi andranno nello spazio sottoponendoli alle radiazioni prodotte dal ciclotrone.

 

Ma andiamo con ordine. Siamo entrati nel centro di via al Desert dove abbiamo avuto la fortuna di parlare con tre donne, tre eccellenze del mondo della ricerca e della medicina: Sabina Vennarini, dirigente medico presso il Centro di Protonterapia di Trento, Barbara Rombi, dirigente medico dell'Unità Operativa di Protonterapia di Trento e Chiara La Tessa, ricercatrice e fisica sempre nella stessa struttura. Una struttura che ad oggi ha trattato 316 pazienti, dal 2014 ad oggi, di cui 52 sono pediatrici o giovani (sotto i 21 anni). L'unità operativa con sede a Trento Sud tratta principalmente tipologie patologiche quali tumori cerebrali o della base cranica, sarcomi dei tessuti molli e dell'osso, tumori della colonna vertebrale e tumori pediatrici. Il trattamento con protonterapia è particolarmente indicato in situazioni cliniche difficili: in caso di lesioni in vicinanza di organi sensibili, in regioni anatomiche complesse, in caso di lesioni tumorali impegnative per forma e volume e in età pediatrica. "La protonterapia permette - spiega la dottoressa Sabina Vennarini, dirigente medico presso il Centro di Protonterapia di Trento - di coprire tutti i distretti corporei, anche quelli più delicati come la base del cranio o l'occhio. Il trattamento può arrivare a sostituire l'intervento chirurgico, laddove questo sia troppo rischioso".

 

 

Un centro che dai muri ai macchinari è costato circa 90 milioni di euro e che, in media, per ciclo di trattamento costa circa 36.000 euro. Una struttura che in passato è stata anche al centro di polemiche e critiche per i troppo alti costi e per lo scarso utilizzo. Le cose, però, adesso sembrano destinate a cambiare: da poche settimane, i trattamenti della protonterapia sono stati inseriti nei Lea (i Livelli essenziali di assistenza) e quindi tra le prestazioni e i servizi che il Servizio sanitario nazionale è tenuto a fornire a tutti i cittadini, gratuitamente o dietro pagamento di una quota di partecipazione (ticket). Questo vorrà dire (quando sarà fissato dal ministero il tariffario, cioè i "costi" massimi delle diverse prestazioni mediche) che a quel punto le spese per i trattamenti saranno garantiti dallo Stato e molte più persone potranno sottoporsi a questi trattamenti (ad oggi funziona con accordi regionali, dove quindi sono le Regioni convenzionate a sostenere le spese per il loro cittadino, oppure pagando di tasca propria, come accade a diversi pazienti provenienti, per esempio dall'estero).

 

Ma la Protonterapia cos'è? Si tratta di una forma particolare di radioterapia che utilizza i protoni al posto dei raggi X ad alta energia e i fotoni. "I protoni rilasciano la loro energia nei tessuti irradiati in maniera diversa rispetto i fotoni - spiega Barbara Rombi -. La dose è depositata quasi interamente e con estrema precisione, nello spazio di pochi millimetri. Ciò rende questa terapia più efficace nel trattamento dei tumori più profondi, laddove la classica terapia a fotoni danneggerebbe la parte sana senza agire poi su quella malata". Detto in soldoni i protoni aggrediscono direttamente il Dna della massa tumorale e la combattono in questo modo molto incisivo mentre i fotoni agiscono sull'acqua della cellula sgonfiandola e, indirettamente, colpendo anche il Dna. Tuttavia, il trattamento del tumore con fascio di protoni non è migliore della radioterapia classica. E' più tollerabile dal paziente e assicurerebbe una qualità di vita più alta nel post trattamento.

 

 

 

 

L'avanzata tecnologia del Centro di Protonterapia di Trento, unica a livello mondiale, ha consentito una specializzazione nel trattamento di pazienti pediatrici. "Ci siamo specializzati nel trattamento di bambino sotto i 6 anni in sedazione, anche grazie ad un'area di anestesia all'avanguardia", così la dottoressa Rombi. L'erogazione del trattamento è suddivisa in tre fasi: l'anestesia, una fase di set up e infine l'esposizione al fascio di protoni, che dura quindici minuti. "La fase più delicata è quello di set up, che consiste nel posizionamento del paziente sulla superficie apposita della macchina erogatrice del fascio di protoni - prosegue Rombi -. La posizione del paziente viene determinata quotidianamente attraverso la verifica di sei vettori di posizionamento, in modo da andare a colpire con il fascio la zona malata nel modo più preciso possibile, evitando di danneggiare altre aree". La macchina erogatrice del fascio di protoni è in grado di eseguire una rotazione di 360 gradi.

 

Cuore pulsante del Centro di Protonterapia di Trento, a livello operativo ma anche della ricerca, sono i fisici sanitari. "A livello nazionale - chiarisce Chiara La Tessa, ricercatrice e fisica presso l'Unità Operativa di Protonterapia -, sono tre i grandi centri di protonterapia: quello di Trento, il Cnao di Pavia e quello di Catania, che però è specializzato nei tumori dell'occhio. A differenza del rinomatissimo Cnao però il Centro di Trento dispone di una sala sperimentale interamente dedicata alla ricerca, nella quale si svolgono esperimenti che non possono essere eseguiti nelle sale pazienti". La sala sperimentale non è utilizzata unicamente per scopi medici: "E' messa a disposizione a fini di ricerca e utilizzata da gruppi esterni italiani ma anche europei. Per esempio qui si testano i materiali che poi dovranno andare nello spazio. Si riesce a ricreare il fascio di radiazioni che c'è fuori dalla nostra atmosfera verificando resistenza e capacità respingenti".

 

La delibera della Giunta provinciale di venerdì 15 settembre 2017, su proposta dell'assessore alla salute Luca Zeni, ha deciso di rafforzare ulteriormente l'azione di promozione del Centro a livello nazionale ed internazionale. Sono stati stanziati 270 mila euro in tre anni per promuoverne la struttura. Questa fa seguito ad azioni già intraprese legate all'apertura del Centro a pazienti di altre regioni italiane. Lo scorso marzo, ad esempio, è stato approvato lo schema di accordo euroregionale tra la Provincia di Trento, la Provincia di Bolzano e il Land Tirolo per la promozione della protonterapia a favore dei pazienti dell'Euregio. L'accordo con queste regioni, così come con il Piemonte e l'Emilia Romagna, è in fase istruttoria, mentre sono già operativi quelli raggiunti con il Veneto e le Marche.

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