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Il regista 'trentino' Razi Mohebi trionfa a Cuneo con 'Cittadini del nulla'

Il documentario 'Cittadini del nulla' si è aggiudicato il primo premio nella sezione 'Nuova cittadinanza' quale miglior opera visiva della kermesse organizzata dalla fondazione Nuto Revelli

Di Luca Andreazza - 05 novembre 2017 - 19:25

CUNEO. L'edizione numero nove del concorso 'Scrivere altrove' parla un po' trentino. Il girato 'Cittadini del nulla' del regista Razi Mohebi si è imposto sabato 4 novembre nella sezione 'Nuova cittadinanza' quale miglior opera visiva della kermesse organizzata dalla fondazione Nuto Revelli.

 

Il film 'Cittadini del nulla' è già alla seconda affermazione, la sceneggiatura di questo lavoro ha vinto infatti nel settembre 2014 il 'Premio Mutti' per il miglior trattamento alla Mostra Internazionale del Cinema di Venezia.

 

Una pellicola che racconta la storia di una rifugiata politica afghana appena giunta in Italia (Monira) e degli incontri e delle situazioni con le quali si trova a doversi confrontare. La donna cerca accoglienza e protezione, ma si scontra con una realtà quotidiana che la emargina e la fa sentire fuori posto. 

 

La condizione di alienazione si riflette nei non-luoghi scelti per l’ambientazione. Documenti e passaporti hanno un valore ambivalente, passe-partout verso la libertà e strumenti di controllo. La condizione del rifugiato scivola verso l’apatia di una terra di nessuno.

 

Cittadini del Nulla - Trailer from Razi Film House on Vimeo.

Nato in Afghanistan, Mohebi dopo essere fuggito in Iran e ritornato nella propria terra, dove ha firmato in qualità di aiuto regista il film 'Osama', il primo realizzato in Afghanistan dopo la caduta del regime talebano e presentato al Festival di Cannes nel 2003.

 

L'Afghanistan per qualche anno rifiorisce, almeno sul piano culturale, tra bombe e attentati, rinasce una scuola internazionale di cinema, si affermano pittori e scultori, si sprigiona quell'energia intellettuale completamente azzerata dai talebani. 

 

E in questo stesso periodo Razi è assistente alla regia del film, in cui, nella prima scena, si vedono sfilare centinaia di donne che rivendicano il lavoro e i più elementari diritti umani. Per questo film Razi è stato minacciato, rapito, picchiato e lasciato in fin di vita alla periferia di Kabul.

 

Questa in estrema sintesi la storia di Razi Mohebi, arrivato nel 2007 a Trento con la moglie Soheila e il figlioletto come invitato ad un festival cinematografico, si rifugiò con loro, da allora, nel nostro Paese, dopo che per Religion Today aveva portato un documentario sulla storia di tre giornaliste uccise. Proprio in quei giorni, arrivò infatti la notizia che avevano chiuso la Razi Film House, la sua società di produzione del film 'Kite', apertamente condannato dai talebani.

 

Tornare in Afghanistan sarebbe stato troppo pericoloso e così Mohebi chiede lo stato di rifugiato, situazione che si riflette nella storia di 'Cittadini nel nulla', persone prigioniere di due stati, quello da cui si è fuggiti e quello che accoglie.

 

"Per questo - dice il regista - andare all'estero è molto difficile. Girare in Europa è ancora possibile, ma è difficile andare oltre. Qualche tempo fa, per esempio, ci avevano invitati a Stanford per fare delle lezioni di cinema ma non siamo potuti andare. Questo è l'unico aspetto negativo della mia esperienza in Italia. Per il resto qui ho trovato tanti amici, lavoriamo e lavoriamo bene e creiamo nuove prospettive per tante persone" (Qui la sua storia).

 

E il film cerca di raccontare quel luogo indefinito che è il rifugiato politico, attraverso la storia di Monira, rifugiata afgana che vive con altri 'invisibili' in una fabbrica abbandonata alla periferia di Trento, fino al giorno in cui il legittimo proprietario decide di cacciarli.

 

L'uomo però, girovagando tra i giacigli lasciati dalle persone che lì avevano vissuto, comincia a interrogarsi su quegli uomini e su quelle donne, e in particolare trova il diario di Monira. E' un'opera che attinge alla grande tradizione del cinema iraniano, quello di Panahi e di Kiarostami, un cinema dove contano più le immagini rispetto ai dialoghi e dove molto viene detto per metafore.

 

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