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"Baggio? Simpaticissimo. Mazzone? Un maestro. Guardiola? Allenatore in campo", Antonio Filippini si racconta

Trecentotre presenze in serie A, in quel massimo campionato in grado di attrarre tutti i grandi campioni tra gli anni '90 e 2000. Il tecnico del Trento ricorda la sua carriera in serie A e propone una ricetta per rilanciare i settori giovanili

Di Luca Andreazza - 21 gennaio 2018 - 18:19

TRENTO. Trecentotre presenze in serie A, in quel massimo campionato in grado di attrarre tutti i grandi campioni, da Ronaldo a Batistuta, da Salas a Weah, senza dimenticare il meglio del calcio italiano: Del Piero, Vieri e Totti. Questa la dimensione respirata in sedici anni di carriera da Antonio Filippini, l'attuale tecnico del Trento.

 

Insomma, una figura che non avrebbe bisogno di presentazioni. Un marchio di fabbrica di quel Brescia sono proprio i gemelli Filippini, ma Antonio e Emanuele sono riusciti a conquistare tutte le piazze tra modi sempre composti, equilibrio, umiltà, carattere e prestazioni generose. E nemmeno quando hanno appeso le scarpe al chiodo per intraprendere le carriere di allenatori hanno perso umiltà e voglia di mettersi in gioco. 

 

Brescia, Palermo, Lazio, Treviso e Livorno le stazioni del metronomo di centrocampo. Sempre prestazioni positive a garantire equilibrio e corsa nella zona mediana del rettangolo verde. "Ho sempre cercato di onorare la maglia - spiega Filippini - ma prima di tutto il mio cognome. E' quello che spiego anche ai giocatori. Prima di tutto si gioca per rendere onore alla storia famigliare e ai sacrifici legati al proprio cognome, quindi è una conseguenza mostrare attaccamento alla squadra. E' una forma di rispetto verso sé stessi, compagni e società".  

 

Nel corso del periodo in maglia biancoblu calca il campo a fianco di campioni del calibro di Roberto Baggio, Andrea Pirlo, Pep Guardiola, Luca Toni, Luigi Di Biagio e Dario Hubner, senza dimenticare Carlo Mazzone in panchina. Ma l'elenco potrebbe essere infinito. "Ho avuto la fortuna - dice Filippini - di potermi misurare nel campionato più bello e difficile del mondo. La serie A era il punto di riferimento del calcio". 

 

Una situazione ben diversa rispetto all'attuale fotografia, che vede l'Italia guardare i prossimi mondiali russi in televisione. "A mio parere - aggiunge il tecnico del Trento - è giusto sostenere a Coverciano l'esame per ottenere il patentino: non è scontato che gli ex calciatori di serie A siano in grado di allenare, ma renderei obbligatorio tre anni come tecnici dei settori giovanili. Questo avrebbe una duplice finalità: migliorare il movimento e portare esperienza alle giovani leve, ma anche perché l'impegno nelle giovanili aiuta gli allenatori stessi nell'approccio e nella forma mentis".

 

E si parte da quel 30 settembre 2001. Un riassunto di quel Brescia: Carlo Mazzone e Roberto BaggioE' il derby contro l'Atalanta. Gli orobici sono avanti per 3-1. Una gara tesa e ovviamente sentitissima. E' tutta la partita che gli ultras nerazzurri beccano il tecnico, che si trattiene a stento, ma sul 3-2 appena firmato dal Divin codino arriva la promessa in romanaccio: "Se famo er pari...". E manco a dirlo, quando manca una manciata di minuti alla fine, il pareggio è servito, così come l'indimenticabile corsa di Mazzone sotto la curva degli ultras. Ma quando l'hai visto partire?

In quella gara ero partito titolare e quindi ero stato sostituito (28' st da Yllana): mi sono goduto tutta la scena e in panchina ci siamo messi a ridere tantissimo. Diciamo che i dirigenti non sono stati particolarmente decisi o interessati a fermare quella corsa. E' stato un momento veramente divertente. Nella settimana successiva non sono mancate le prese in giro a Mazzone: la più abusata era quella che saranno stati almeno trenta anni che non faceva un allungo simile.

 

I primi gemelli a scendere sui campi della massima serie. A parte una parentesi (Antonio a Brescia e Emanuele a Parma), avete sempre giocato fianco a fianco

Siamo praticamente cresciuti insieme, ci bastava un'occhiata per intenderci, anche se da un certo punto di vista questo aspetto ci ha penalizzato: tante trattative sono sfumate per la credenza generale che rendessimo solo in coppia e quindi il costo del cartellino raddoppiava. In realtà la nostra migliore stagione è stata, forse, quando abbiamo intrapreso strade diverse.  

 

Hai diviso lo spogliatoio con Roberto Baggio, sicuramente tra i campioni più cristallini di sempre, questo nonostante delle ginocchia estremamente fragili.

Un campione incredibile, che non ha mai fatto pesare il suo cognome oppure la sua classe. Se sbagliavi un passaggio non diceva nulla, ma ti incoraggiava. Mai una parola fuori posto. Un professionista serissimo: la sua unica preoccupazione era il rettangolo di gioco. Magari saltava qualche allenamento per recuperare a causa delle ginocchia malandate, ma potevi essere certo che era a casa a fare cinque ore di esercizi per tenersi in forma. Fuori dal campo invece è simpaticissimo: sdrammatizza sempre e le battute non gli mancano.

 

E Pep Guardiola?

Una persona dallo spessore umano enorme. Arrivato dal Barcellona, si è calato perfettamente nella realtà di Brescia. Si aveva l'impressione che avesse sempre giocato per i biancoblu. Inoltre era già un allenatore in campo. L'immagine che mi rimane impressa sono gli scambi tra Baggio e il centrocampista: si poteva vedere lo stadio muoversi in sincrono.

 

Hai assistito alla metamorfosi di Pirlo. Ai tempi del Brescia ci fu l'intuizione di spostarlo davanti alla difesa.

Ricordo bene quel giorno. Carlo Mazzone prese da parte noi (i gemelli Filippini, ndr) e Pirlo, che proveniva dall'Inter. Il mister fu chiaro: in attacco ho già Baggio, Hubner e Tare, quindi davanti non hai spazio, ma ho pensato di metterti davanti alla difesa e voi dovete correre anche per Andrea. Ci siamo messi a disposizione e nell'amichevole contro la Primavera abbiamo visto la strada giusta. 

 

Un atto di umiltà di Pirlo che veniva da una 'grande', ma anche vostra che avete messo a disposizione gambe e polmoni per la causa. Ora che ha smesso, il campione del mondo avrà un futuro da allenatore?

I grandi campioni difficilmente sono altezzosi perché sono consapevoli di sacrificio e lavoro per arrivare ai livelli più alti. Inoltre per restarci ci vuole equilibrio e professionalità. Per quanto mi riguarda, mi mettevo a disposizione del tecnico volentieri, soprattutto se hai la possibilità di giocare vicino a determinati campioni. Ogni pre-campionato partivo tra le riserve per poi diventare titolare per il tanto lavoro oscuro che si riusciva a garantire. 

 

Ogni tanto sento ancora Andrea, non ha ancora deciso, ma sono convinto che può svolgere qualunque ruolo. E' un grande intenditore di calcio e avrebbe la personalità giusta per allenare. Nonostante venga descritto come un tipo taciturno, in realtà è un chiacchierone e in campo si faceva rispettare.

 

Un altro ex Brescia, Tare, si è messo in luce in questi anni come dirigente della Lazio

Si intuiva che aveva una marcia in più a livello dirigenziale. Già parlava quattro o cinque lingue e aveva occhio: non mi stupisce la sua carriera fuori dal campo.

 

Oltre a Mazzone, ti hanno allenato Gianni De Biasi, Serse Cosmi e Francesco Guidolin

Ho cercato di rubare qualche segreto a ognuno di loro. I miei tre riferimenti sono Carlo Mazzone per la capacità di saper gestire il gruppo, Silvio Baldini a livello tattico e Francesco Guidolin per consapevolezza e concentrazione. Quest'ultimo avrebbe meritato di potersi misurare in una grande squadra e sono certo avrebbe raccolto risultati. In questo momento invece il miglior allenatore e Antonio Conte per la capacità di abbinare bel gioco e intensità: le sue squadre sono un martello.

 

Stavi per chiudere la carriera a 38 anni al Feralpisalò, quindi la chiamata del Brescia per allenare i Giovanissimi ti ha convinto a smettere prima.

Un'opportunità che ho deciso di cogliere subito. Ho sempre avuto la predisposizione, senza però pensarci in modo concreto. Ero concentrato sul campo e nel fare il calciatore. Dopo una settimana come tecnico mi sono reso conto che questo mestiere mi piace e mi sono deciso a mettermi alla prova. Un'esperienza fondamentale per muovere i primi passi in questa nuova carriera.

 

Tra le curiosità il concerto in salsa rock, chitarra alla mano, eseguito in Curva Nord allo Stadio Renzo Barbera di Palermo.

Un'emozione indimenticabile. Ci siamo esibiti per festeggiare la promozione dei rosanero (insieme a Emanuele alla batteria e Andrea Gasbarroni alla voce, ndr) davanti a 40 mila persone. Ora suono molto meno perché la carriera da allenatore richiede molto tempo, anche se ogni tanto mi esibisco per eventi benefici. Magari ritornerò a suonare allo stadio per qualche altra vittoria o promozione.

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