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Dalla corsa di Mazzone al lancio di Pirlo con Van der Sar messo a sedere, Filippini racconta Baggio: ''E poi è arrivato anche Guardiola. In una parola immensi''

L'ex centrocampista di Brescia, Palermo, Lazio, Treviso e Livorno racconta le annate con il Divin Codino e l'allenatore del Manchester City. Completato il corso da mental coach è prontissimo per tornare in panchina. "Ho parlato con tante società, aspetto la chiamata giusta dopo la delusione con il Livorno"

Antonio Filippini abbraccia Roberto Baggio: i due hanno condiviso quattro stagioni al Brescia sotto la guida di Carletto Mazzone
Di Daniele Loss - 20 febbraio 2021 - 21:15

BRESCIA. Un anno e mezzo fa, in occasione del collegamento con il Festival dello Sport di Trento, Ronaldo O'Fenomeno disse che, tra i calciatori affrontati in Italia, ricordava soprattutto "i fratelli Filippini, che andavano a duemila all'ora. Mamma, sembravano cinque fratelli".

 

Ebbene sì Antonio e Emanuele Filippini, i gemelli più famosi del calcio italiano, viaggiavano veramente a velocità quasi insostenibili per gli altri e, soprattutto, non si fermavano mai. Non è un caso che la canzone preferita di entrambi - animo rock di quelli "duri e puri" - sia "Born to run", uno dei pezzi più famosi di "Sua Maestà" Bruce Springsteen.

 

Antonio è un volto assai conosciuto a Trento, visto che nella stagione 2017 - 2018 è stato, per sei mesi, l'allenatore della formazione gialloblù in serie D, a cui ha fornito un contributo decisivo nel raggiungimento della salvezza. Il capoluogo è rimasto nel cuore del centrocampista bresciano, che in carriera ha giocato 303 partite in serie A e 180 in serie B, alle quali vanno aggiunge 32 presenze in coppa Italia e 15 nelle coppe Europee. Il totale, considerando anche i primi anni trascorsi tra C2 e C1? 623 gare e 37 reti tra i professionisti in un percorso durato 19 anni.

 

Lui, bresciano doc, cresce nella Voluntas e a 17 anni passa al Brescia, dove completa il percorso giovanile, prima di finire - per un triennio - all'Ospitaletto, la seconda società controllata da Luigi Corioni, che della Leonessa era il proprietario, il presidente e l'anima. Dopo essersi fatto le ossa, torna alla casa madre, disputa da protagonista due tornei di serie B e il 31 agosto 1997 esordisce in serie A in quell'Inter - Brescia 2-1 a San Siro in cui, per la prima volta, il "Chino" Recoba mostrò tutto il suo talento al mondo con due fantascientifiche reti di sinistro. L'annata si conclude con il ritorno in B ma, dopo altri due campionati tra i cadetti, arriva la seconda promozione, con Nedo Sonetti in panchina.

 

Nel 2000, però, a Brescia cambia tutto. Dal Perugia arriva Carletto Mazzone a guidare i biancazzurri e, soprattutto, Roberto Baggio che, dopo due anni avari di soddisfazione all'Inter, cercava un'altra sfida. Mazzone, saputo che il Divin Codino stava trattando con la Reggina, compie il blitz, Corioni trova l'accordo economico e il numero dieci più amato d'Italia decide che sì, sarà biancazzurro.

 

"Voi lo vedevate dalla tribuna o in televisione - esordisce Filippini - io ho avuto la fortuna di poterlo ammirare in allenamento e giocarci assieme per quattro anni. L'ho conosciuto bene: calciatore unico, inarrivabile, dotato di una classe immensa e uomo eccezionale. Sì, Roberto è stato uno dei giocatori più umili con cui ho condiviso campo e spogliatoio. Un leader silenzioso, una persona buona e sensibile. L'arido mondo del calcio di adesso, nel quale il fattore umano conta sempre meno, non fa per lui e, infatti, si è chiamato fuori. Giocare con lui e Guardiola è stato un onore, un privilegio.

 

A Guardiola arriveremo dopo. Qualche giorno fa ha compiuto gli anni: vi siete sentiti?

Certo, gli ho mandato gli auguri - se la ride Filippini - ricordandogli che sta diventando vecchietto. E lui mi ha risposto ringraziandomi: era felice che mi fossi ricordato del suo compleanno. E poi vi racconto un altro aneddoto per farvi capire che uomo è Roberto Baggio.

 

Prego, dica.

Un paio d'anni fa, al Festival dello Sport di Trento al quale lui era invitato come ospite, gli abbiamo fatto una sorpresa, d'accordo con l'organizzione. Io e alcuni altri suoi ex compagni, tra cui il portiere Ferron, siamo saliti in città per salutarlo, senza che lui lo sapesse. Si è emozionato veramente e, sul palco, si è anche commosso. Ma l'aneddoto non è finito. Alla fine dell'incontro lui è stato letteramente assaltato dai fans e, dunque, ci siamo persi vista. Ebbene, mentre rientravo in macchina a Brescia, mi squilla il telefono ed è lui, che si scusa per non avermi salutato di persona. Cioè, Baggio che firma autografi si scusa con me, un'ora dopo, per non avermi abbracciato e salutato. Questo è lui, una persona eccezionale.

 

E quel gol alla Juve? Con stop a seguire fantascientifico su Van Der Sar e tocco nella porta vuota dopo una giocata che solamente due - tre calciatori di tutti i tempi saprebbero fare?

"Il gol più bello che gli ho visto fare e, probabilmente, uno dei migliori della sua carriera. Recuperiamo palla, Pirlo, che Mazzone inventò regista arretrandogli la posizione e cambiandogli la carriera, guarda in avanti, io sono lì vicino e, in maniera piuttosto veemente - tanto per utilizzare un eufemismo - gli chiamo il pallone. Lui lancia lungo, io m'incazzo ma poi, nel giro di tre secondi, Roby mi cambia l'umore, facendo quel che ha fatto. Una cosa mai vista ma, vi assicuro, che in allenamento era ancora più spettacolare da ammirare.

 

E l'anno successivo a Brescia arriva anche un "certo" Pep Guardiola.

Un altro uomo fantastico e giocatore clamoroso. Dal primo secondo che mise piede a Brescia avemmo tutti la sensazione che lui fosse un bresciano doc. Persona squisita, s'inserì immediatamente nello spogliatoio e nei meccanismi e già allora si vedeva che sarebbe diventato un allenatore fenomenale. Diceva: "datemi il pallone anche se ne ho due addosso, perché se due mi marcano vuol dire che qualche compagno è libero". Già vedeva oltre e, infatti, ha cambiato il modo d'intendere e praticare il calcio.

 

Ci dia un parere da allenatore: Guardiola ha veramente rivoluzionato il gioco del calcio?

Ma sì, assolutamente. La costruzione dal basso, il tiki taka, la pressione altissima, tutti concetti che lui ha studiato, introdotto e con cui ha vinto. E quanti adesso applicano, in tutte le categorie, dalla serie A alla Prima Categoria, le idee di Guardiola? Se hai così tanti seguaci vuol dire che sei un rivoluzionario. Come Sacchi quindici anni prima, anche Pep ha cambiato le leggi del gioco.

 

E non possiamo non parlare di Carletto Mazzone.

Un papà più che un allenatore, ma chi pensa fosse un tecnico "pane e salamina" si sbaglia di grosso. Il sorriso sì, la battuta anche, ma con i giocatori manteneva distacco, come è giusto che sia. In tre anni che è rimasto a Brescia non è mai - dico mai - entrato nello spogliatoio dei giocatori durante la settimana. Carisma da vendere e grande gestore delle dinamiche di gruppo erano le sue caratteristiche principali. Da lui ho imparato tanto.

 

E quella corsa a perdifiato sotto la curva dei tifosi dell'Atalanta quando Baggio segnò il gol del 3 a 3 in quell'infuocato derby?

Io ero stato sostituito da poco: il mister aveve tolto me, centrocampista, e inserito un attaccante per cercare la rimonta. Quindi quella scena me la sono goduta dalla panchina. Prima l'avvertimento: se facciamo 3 a 3 vengo lì sotto. Poi il gol e la corsa e, sono convinto tutt'oggi, che i dirigenti, che avrebbero potuto fermarlo perché, insomma, erano molto più giovani di lui, l'abbiano lasciato andare per vedere cosa sarebbe successo. E, anche loro per godersi la scena. Io credo che quei 50 metri di corsa di Mazzone siano diventati i 50 metri più famosi della storia del calcio italiano.

 

Arriviamo al presente. Oggi Antonio Filippini cosa fa?

Studia, si documenta e si aggiorna e aspetta la chiamata giusta per tornare in panchina. Ho appena completato un corso da mental coach, perché ormai l'aspetto mentale conta quasi, se non di più, dell'aspetto tecnico - tattico e seguo tutto il calcio. Ho avuto un po' d'abboccamenti, ho rifiutato qualche proposta, altre trattative non sono andate in porto, ma io sono pronto per tornare in pista dopo l'esperienza dello scorso anno a Livorno.

 

Ecco, appunto, ma non doveva restare sulla panchina labronica?

Infatti, avrei dovuto. Ero andato a Livorno per fare il "vice" e aumentare il mio bagaglio, poi mi sono ritrovato a ricoprire il ruolo di primo allenatore e, una volta terminato il lockdown, ho accettato il prolungamento del contratto per completare il campionato a patto di un rinnovo anche per l'anno successivo. Ho avuto mille rassicurazioni, ero pronto e, un sacco di volte, mi hanno detto che mi avrebbero richiamato presto. Sto ancora aspettando quella chiamata, ma tant'è, acqua passata. È stata un'esperienza difficile, abbiamo completato la stagione impiegando la Primavera e la mia idea era di ripartire con quel gruppo in serie C, valorizzando i giovani e mantenendo la categoria. Non se n'è fatto nulla, ma non sono abituato a guardarmi indietro.

 

Il Trento lo segue ancora?

Certo che sì e sono strafelice che quest'anno le cose stiano andando benissimo. Con il Presidente Mauro Giacca il rapporto è rimasto eccellente, ci sentiamo ancora e a lui non posso che augurare tutto il meglio, perché se lo merita proprio. Ci mette impegno, passione e dedizione sì, sarei proprio felice riuscisse nel suo intento di riportare la squadra gialloblù in serie C.

 

E la musica? Ricopre ancora un ruolo importante nella sua vita?

Della musica non ci si stanca mai. !uella resta e resterà sempre una grandissima passione anche se, purtroppo, adesso non si può più suonare dal vivo. Negli ultimi anni l'abbiamo fatto spesso in occasione di eventi di beneficenza.e speriamo di poter tornare quanto prima a strimpellare e cantare.

 

Ci giunge voce che la famiglia sia prossima ad allargarsi.

Eh sì, a luglio diventerò papà per la terza volta, visto che mia moglie Chiara aspetta una bimba. Sarà la terza figlia e poi - conclude ridendo - sarò definitivamente circondato dalle donne, visto che ho già due figlie grandi. Un'enorme gioia, siamo al settimo cielo.

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