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Ciao Dino, la messa a fuoco ora è sull’infinito: il ricordo di Nereo Pederzolli

Dino Panato è scomparso a 68 anni, sabato. I funerali si terranno domani (martedì 5 giugno) alle 15 nella chiesa del Sacro Cuore, nel suo quartiere "in quel rione – San Bortol – che porta un nome che nessun almanacco religioso contempla. Quartiere a sud di Trento, le ‘Palafitte’, case spartane tra cortili a suo tempo animati da schiere di ragazzi..."

Di Nereo Pederzolli - 04 giugno 2018 - 19:21

TRENTO. Scriveva con le foto. Senza puntare al colore, solo al ritmo del messaggio. Che poteva essere sportivo o semplicemente istantaneo fermo fotogramma, per cogliere quell’attimo – citando Henri Cartier Bresson – che non si ripeterà più.

Il ritmo lo aveva nel sangue, nella sua indole di ‘tamburista’ come lui insisteva nel definirsi, nonostante abbia scandito (con la sua mastodontica batteria) il battito della più evoluta musica rock mai udita sui palchi di tutto il Trentino. Timbrico, in tutto. In un mix che non ammetteva confini tra la sua martellante parlata, gli echi delle rullate sui tamburi, la sequenza dell’otturatore della macchina fotografica.

 

Scatti meccanici, il click che non concede repliche, non lascia tempo, neppure incertezze; tempo e diaframma, la messa a fuoco altrettanto manuale, l’istantaneità del gesto per fermare con la luce il pensiero. Consegnandolo – previo sviluppo e stampa delle foto – alla vista dei più. Archetipo di una fotografia di un recentissimo passato, che sembra appartenere a remote esplorazioni, alchimie di un mestiere basato sull’intuizione, tenacia e tecnica. Specialmente impugnando quelle reflex in voga sul finire degli Anni ’70, la diatriba tra i ‘nikonisti’ e certi esteti intenti a privilegiare solo la bellezza, l’armonia. Lui, no. Mirava al sodo, rilanciando idee. Fotografando il quotidiano per stimolare pensieri. Buoni.

 

Dino non ha mai fotografato con irruenza. In qualche modo partecipava all’evento, al momento che stava per cogliere, fermandolo – fino alla dilagante rivoluzione del digitale e dell’immagine elettronica oscenamente ostentata da sofisticati quanto banali telefonini - sulla pellicola rigorosamente in bianco e nero. Fotografia ingiustamente ritenuta d’antan. Il colore delle immagini di oggi lascia poco spazio all’immaginazione. Quel ‘pensiero visivo’ che chiama i nostri sensi a confrontarsi. A guardare – anche tramite le foto – con gli occhi, ma ‘vedere’ con i ricordi.

 

Ricordi che Dino Panato non ha mai custodito solo nel suo vasto, ordinato, incredibile archivio. Estraeva dai dossier vecchie istantanee giustamente computerizzate, proprio per superare ostacoli tecnici (intingere carta sensibile in obsolete vasche di soluzioni chimiche sistemate in altrettante lugubri camere oscure, il giallo verdastro delle lampade, l’ingranditore con ottica fissa e altri marchingegni decisamente fuori moda) e renderci partecipi all’evento. Anche e specialmente se la foto era molto datata. Ma proprio perché aveva una concezione tutta sua di ‘fermare il tempo’ collegava tutto alla contemporaneità. Lo faceva con simpatica, contagiosa istrioneria. Senza se e senza ma. Schietto, preciso, come i suoi scatti: quelli che non distinguevano ritmo musicale, le sequenze fotografiche, l’altrettanta parlantina ‘a mitraglia’. E che parlantina!

 

Mai banale. Piuttosto un ‘bastian contrario’. Per dinamiche legate all’indole libertaria e schiettamente popolare della sua famiglia, che orgogliosamente rievocava. Ideali di libertà, gli ‘ultimi’ da rispettare ancor prima e meglio dei privilegiati. Impegno, questo, che Dino Panato ha davvero coltivato. Dai tempi della sua infanzia in quel rione – San Bortol – che porta un nome che nessun almanacco religioso contempla. Quartiere a sud di Trento, le ‘Palafitte’, case spartane tra cortili a suo tempo animati da schiere di ragazzi, quasi sempre in combutta con i privilegiati ‘zittadini’ delle residenze vicine, Gocciadoro e Bolghera. Esperienze giovanili molto formative e che Dino ha praticato nella sua ‘professione militante’.

 

Tutela del ruolo del fotografo nei giornali, pure l’etica del fotografo nel ‘diritto di cronaca’. Mai una sua forzatura, nel pieno rispetto dei protagonisti. Indipendentemente se bisognava fotografare un tragico incidente stradale o documentare l’evento sportivo più eclatante. Ecco perché le foto di Dino hanno sempre colto nel segno. Bilanciate tra etica ed estetica. Adesso non finiranno solo nell’archivio curato ottimamente dai suoi cari, dalla bravura di suo figlio Daniele, davvero un fotografo degno del padre.

 

Immagini che continueranno ad alimentare i nostri sogni. A ‘vedere’ con i ricordi.

Ciao, Dino. La messa a fuoco ora è sull’infinito.

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