Una mostra per ricordare quando la vendemmia era un momento sociale. Oggi tra pali in cemento, raccolta meccanizzata e programmazione qualcosa si è perso
A Castel Belasi, in valle di Non, è stata allestita una mostra fotografica sulla vendemmia. Un'occasione che può (o dovrebbe) trasformarsi in un momento per ripensare, rivedere e progettare un domani vitivinicolo
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TRENTO. Le foto evocano tempi remoti, stimolano ricordi, scampoli di vita contadina dove vite e vita sono intrecciate con la fatica e i piccoli peccati alcolici delle comunità rurali decise a coltivare - forse senza nemmeno saperlo - il loro futuro. Immagini di un Trentino enoico decisamente poco valorizzato e che - con la mostra allestita dalla Pat a Castel Belasi, in valle di Non - può (o dovrebbe) trasformarsi in un momento per ripensare, rivedere e progettare un domani vitivinicolo.

Fotografie d’alto valore estetico e altrettanti momenti etici. Immagini catturate da maestri dell’obiettivo, nomi di pionieri della documentazione visiva. A partire da Sergio Perdomi, monumentale - in tutti i sensi - protagonista di un Trentino che diventa italiano senza stravolgere la sua secolare identità asburgica. Foto assolutamente storiche. Come quelle dei fratelli Pedrotti, senza dubbio indiscutibili quanto ineguagliabili interpreti di una fotografia montanara abbinata alla coralità: foto che cantano, senza alcuna concessione a prestabilite o false gestualità.
Stessa metodologia dell’indimenticabile Flavio Faganello, il fotografo del vento, tra la sperduta vita dei contadini dei masi mocheni e l’altrettanta giovialità dei viticoltori della val di Cembra. Dove il ‘lambicar’ ha un duplice significato: anzitutto sancisce la fatica, il duro lavoro su terrazzamenti arditi, talmente ripidi che solo la mano dell’uomo riesce a domare la vigoria viticola. Costringendo gli stessi contadini a ‘lambicar’ distillare abusivamente (di ‘strabauz’) parche vendemmie. Con rudimentali alambicchi sistemati in rustici ripari sulla sponda sinistra dell’Avisio.

Molto più articolata e supportata da una singolare formalità è invece la minuziosa ricerca fotografica di Piero Cavagna, interprete di un Trentino del nuovo millennio, fotoreporter drammaticamente vittima di un fatale incidente lungo un sentiero sulla Paganella, nell’autunno del 2022. Foto tutte ‘pescate’ dall’archivio culturale della Pat ora stampate ed esposte a Castel Belasi in grande formato che fissano il cambiamento, contadini che potano con la radiolina a transistor, altri che sorseggiano un bicchiere sulla soglia di casa. Esposizione allestita coinvolgendo vari soggetti, da Slow Food al Movimento turismo del vino.
Immagini statiche per una vitivinicoltura che ha davvero bisogno di ripensare il suo ruolo, su come produrre vino, come coltivare la vigna, difendere la territorialità, la memoria di quanti sono ‘fissati’ negli scatti dell’esposizione, ma anche contribuire a tracciare futuri operatori enoici. La recente e continua corsa alle produzioni intensive ha stravolto gran parte del territorio vitato. Viti e vini rischiano di essere distanti dalle loro radici. Forme di colture mirate alla mera produttività, per vini di stampo internazionale. Stravolgendo i vigneti senza imperfezioni. Plotoni di filari talvolta meccanizzati che nulla hanno a spartire con l’estetica, frutto della mano dell’uomo, del vignaiolo. Mano sicura ha piantato ‘ad occhio’ il filare, rispettato il crinale della collina, la (giusta) direzione dell’esposizione verso il sole del pomeriggio. Vigneti che raccontano l’habitat dove nascono. Racchiudono saperi. Non solo sapori.

Una viticoltura improntata a imbottigliare vini sempre più corposi e di alta concentrazione, mentre alcuni colossi enologici recuperano ingenti quantità di uve extra dolomitiche per ‘domare’ il mercato della grande distribuzione, vini a prezzi riservati al mercato internazionale. Penalizzando la variabilità del vino trentino, in auge prevalentemente solo con le bollicine dello spumante classico. Tolto il Trento Doc resta ben poco. Nelle campagne si registra infatti la continua proliferazione di vigneti per la spumantistica. Impianti fitti fitti, spesso privi di fascino ambientale (pali di sostegno in cemento, tiranti con materiali di plastica colorata, reti antigrandine o per impedire la presenza di nidi d’uccelli) piante con rese sempre più impostate a uve generose, competitive. Vendemmie iper programmate, pigiature d’alta enotecnologia, che rischiano di togliere al vino i sani, gioiosi momenti della convivialità: quella ben documentata nelle foto di Castel Belasi.
Vino come atto agricolo e che deve interpretare l’evoluzione del consumo, tra cambiamento climatico, ricerca scientifica, la sperimentazione delle viti cosiddette ‘resistenti’ (non hanno bisogno di trattamenti chimici) ripensando il modo stesso di ‘fare uva per fare vino’. Senza subire standard oramai in voga in ogni ambito, che non rispettano fondamentali diversità. Coltivare più l’immagine che la sostanza viticola, tralasciando legami culturali, dimenticando i valori intrinsechi del luogo specifico della produzione enologica. Chiamando in causa le strutture politico amministrative del comparto agricolo. Tra norme e disciplinari, il ruolo del Consorzio Vini del Trentino, quello dei più accorti vignaioli, senza tralasciare cantinieri e il potere delle cantine sociali.
Applicare tecniche di viticoltura di precisione per difendere sia la biodiversità che gli attacchi fitosanitari. Mettendo al centro gli aspetti antropologici di un vigneto e il ruolo fondamentale dell’uomo, insistendo sul significato del suolo, del clima e di tutto quanto è ‘terroir’. Perché anche un habitat limitato come un minuscolo vigneto - pensiamo alle ‘frate’ della valle dei Laghi, dove si coltiva nosiola - è soprattutto un soggetto antropologico delle comunità locali. Valori che individuano le peculiarità stesse del vino, con una strategia comune di difesa non scandite esclusivamente dal vino, ma da valori insiti nella popolazione. Il vigneto diventa un simbolo di un territorio, per sancire alleanza, catena, trasmettere il senso del bene comune da preservare. Mirando ad obiettivi condivisi, per un patto che leghi tra loro tutti gli operatori di uno specifico ambito. Non solo e non tanto quelli che producono vino, ma anche il consumatore più attento e curioso.
Ecco allora l’importanza di conservare - in maniera dinamica - il carattere dei singoli ‘terroir’ trentini. Una sostenibilità nel tempo (‘sostenibile’: dal concetto di ‘sostein’, modulazione, dare continuità al suono così come al suolo) anche se sappiamo che i vigneti dolomitici non sono rigorosamente su giacimenti ancestrali, ma su appezzamenti pazientemente accuditi, tra scassi, spostamenti di terra, muri a secco per sfruttare lembi irti dell’alta collina. Suolo come risorsa non rinnovabile, terra che ha bisogno di attenzioni e di cure minuziose. Agire con rispetto e altrettanta voglia di progredire. Tecnica antica e visione futura. Per onorare le fatiche. Come quelle applicate a suo tempo dai viticoltori protagonisti della mostra nonesa. Rispettando la terra, incentivando nel contempo la ricerca viticola più avanzata, per chiedere alla terra - attraverso una rispettosa alleanza - quanto di meglio può dare la terra stessa.












