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Cinquantacinque anni fa in una baita veniva ucciso il terrorista Amplatz. Tra indagini chiuse in fretta e servizi segreti "fu omicidio di Stato"

Nella notte tra il 6 e il 7 di settembre del 1964, la spia dei servizi segreti Christian Kerbler uccideva Amplatz e feriva Georg Klotz. Era l'esito, maldestramente messo in pratica, di un piano per togliere di mezzo due influenti e scomode figure del Bas. Anche nelle indagini degli anni '90, che aprirono un inquietante squarcio sul ruolo dei servizi segreti italiani, non si pervenne alla verità. Franceschini: "L'Alto Adige fu palestra della guerra non convenzionale"

Di Davide Leveghi - 12 settembre 2019 - 11:07

TRENTO. Nella notte tra il 6 e il 7 settembre 1964, in una baita della Val Passiria, moriva per due colpi di pistola il terrorista sudtirolese Alois Amplatz. Il suo sodale, il “martellatore della Val Passiria” Georg Klotz veniva ferito, riuscendo rocambolescamente a darsi alla fuga, riparando al di là del confine. Cosa avvenne effettivamente e perché, rimane avvolto nel mistero, anche se le ricostruzioni, mai seguite da esiti giudiziari definitivi, hanno aperto uno squarcio piuttosto inquietante sul ruolo dello Stato italiano nella lotta al terrorismo altoatesino.

 

“Se da una parte c'è sempre un alone di mistero – racconta il giornalista Cristoph Franceschini, autore del documentario Bombenjahre – dall'altra negli ultimi venticinque anni le carte rese pubbliche hanno aperto maggiore chiarezza”. La vicenda è stata ricostruita nel tempo, acquisendo sempre nuovi dettagli.

 

I due attivisti del Bas, il Befraiungsausschus Südtirol, passavano a cavallo tra agosto e settembre del 1964 il confine tra Austria e Italia. La grande conoscenza del territorio permetteva loro di aggirare i controlli predisposti lungo tutto l'arco della frontiera dalle forze dell'ordine italiane – nella caserma di Selva dei Mulini, tre giorni prima, veniva ucciso Vittorio Tiralongo, la prima vittima non civile del terrorismo altoatesino-, ma la necessità di un appoggio logistico li spingeva a prendere contatto con tre uomini, come successivamente scoperto, legati ai servizi segreti militari (Sifar) e ai carabinieri.

 

Anton Platter e i fratelli Christian e Franz Kerbler offrirono il loro aiuto ai due terroristi latitanti, condannati e ricercati per gli attentati della “Notte dei Fuochi” del 1961, una serie di esplosioni dinamitarde che colpirono l'intera provincia di Bolzano seminando il panico e uccidendo, di contro alle intenzioni iniziale dell'ideatore e capo del Bas Sepp Kerschbaumer, lo stradino Giovanni Postal. “Non si conoscono le ragioni precise dello scavallamento del confine – spiega Franceschini – poteva essere per rivedere le proprie famiglie o per dar vita a nuove azioni, non si sa”.

 

I due fratelli Kerbler si aggiungono alla coppia di Aktivisten, accompagnandoli nei movimenti sul territorio. I carabinieri sono già stati informati, così come i finanzieri, che nei primi giorni di settembre, imbattendosi nei latitanti, sono protagonisti di una sparatoria. “Come spesso accade nella storia italiana, i diversi corpi delle forze dell'ordine si ritrovarono in competizione. La rivalità e la ricerca del merito per la cattura dei due superlatitanti portò i carabinieri a predisporre un finto campo militare. I finanzieri lo vennero a sapere, e per questo nella loro attività di pattuglia finirono per incontrare Amplatz e Klotz”.

 

Franz Kerbler viene arrestato mentre con Klotz si era allontanato alla ricerca di viveri. Coi due rimane il fratello Christian, da ormai 11 mesi al soldo del Sifar, spacciatosi per un reporter che vuole testimoniare le imprese dei “combattenti per la libertà sudtirolesi”. Nella notte tra il 6 e il 7, degli spari rompono il silenzio della notte. Kerbler scarica 4 colpi con una Beretta ripartiti tra Amplatz e Klotz. Il primo muore sul colpo, ancora avvolto nel sacco a pelo, il secondo viene colpito non gravemente e sfiorato dal secondo proiettile.

 

Lo sparatore, convinto di aver ucciso i due, si allontana per poi consegnarsi ad una caserma di alpini. “La pistola di Kerbler, una Beretta dei carabinieri, venne sequestrata. Gli era stata data con l'ordine di eliminare i due, dopo una riunione nella questura di Bolzano. Inizialmente si voleva simulare una sparatoria, e per questo i carabinieri, giunti sul posto, crivellano di colpi la baita. Nella caserma degli alpini giungono a questo punto tre uomini della questura, che prelevano il Kerbler e lo avrebbero dovuto scortare a Merano. Avviene a questo punto il finto incidente”.

 

Prelevato il responsabile dell'omicidio, infatti, la macchina dei questurini subisce un incidente alquanto sospetto, in cui il soggetto riesce a darsi alla fuga. Nella testimonianza degli interessati, Kerbler avrebbe fatto uscire di strada l'auto afferrando il volante, per poi fuggire. “Le prove dimostrano che tutto ciò fu costruito, e che Kerbler venne invece accompagnato in Svizzera. Non a caso, condannato dal Tribunale di Perugia per l'omicidio di Amplatz ed il tentato omicidio di Klotz, rimase all'estero senza mai essere ricercato”. Per Kerlber, arrestato in Inghilterra nel '76 per il “furto di un dentifricio in un negozio”, l'Italia non chiese mai l'estradizione.

 

L'omicidio Amplatz diveniva sin dal primo momento oggetto di probabile insabbiamento. Le ricostruzioni facevano acqua da tutte le parti, il coinvolgimento dei servizi segreti appariva piuttosto palese. Sparito dai radar dell'opinione pubblica, almeno fino agli anni '90, tornava sotto i riflettori grazie alle indagini del procuratore di Bolzano Cuno Tarfusser e alle prove addotte dalla figlia di Klotz, Eva. “Anche quelle indagini vennero chiuse con un nulla di fatto. Lo Stato italiano non poteva permettersi, nemmeno allora, di far venir fuori che quello di Amplatz fu un omicidio di Stato”.

 

L'Alto Adige degli anni '60 si dimostrò essere “una palestra per i servizi segreti non solo italiani, in cui testare i metodi di lotta non convenzionale adoperati negli anni '70”. Molti dei protagonisti occulti della strategia della tensione e nelle stragi mossero i propri primi passi in questa provincia, dal generale Amos Spiazzi al colonnello Angelo Pignatelli, da Silvano Russomanno a Ferruccio Allitto Bonanno. “In provincia di Bolzano vennero provati diversi metodi, le infiltrazioni, gli attentati falsi, le finte sigle”.

 

Il sospetto del coinvolgimento dei servizi, chiaramente senza alcun seguito giudiziario definitivo, aleggia ancora su svariati eventi di questa oscura pagina della storia italiana ed europea. Dai falliti attentati sui treni del Brenner Express alla testimonianza di Amos Spiazzi sull'arresto dei guastatori del Sifar colti a minare con esplosivo in dotazione all'esercito un traliccio, passando per le ricostruzioni sospette di alcuni attentati come quello di Malga Sasso del 1966 o quella di Cima Vallona del 1967, dove di certo, dice Franceschini, “qualcosa, leggendo anche gli atti dei processi, non quadra del tutto”.

 

L'Alto Adige, in conclusione, non fu che un laboratorio in cui i servizi segreti provarono, misurarono, sperimentarono tattiche e metodi di lotta non convenzionale. Agirono in un contesto già di per sé teso per la contrapposizione etnica, in cui si muovevano soggetti radicali che, nell'ambito più generale della lotta mondiale contro il colonialismo, non accettavano i metodi democratici per il raggiungimento dell'autodeterminazione del proprio territorio. “Il rischio – chiosa Franceschini – è proprio quello di cadere nell'altro estremo, pensando che tutto sia stato costruito. Pensare che gli attentati sudtirolesi non siano esistiti è una grande cazzata”.

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