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Da ''Tutti a casa'' a ''Mediterraneo'', l'8 settembre ''visto'' dal Cinema: tolta la divisa fascista l'autoassoluzione è fatta

Giorno della "morte della patria", l'8 settembre 1943 venne per molto tempo raccontato in una prospettiva assolutoria e deresponsabilizzante. Gli italiani, abbandonati a se stessi da Badoglio e dal re, pagavano cara la parentesi fascista, redimendosi solo attraverso la guerra partigiana. Ma questa visione dell'evento, visto come un inciampo della Storia, contiene non poche problematiche, riflesse perfettamente dal cinema

Di Davide Leveghi - 09 settembre 2019 - 19:23

TRENTO. L'8 settembre è una data controversa, per taluni un “tradimento” e un voltafaccia, per altri la “morte della patria”, per altri ancora la fine di una vergognosa parentesi e l'inizio della redenzione. Un giorno, in quel lontano 1943, che ha allungato la propria ombra sui decenni a venire, influenzando il racconto del passato, distorcendone la sostanza.

 

Nel 1992 il capolavoro di Gabriele Salvatores Mediterraneo vinceva l'oscar come miglior film. Il racconto di un manipolo di soldati italiani, sbarcati nel '41 su una piccola isola dell'Egeo, e ben presto penetrati nei cuori degli abitanti greci, abbandonati a se stessi, innamorati, divorati dalla nostalgia, integrati nella società locale, veniva presentato al grande pubblico ottenendo un riconoscimento internazionale.

 

I temi della pellicola, d'altronde, erano molti e profondi, la narrazione intensa, le emozioni toccanti. Il film emergeva più per il suo contenuto universale che per l'ambientazione in cui si svolgeva. Il contesto storico, così, risultava riflesso in un'immagine distorta e falsa, consistente in un'invasione italiana benevola e profondamente umana, sommamente rappresentata dal disorientamento a cui vennero abbandonati gli italiani nei diversi teatri di guerra dal famoso proclama di Badoglio. La pagina dei crimini italiani nella Grecia occupata, l'aggressione violenta e mal preparata alla penisola ellenica, la dura lotta antipartigiana, tutto ciò era semplicemente eluso.

 

“Nel film di Salvatores ci sono sia passaggi geniali che involuti – spiega Francesco Filippi, storico trentino, autore del saggio Mussolini ha fatto anche cose buone. Le idiozie che continuano a circolare sul fascismo – dalla reazione stupita dei militari italiani che prendono coscienza sull'isola dell'esistenza di una Resistenza anti-italiana, con la scritta “la Grecia sarà la tomba degli italiani”, alla lettura tipica degli italiani buoni, “una faccia una razza”. C'è una doppia morale, gli italiani sono buoni ma pure dei guerrieri, e questo spirito combattente si manifesta solo dopo l'8 settembre, in una guerra contro il fascismo. Ciò che passa completamente sottotraccia è che lì, gli italiani, sono occupanti”.

 

“L'8 settembre è una data controversa, difficile da raccontare – continua – perché è orfana delle forze politiche della Resistenza. La “morte della patria” è complicata da digerire per il dibattito pubblico”. Un dibattito pubblico in cui anche le forze resistenziali, impegnate a costruire la nuova retorica repubblicana fondata sull'antifascismo, incorporano il mito autoassolutorio degli “italiani brava gente”, per cui il popolo della penisola è caratterizzato da una bontà ed un'umanità che le distinguono dagli altri.

 

Gli italiani sono diversi, più generosi, più tolleranti, più solidali, meno inclini a compiere atti crudeli. Pertanto il colonialismo tricolore fu clemente, altra cosa rispetto a quelli aggressivi e sanguinari di francesi e britannici, e il fascismo fu parentesi, farsa, incidente della Storia. È il mito della bontà italica, spesso corredato dall'anti-mito del tedesco crudele, cattivo, disumano, una narrazione che accompagna nella storiografia come nella narrativa, nel cinema come nella televisione, l'immagine di un popolo incapace di compiere barbarie.

 

“Già dopo l'8 settembre e durante la Resistenza l'identificazione tra l'essere italiani e il fascismo, propagandata a gran voce da Mussolini, viene meno. L'immagine del regime come autobiografia della nazione, analizzata da Gobetti e Gramsci senza sconti al popolo italiano, venne presto sostituita da quella crociana del regime come parentesi, come malattia. Nello stesso antifascismo repubblicano si coniò il termine nazifascismo proprio per identificare i fascisti con i collaboratori del nemico, per privarli del carattere di italianità”.

 

E non a caso non si parlò di guerra civile, nel campo democratico e antifascista, almeno fino a quando negli anni '90 la storiografia sulla Resistenza non raccolse nuovi e importanti passi avanti. Dagli anni '50, invece, la mitopoiesi repubblicana si volgeva a considerare l'8 settembre come un inciampo della Storia, una caduta di un popolo che si sarebbe rialzato e redento da una guerra non propria, quella fascista, recuperando i suoi caratteri positivi di guerriero in funzione di liberazione dal nemico straniero e dal suo scagnozzo repubblichino.

 

“In Tutti a casa di Luigi Comencini (1960) c'è una forma icastica in cui viene raccontato l'8 settembre – prosegue Filippi – con Alberto Sordi, che nella confusione del momento, comunica al comando che i tedeschi si sono alleati con gli americani. L'italiano medio, rappresentato perfettamente dallo stesso Sordi, può essere redento, e la sua redenzione, giunta solo al finale del film, avviene una volta dismessa la divisa”.

 

 

 

 

“Negli anni '60 le tematiche che emergono sono due: il mito degli italiani brava gente, da una parte, narra di soldati che contro voglia combattono una guerra che non sentono propria, quella fascista appunto, e che dimostrando in questa scarsi doti di combattente finiscono per dimostrarsi efficaci guerrieri solo una volta abbandonata la divisa. È la resistenza, dunque, che vede tornare in auge l'eroismo militare italiano. Gli italiani sono a questo punto buoni, valorosi, valenti. Dall'altra c'è quindi questa idea che la scarsità delle doti guerresche dipenda dall'incapacità di capire e di volere il conflitto fascista. Si pensi alla narrativa di Rigoni Stern, in cui il racconto degli italiani in Russia restituisce una visione parziale della truppa come famiglia, come una comunità. Ma cosa fanno in realtà gli italiani in Russia?”.

 

 

 

Film e romanzi si susseguono, mantenendo in piedi, con una certa trasversalità politica, una retorica eroicizzante e mitizzata. Dal cinema neorealista all'ultimo Monicelli (Le rose del deserto), passando pure per il cinema hollywoodiano (Il mandolino del capitan Corelli di John Madden), il mito degli italiani buoni rimbalza sui grandi schermi – mentre ogni narrazione che smonta il mito, da Il leone del deserto di Mustafa Akkad al documentario Fascist legacy prodotto dalla Bbc, è oggetto a Roma di censura.

 

 

 

 

“Ne Il federale di Luciano Salce (1961), Ugo Tognazzi è un miliziano fascista a cui viene ordinato di riportare a Roma un antifascista, a cavallo dei giorni dell'armistizio. L'italiano Tognazzi, a fine film, dimostrerà la sua umanità solo dismessi i panni del fascista. Anche ne I due colonnelli di Steno, Totò recupererà la sua autorità solo mettendosi contro al maggiore tedesco, utilizzando una parolaccia che lo redime dalla subordinazione ai nazisti. La guerra fascista, pertanto, risulta essere non italiana”.

 

 

 

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