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Grande successo per Incontri rotaliani, il Trentino accoglie la Borgogna per uno scambio culturale tra Teroldego e Pinot Nero

Prima edizione da incorniciare quella andata in scena nello scorso fine settimana. Iniziativa non solo da ripetere, ma da proporre come "format" per un Trentino vitivinicolo in cerca di doverosa visibilità. Giovani aperti al confronto, preparati quanto determinati

Di Nereo Pederzolli - 14 maggio 2019 - 15:48

TRENTO. Il vino che unisce, per una fascinosa condivisione tutta da scoprire assaggiandone le rispettive identità territoriali. La piana Rotaliana che accoglie la mitica Borgogna, per uno scambio di cultura e di colture tra il Teroldego e l’assoluto prestigio del Pinot Nero. Prima edizione da incorniciare quella andata in scena nello scorso fine settimana. Iniziativa non solo da ripetere, ma da proporre come "format" per un Trentino vitivinicolo in cerca di doverosa visibilità.

 

Incontri Rotaliani, quando il vino stimola giusti pensieri. Senza campanilismi, solo la voglia di confrontarsi nelle rispettive diversità vitivinicole, senza timore di sfigurare, sicuri di contare su vini autenticamente legati alla storia delle rispettive comunità. Che in questi giorni di metà maggio si confermano più vicine che lontane. Per questioni legate all’evoluzione viticola dei primordi. Quando i Romani con l’imperatore Probo diffondono la cultura della vite verso nord, quando i Reti si confrontarono con i Celti, dando il via a migrazioni spronate anche dalla voglia di piantare viti per godere di piaceri enoici.

 

 

Una singolarità che ora archeologi – studiando l’uso di ancestrali anfore vinarie, di rudimentali roncole per la potatura delle piante – rintracciano anche tra scientifiche indagini di genomica viticola elaborata proprio nel centro della Fondazione Mach. Ed ecco che il Teroldego si avvicina con il Pinot Nero anche per questioni d’origine: il nonno del vitigno rotaliano è un Pinot Nero della Borgogna.

 

Lo ha spiegato nel dettaglio Stella Grando, docente dell’Università di Trento, responsabile della genomica a San Michele all’Adige, in uno dei serrati convegni (franco/trentini) tra metabolomica, geomorfologia e pedologia  viticola, relazioni in sintonia con studi universitari dell’Universitè de Bourgogne, con i luminari del settore, Fulvio Mattivi e Regis Gougeon su tutti.

 

E ancora. I legami con la Francia enologica vedono anche Leonardo da Vinci tra i fautori di una cultura senza barriere. Magistrale la relazione del professor Attilio Scienza, che al pubblico a spiegato il recupero della vigna di Leonardo a Milano e come il Maestro proprio in Francia abbia ribadito "che la felicità sia agli homini che nascono dove si trovano i vini buoni".

 

Ma è stato il vino il vero filo conduttore. Un legame per nulla insolito. Il Teroldego ha perfettamente condiviso il suggestivo – e per certi versi assoluto – fascino del "vin de Bourgogne". Per questioni di piacevolezza e non solo per rispettivi radicamenti storici. Il Pinot Nero che viene citato nel 1394, appena un secolo prima di quel "Tiroldego" che compare nei faldoni della tradizione viticola trentina.

 

Vini da bere, da gustare, da capire. Confrontandosi, senza timore. Ecco allora dopo relazioni a Mezzocorona, tutta una serie di degustazioni (impossibile citarle tutte) allestite tra il Convento dei Cappuccini, la cantina Foradori e le sale della Fondazione Mach.

Nei bicchieri annate storiche di Teroldego (il 1988 si dimostra ancora integro nella sua poderosa bevibilità) in confronto con alcune eccellenze della Cote d’Or. Degustazioni sotto la regia di Alessandro Torcoli, direttore della rivista Civiltà del Bere, affiancato da Paolo Basso, campione mondiale sommelier 2013 e il "nostro" Roberto Anesi, il più bravo d’Italia nel campionato degustatori 2017, nonché Jean Yves Bizot, ai vertici della commissione tecnica dei vini di Borgogna.

 

Ecco allora i Teroldego dei vari "cru" rotaliani (i poderi che da sempre accudiscono i migliori vigneti tra Mezzolombardo e Mezzocorona) che si cimentano con gli alfieri delle zone borgognone come Nuits Saint Georges, il Santenay, l’esclusivo Maranges. Pure – per onorare la Borgogna come zona eccelsa anche di vini bianchi a base Chardonnay – qualche Morey -Saint Denis e il memorabile Puligny –Montrachet. Momenti coinvolgenti oltre che convincenti.

 

Incontri con i giovani protagonisti. Sia tra il pubblico, tra i banchetti allestiti nel Convento, tra bottiglie borgognone fianco a fianco con quelle proposte da tutte le aziende del Campo Rotaliano, cooperative e distillerie comprese - ma specialmente per la determinazione di 9 giovanissimi vignaioli rotaliani, alfieri della cosiddetta "Teroldego(R)evoluzion". Le nuove generazioni di famiglie storiche, teroldeghiste "da sempre". De Vescovi, De Vigili, Donati e Endrizzi, pure Foradori, Zeni, assieme ai Martinelli, con i Dorigati e le donne di Casa Togn vale a dire le figlie di Luigi Togn, patriarca dell’azienda Gaierhof.

 

Giovani aperti al confronto, preparati quanto determinati. Che hanno coinvolto casse rurali rotaliane, associazioni imprenditoriali, enti assicurativi e tutta una serie di sponsor, per dare vita ad Incontri Rotaliani. Iniziativa stimolante quanto lungimirante. Che dovrebbe essere esempio per tutto il comparto vitivinicolo delle Dolomiti. Per promuovere coralmente un ambito enoico decisamente autorevole, bisognoso forse solo di maggiori stimoli al confronto. Senza timori. Come i "rotaliani" hanno perfettamente dimostrato. Presenti all'iniziativa anche gli assessori provinciali Giulia Zanotelli e Roberto Failoni.

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