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Al Trento Film Festival un'alleanza tra vignaioli del Trentino e dell'Alto Adige per una speranza di futuro unitario

Una giornata di degustazioni a palazzo Roccabruna, nell’ambito del Trento Film Festival. Schiere di visitatori – età media 35 anni – che per tutto il pomeriggio hanno impugnato il bicchiere, andando a caccia di sensazioni gusto/olfattive stimolanti

Di Nereo Pederzolli - 04 May 2019 - 19:12

TRENTO. Prove tecniche di condivisione, per un vino decisamente regionale, basato principalmente sul livello di coltura: verso la montagna. Una filosofia enologica che - finalmente - riesce a coinvolgere i vignaioli, del Trentino come quelli del vicino Alto Adige. Una giornata di degustazioni a palazzo Roccabruna, nell’ambito del Trento Film Festival: un successo e una speranza. Unitaria.

 

Hanno occupato ogni spazio del fascinoso palazzo medioevale animandolo con spirito enoico. Schiere di visitatori – età media 35 anni – che per tutto il pomeriggio hanno impugnato il bicchiere, andando a caccia di sensazioni gusto/olfattive stimolanti. Quelle che i 30 vignaioli hanno messo a disposizione del pubblico, per una rassegna a cadenza biennale – ma forse troverà spazio anche alla Fiera di Bolzano, nell’ambito di Autoctona, collaudata manifestazione tra gastronomia e vini "stanziali" – che alterna un produttore trentino affiancato da un "collega" vignaiolo altoatesino.

 

Quindici gli uni, altrettanti gli altri. Un confronto, uno scambio, una cerniera tra livelli qualitativi che non hanno solo la montagna come "bene comune". Trentino e dunque Alto Adige decisi ad intraprendere un simbolico cammino unitario, mantenendo le rispettive, doverose, autonomie.

 

Immagine forte, quella che gode l’Associazione vignaioli Alto Adige. Che annovera ben 105 aziende associate, moltissime da anni ai vertici del buon bere, non solo italiano. Piccoli produttori per grandi vini. Osannati dalla critica, bramati da un pubblico sempre più esigente. Vini quasi mai Alto Adige Doc, ma assolutamente identitari. Con un fascino da vendere.

 

Quello che – ingiustamente – gran parte dei "piccoli vitivinicoltori trentini" non riescono ancora a dimostrare. Peccato, perché anche degustando gli oltre 150 vini messi in degustazione dalle 15+15 aziende le differenze sono quasi impercettibili, comunque non sostanziali. Vini tutti ben fatti, rigorosi, tutti all’insegna della semplicità, con "piccolo è bello e pure buono" come slogan.

 

Vini per nulla omologati alle tendenze modaiole – il dolce che sovrasta l’acidità, l’aromatico che penalizza l’eleganza, giusta sapidità e una certa doverosa dose d’artigianalità, rispettabile e tutta da valorizzare. Interpretazioni di una certa autorevolezza, che dimostrano come il Trentino si confermi in "pole position" tra una certa sfida con i cugini di Bolzano.

 

Quasi inesistenti le differenze, sia per tecnica che per coltura. Bolzano può vantare solo una trentennale esperienza unitaria, le cantine sociali, quelle industriali che non detengono alcuna maggioranza all’interno degli organismi di controllo e promozione enologica. Nel rispetto di quanti – i vignaioli - hanno poca terra, tanto entusiasmo e una dinamicità comunicativa di grande fascino. In Trentino certe ferite e scissioni all’interno del Consorzio vini (pure tra i vignaioli stessi) continuano a lasciare il segno. Incomprensioni, personalismi, carenza di una regia, sia a livello politico che imprenditoriale.

 

Soffermarsi tra i banchetti di degustazione è compiere un breve viaggio nel mondo del vino regionale più autentico. Senza alcuna forzatura. Solo per comprendere come la condivisione possa essere uno strumento indispensabile al futuro del comparto, senza distinzione territoriale, ma contemporaneamente rispettando l’origine, l’originalità stessa del vino.

 

Un mix di vini, molti sperimentali. Frutto di microvinificazioni, stimolanti quanto curiosi. Vini spesso a base di vitigni che non necessitano di trattamenti chimici, colture spinte a quote sopra i 600 metri, vinificazioni certosine, l’ecosostenibilità al primo posto.

 

Difficile citare (senza polemica) qualche azienda tra le 15+15 di palazzo Roccabruna. Sicuramente – tra le novità assolute – il moscato spumante di Pardellerhof-Montin, azienda di Marlengo e un paio di vini decisamente dell’Alto Garda: quelli che il giovane Gabriele Furletti presenta in anteprima, poche migliaia di bottiglie da uve vendemmiate tra Tenno, il Brione e Ceole, vinificate nella sua cantina di Riva del Garda. Ma anche le altre 28 cantine meriterebbero almeno la citazione…

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