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Il fantasma di Priebke continua a colpire: devono pagare i costi del processo anche se dichiarati innocenti. Malfer: “E' un obbrobrio giuridico”

Il presidente dell'Associazione Italia-Israele di Trento ha commentato così l'arrivo di un'altra ingiunzione di pagamento a Pacifici (presidente della Comunità ebraica di Roma) e Vecellio (Tg2), accusati dal criminale di guerra nazista di sequestro di persona. I due, usciti vincitori dal processo, dovranno lo stesso pagare i costi, essendo Priebke morto da nullatenente

Di Davide Leveghi - 07 ottobre 2019 - 21:52

TRENTO. Ci sono volte – nemmeno così poche – in cui burocrazia e sistema giudiziario portano con la loro inflessibilità a esiti assurdi. In questo caso, invece, si è arrivati al limite dell'offensivo: il presidente della Comunità ebraica romana Riccardo Pacifici e il giornalista del Tg2 Valter Vecellio dovranno pagare allo stato italiano i costi del processo intentato loro per sequestro di persona dal criminale di guerra Erich Priebke, tra i responsabili della pianificazione e della realizzazione dell'eccidio delle Fosse Ardeatine, in cui per rappresaglia all'uccisione in un attentato dei Gap di 33 soldati del reggimento Bozen – formata nei ranghi più bassi da soli sudtirolesi – vennero trucidati 335 cittadini italiani.

 

Poco importa che il processo abbia visto vincitori gli accusati, in tutti e tre i gradi di giudizio. Il defunto e nullatenente Priebke non può pagare, e qualcuno, per lo Stato italiano e il suo sistema giudiziario, lo deve fare. A sei anni dalla prima ingiunzione, Pacifici e Vecellio si sono visti recapitare un'altra busta da Equitalia con quasi 300 euro di imposta di registro per la trascrizione della sentenza, bolli annessi.

 

La questione è aperta dal 2013, anno in cui il criminale nazista fu trovato morto in un'abitazione messagli a disposizione per scontare gli arresti domiciliari dall'avvocato difensore Paolo Giachini. “Chi è causa del suo mal pianga se stesso”, commentava lo stesso a Il Corriere della Sera sempre nel 2013, considerando decisivi gli interventi di Pacifici, attraverso manifestazioni di piazza, e di Vecellio, attraverso la cancellazione di un'intervista in Rai, per il mantenimento dell'ex capitano delle SS in uno stato di nullatenenza.

 

L'accusa di sequestro di persona venne loro mossa nel 1996, quando a seguito della sentenza con cui il Tribunale di Roma giudicava l'impossibilità a procedere contro Priebke per intervento della prescrizione, la Comunità ebraica guidò un vero e proprio assedio che costrinse l'imputato a barricarsi nel palazzo, prima di essere riarrestato per ordine dell'allora ministro della Giustizia Giovanni Maria Flick, e infine condannato all'ergastolo.

 

Per i fatti di quella notte l'ex agente della Gestapo denunciò i due come mandanti del suo sequestro, perdendo poi in tutti e tre i gradi di giudizio. E qui si inserisce la beffa.

 

“Una notizia di questi giorni ci porta a conoscenza di un ennesimo scandalo che offende la storia, il buon senso e l'intelligenza degli italiani – ha commentato il presidente dell'Associazione Italia-Israele di Trento Marcello Malfer – un fatto che dovrebbe far riflettere, e molto, chi siede nel governo e nel parlamento. Un obbrobrio giuridico in ogni caso e l'ennesimo esempio di cecità della burocrazia e delle sue procedure con cui gli italiani devono fare i conti quotidianamente, ma che in questa vicenda assumono anche l'aspetto di una tragica beffa, un epilogo assurdo e inaccettabile di un processo che ha aggiunto infinita sofferenza al dramma patito dalla Comunità ebraica e dalla città di Roma e per chi ha combattuto, sofferto e penato anni per rendere giustizia alle 335 vittime di quel massacro e portarne in giudizio uno dei responsabili”.

 

Malfer, come molti altri, Pacifici e Vecellio in testa, si sono rivolti alle istituzioni affinché questa stortura giudiziaria venga riparata. “Ci auguriamo davvero – ha concluso Malfer - che le istituzioni sappiano comprendere quanto gravi possono essere gli effetti e le ricadute di questa stortura giudiziaria e riportare nei giusti canali il messaggio che la memoria di una società democratica e civile deve diffondere”.

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