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La guerra civile spagnola e l'Europa nel baratro con i 75 trentini volontari impegnati nelle Brigate Internazionali

Ottantratre anni fa cominciava il sollevamento delle truppe ribelli con cui si diede inizio alla guerra civile. Molti i volontari fascisti italiani, quasi 50mila, inviati da un Duce bramoso di un posto al tavolo dei grandi, decisamente in numero minore ma gloriosi quelli antifascisti, spesso in esilio, giunti a rimpinguare le fila dell'esercito repubblicano (attorno ai 3500). Tra questi circa 75 trentini

Di Davide Leveghi - 17 luglio 2019 - 17:09

TRENTO. A ottant'anni dalla fine della Guerra civile spagnola e del principio del regime franchista, la Spagna democratica si trova ancora alle prese con delle questioni irrisolte che pesano come macigni. Nel Valle de los caídos, a 50 chilometri dalla capitale, il corpo del caudillo continua a riposare sotto una lastra di granito all'interno d'una basilica su cui svetta la più alta croce del cristianesimo, vanto di quella “metà” del paese uscita vincitrice dal conflitto e sfregio per quella sconfitta e prostrata dalla lunga dittatura, l'ultimo autoritarismo di destra a cadere in Europa (1975).

 

È segno d'una ferita mai sanata la decisione del governo socialista guidato da Sánchez di esumare il corpo del Generalísimo, oltre a quello del capo della falange spagnola José Antonio Primo de Rivera, fucilato durante la guerra civile, da un monumento divenuto pubblico ospitante più di trentamila salme tra nazionali e repubblicani, recuperati dalle fosse comuni di tutta Spagna ed ammassati in questo “altare della vittoria franchista”, ribattezzato beffardamente dal dittatore come luogo della “riconciliazione nazionale”.

 

La Spagna democratica nacque da un patto tra l'apparato di un regime fiaccato dal terrorismo, dalla crisi economica e da un'intollerabile clima di chiusura, e le opposizioni in clandestinità, sotto l'ala protettiva di un monarca risalito sul trono dopo la parentesi della reggenza di Franco. Il nacionalcatolicismo, frutto della convergenza di esercito, Chiesa cattolica e monarchici, concludeva il suo cammino aprendo ad una fase democratica fondata su un patto di amnistia e amnesia del passato, in nome della parola d'ordine “olvidar”, dimenticare. Nessuna giustizia venne fatta nei confronti degli aguzzini del regime, nessuna condanna pronunciata contro un sistema repressivo che fino a metà degli anni '70 mantenne in funzione campi di concentramento traboccanti, come le carceri, di oppositori, uccidendoli di fatica, con torture o esecuzioni.

 

Era il 17 luglio 1936 quando le truppe coloniali guidate dal tenente colonnello Yague si impadronivano degli avamposti spagnoli in Marocco, dando avvio al alzamiento nacional, la sollevazione contro la legittima repubblica a forti tinte socialiste e libertarie. Nel resto del paese il golpe riusciva a conquistare solo alcune zone, mentre Franco, cautamente, sarebbe giunto due giorni dopo in Marocco, prendendo poi la guida di un esercito che, aiutato dall'Italia fascista e dalla Germania nazista attraverso il primo ponte aereo della storia, avrebbe superato lo stretto di Gibilterra e lentamente avanzato verso nord.

 

In un clima internazionale reso tesissimo dal risorgere d'una Germania forte e revanscista, la causa repubblicana vide un tiepido appoggio da parte delle democrazie occidentali, in certi casi un vero e proprio disprezzo verso una repubblica monopolizzata dalle forze di sinistra formanti il Frente popular. Solo l'URSS decise di intervenire appoggiando con armi e coordinamento un esercito repubblicano riorganizzato e militarizzato, seminando non pochi malumori tra le frange più radicali, anarchici su tutti- di gran lunga la forza popolare più imponente, che assieme alla guerra voleva condurre la rivoluzione-, ergendosi a paladina mondiale dell'antifascismo e portando in sede di giudizio storico a parlare di interferenze non indifferenti nella politica del paese iberico.

 

Italia fascista e Germania nazista avrebbero sostenuto militarmente con uomini e mezzi l'espansione dell'autoritarismo partecipando ad alcune della pagine più nere di questa feroce guerra fratricida- il bombardamento di Guernica ad esempio, che sul campo lasciò più di mezzo milione di vittime (tra le 150mila e le 200mila furono vittime della “giustizia politica” delle due parti). Molti i volontari fascisti italiani, quasi 50mila, inviati da un Duce bramoso di un posto al tavolo dei grandi, decisamente in numero minore ma gloriosi quelli antifascisti, spesso in esilio, giunti a rimpinguare le fila dell'esercito repubblicano (attorno ai 3500).

 

Tra questi circa 75 trentini, la cui storia viene raccontata in un libro del poeta Renzo Francescotti (Sotto il sole di Spagna - Antifascisti trentini nelle Brigate Internazionali) e, in una pubblicazione più recente, dall'ex presidente dell'Anpi Trentino Sandro Schmid, dal titolo Antifascisti trentini nella guerra di Spagna. Antifascisti provenienti dalle disparate valli trentine, perseguitati in patria e desiderosi di combattere l'onda nera che s'allargava a macchia d'olio sulla mappa politica europea.

 

Ma cosa rappresentò per l'Europa la Guerra civil? “Come tutte le guerre civili essa ebbe un surplus di violenza e di ferocia. Un di più fisiologico, visto che le guerre civili mettono contro i vicini di casa, gli amici, i parenti. Per questo il livello di violenza è maggiore- racconta lo storico Giovanni De Luna-, a cui si aggiunge un elemento tipicamente novecentesco, l'ideologia”.

 

“La Guerra civile spagnola fu una carneficina anticipatrice dei conflitti post-novecenteschi per la sua inspiegabile ferocia rispetto agli obiettivi, si veda la limpieza (la “pulizia”) dei nazionali nei territori via via conquistati o gli eccessi repubblicani, con le uccisioni di religiosi da parte degli anarchici- continua il professore- e al tempo stesso una sintesi della “guerra civile europea” che gettò l'Europa nel baratro dal 1914 al 1945”.

 

Come sostenuto anche da Eric Hobsbawm, il quale negò nel suo capolavoro Il secolo breve che l'evento fosse stato il principio della Seconda guerra mondiale, vista la perifericità della penisola iberica, evidenziandone comunque il carattere di “simbolo di una lotta globale negli anni '30” che oppose democrazia e rivoluzione sociale a controrivoluzione e reazione, anche De Luna rifiuta la definizione della Guerra civil come “prologo” del conflitto che infiammò il mondo dall'invasione della Polonia all'olocausto nucleare di Hiroshima e Nagasaki. “Anche nel trattamento dei corpi dei nemici, essa anticipò i conflitti post-novecenteschi (come le guerre jugoslave o il genocidio ruandese). Si veda l'utilizzo diffuso delle fosse comuni, che negavano l'identità dell'altro. Si eliminavano perfino i registri anagrafici per cancellare il nemico. La mancanza della salma da piangere precipitò il paese in un lutto continuo da cui- anche adesso- non si è mai più del tutto ripreso”.

 

Giovanni De Luna (1943) è uno storico di Battipaglia. Ha insegnato storia contemporanea all'Università di Torino, dedicandosi alla divulgazione storica, alla metodologia e alla storia nazionale fascista e repubblicana- particolarmente alla Resistenza. L'intervista fa riferimento al volume Il corpo del nemico ucciso. Violenza e morte nella guerra contemporanea (Einaudi), in cui si ripercorre la storia della violenza e della morte nella guerra contemporanea.

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