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L'ignoranza che fa pensare. Alla Mendola appare una scritta separatista, ma è un'accozzaglia di inesattezze ed errori storici

Giorni fa è apparsa nei pressi del Passo della Mendola, tra la Val di Non e la provincia di Bolzano, una scritta palesemente ricalcata sul famoso slogan di una campagna propagandistica della Süd-Tiroler Freheit. Ma le parole scelte, oltre all'utilizzo di simboli sia fascisti che nazisti, cozza con la storia di una provincia da sempre contesa tra gli estremismi neri di lingua italiana e tedesca

Di Davide Leveghi - 29 ottobre 2019 - 17:00

PASSO DELLA MENDOLA. Le scritte sui muri talvolta contengono strafalcioni che possono fare sorridere, altre volte errori che fanno pure pensare. Quella apparsa poco al di sotto del Passo della Mendola, nella parte altoatesina - “Alto Adige ist nicht Italia”, corredata da un fascio all'inizio e da una svastica alla fine – appartiene decisamente alla seconda. Osservando questa “opera” di una notte si potrebbe dire che l'autore abbia le idee vagamente confuse.

 

Innanzitutto la scritta: in cinque parole appaiono evidenti due immensi spropositi. La ripresa dello slogan propagandistico con cui nel 2009 la Süd-Tiroler Freheit di Eva Klotz appose al cippo di confine del Brennero un cartellone con riportato sui colori della bandiera austriaca “Südtirol ist nicht Italien” è sì chiara, ma l'utilizzo della prima e dell'ultima parola in italiano potrebbe far storcere il naso non poco ai separatisti sudtirolesi, di certo non amanti del termine “Alto Adige” - ripetute le proposte di abolirlo (qui e qui gli articoli), anche di soppiatto (qui e qui gli articoli).

 

Da non scartare l'ipotesi di un mistilingue confuso, a questo punto; confuso nell'utilizzo della lingua e non certo meno in quello dei simboli. Proprio la compresenza di svastica e fascio littorio, tanto vicine in molti altri luoghi, in Alto Adige/Südtirol tende a creare una contraddittoria e alquanto inopportuna combinazione.

 

Ebbene sì, perché se in altri luoghi il connubio non creerebbe poi tanto scalpore, in quel territorio evoca gli anni di frizione e rancori tra gli orbaci vestiti dai gerarchi del regime e l'appartenenza di sangue al “grande popolo germanico” rivendicata dai nazisti locali e da quelli affluiti dal Reich. L'ascesa di Hitler al cancellierato, infatti, produsse nella minoranza tedesca in Alto Adige, non meno che nelle molte altre sparse per l'Europa, grandi euforia e speranza di veder finita finalmente l'oppressione nazionale portata avanti dai fascisti.

 

La debole Austria, più vicina culturalmente e spiritualmente, caduta dapprima sotto l'influenza di Roma e poi inghiottita dalla fame imperiale del Reich, non poteva più incarnare l'afflato di libertà e venne così sostituita dal “richiamo del sangue” nazista. Il fascismo consumò gran parte delle sue energie in provincia per conquistarsi i nuovi sudditi all'italianità, optando infine, di fronte all'impossibilità e al crescente pericolo nazista, per far affluire migliaia di connazionali nelle nuove fabbriche costruite dal regime.

 

Il problema altoatesino fu “risolto” dai due totalitarismi neri attraverso il meccanismo perverso delle Opzioni, con cui ai sudditi di lingua tedesca e ladina delle province di Bolzano, Trento, Belluno, Udine e Gorizia fu posta l'alternativa di starsene in Italia accettando l'assimilazione o di prendere “baracca e burattini” e trasferirsi nel “Grande Reich”, in un momento di “naturale” espansione verso Est. Le Opzioni spaccarono una società sudtirolese ubriacata dalle promesse naziste, risolvendosi con un grande esodo, in realtà solo cominciato e poi arrestato dalla guerra, verso nord.

 

Nelle fasi concitate che portarono l'Italia alla caduta del fascismo e all'armistizio con gli Alleati - l'Alto Adige già pullulava di nazisti intenti a supervisionare i trasferimenti - le armi tedesche vennero distribuite per imporre il controllo nazista sulla provincia. Finalmente per i tedescofoni si prospettava la fine della dominazione italiana e il “rientro” nell'alveo del mondo tedesco. Da Bolzano giunsero a Mussolini richieste d'aiuto dagli italiani fascisti, ma ormai non c'era più nulla da fare. Al Duce fu pure negato il diritto d'ingresso nella provincia.

 

L'Alto Adige rappresentò nel dopoguerra l'unico luogo in cui nazisti e fascisti, tedeschi e italiani, si affrontarono da nemici incorreggibili, a suon di bombe, operazioni poco chiare da film di spionaggio e, tante volte, senza risparmiarsi a muovere le mani. Per gli appassionati della boxe o della lotta libera, vedere in Alto Adige un fascista e un nazista picchiarsi non sarebbe poi così inusuale.

 

Ma “l'iconografia” di questa scritta sconnessa non smette di regalare sorprese, vedendo il carattere scelto per la 's' di 'ist', nell'immancabile forma delle SS naziste. Un cumulo di inesattezze storiche, di contraddizioni e incongruenze che se non fosse per quegli odiosi simboli farebbe alquanto sorridere - risultando quasi affascinante per quanto insensata (che non sia una voluta provocazione?! Mah...). “Il mondo è bello perché è vario”, dice una famosa frase fatta. Ma onestamente, a questo tipo di varietà, si farebbe pure a meno.

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