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Quando i comunisti dimenticarono di esserlo. La svolta verso la socialdemocrazia e gli effetti della caduta del Muro sulla sinistra italiana

Puntata 2: Comunisti ed ex-comunisti. Dalla bancarotta ideologica al disorientamento culturale. Come secondo approfondimento in vista del trentennale della caduta del Muro, lo storico Giovanni De Luna ci racconta le conseguenze della “Svolta della Bolognina” del novembre '89, con cui il Pci abiurò il comunismo. Il cambio epocale sarebbe avvenuto però senza un ripensamento del passato e un'elaborazione del lutto, provocando un disorientamento culturale di cui tuttora è preda la sinistra italiana

Di Davide Leveghi - 04 novembre 2019 - 18:01

TRENTOAttraverso il muro di Berlino: al di qua e al di là, nel tempo e nello spazio, della barriera più famosa della Storia. Approfondimento in vista del trentennale della caduta.

Puntata 2: Comunisti ed ex-comunisti. Dalla bancarotta ideologica al disorientamento culturale

Passarono tre giorni dalla caduta del Muro perché il Partito comunista prendesse la storica decisione di abbandonare la tradizione comunista per approdare alla socialdemocrazia. Alla base del nuovo simbolo, una quercia, rimanevano la falce e il martello, a testimonianza dell'eredità non rinnegata. Non abbastanza, però, perché l'ala sinistra del partito, ferocemente critica di una scelta che a loro giudizio sapeva di abiura, non desse vita alla prima di un'infinità di scissioni di cui sarebbe stata protagonista la sinistra italiana – nacque così Rifondazione comunista.

 

La politica italiana subisce il primo grande scossone vedendo sparire dall'agone politico una delle sigle fondamentali della storia repubblicana, così come della rigenerazione nazionale attraverso le esperienze resistenziale e costituzionale. Di lì a breve, tre anni dopo, sarebbe giunto il tempo anche di Psi e Dc. Ma in quel caso la bancarotta più che ideologica e valoriale fu morale. Tangentopoli avrebbe spazzato via i cardini della politica nazionale, spalancando le porte alla cosiddetta “Seconda repubblica”.

 

“C'è una coincidenza cronologica evidente – illustra lo storico Giovanni De Luna – tra la caduta del Muro e Tangentopoli. Gli equilibri a livello internazionale si rimescolano, si rompono quelli della Guerra fredda. I più investiti sono proprio a sinistra, dove si crea un paradosso: la caduta del Muro azzera il comunismo come prospettiva politica, provocando un lutto, ma il trauma viene preso con leggerezza, con troppa improvvisazione”.

 

 

Il crollo del comunismo sovietico, da cui quello italiano aveva cercato timidamente di slegarsi attraverso l'esperimento dell'eurocomunismo, tramontato con la morte improvvisa dell'amato segretario Enrico Berlinguer, assesta un colpo fortissimo a un mondo che in quel sogno – divenuto incubo – credeva con tutta la sua forza. “Il lutto è tale perché ad essere investita è l'identità, la scelta di vita ed esistenziale che significava essere comunista. La mancata elaborazione di questo trauma agì in maniera diversa sulle diverse generazioni che componevano il partito”.

 

“Paradossalmente – continua – alcuni esponenti del Pci fecero coincidere il loro apogeo politico con il crollo delle loro idee, si pensi a D'Alema, a Napolitano, a Bertinotti. Elaborare il lutto non è facile, ma se alcuni subirono il colpo, altri lo passarono senza alcun travaglio. Non c'era consapevolezza della portata di questo evento. Il passato si può anche abiurare, ma lo si fa alla fine di un processo lungo, non con così tanta facilità”.

 

Il Pci, convertitosi nel Partito dei democratici di sinistra, incapace da un lato di elaborare il suo passato in forma compiuta, ne resterà paradossalmente prigioniero. La “discesa in campo” di Silvio Berlusconi, con conseguente creazione di un'ampia coalizione comprendente i post-fascisti di An e i separatisti della Lega Nord, sbaraglierà nel 1994 la “gioiosa macchina da guerra” di Achille Occhetto, al grido di "viva la libertà e abbasso i comunisti". L'abiura e l'oblio del passato lasciarono così la sinistra nel più totale disorientamento culturale.

 

“La caduta del Muro scatena una serie di illusioni – spiega De Luna – e tra queste quella che il connubio democrazia più mercato possa essere la soluzione. La fiducia nel mercato è totale, totale la subalternità all'idea che il mercato, libero da lacci e lacciuoli, possa risolvere i problemi dell'umanità. Ma come sappiamo non è andata così e questa illusione, che ha provocato più muri, è finita con la crisi del 2008. Una crisi che ha dato adito all'aggressività, alla rabbia e allo slittamento verso destra che stiamo vivendo”.

 

“Gli ex-comunisti – conclude – sono passati così dall'arroganza di incarnare la Storia all'assenza e alla subalternità, come dimostrato dalla sparizione dall'arena pubblica nel dibattito sull'uso pubblico della storia. Occhetto che crede in un primo momento alle lettere di Togliatti in cui avrebbe dato il via libera a Stalin per uccidere quanti più alpini possibile, lettere poi risultate false. O Violante che nel suo discorso di insediamento a presidente della Camera equipara i morti della Resistenza a quelli di Salò. Sono episodi significativi di una subalternità al revisionismo, sviluppato sulla base della storiografia ma che dietro di sé ha la forza del mercato, per cui gli interessi valgono più dei valori”.

 

Con la fine del Partito comunista ed il rimescolamento del quadro politico nazionale causato dai rivolgimenti giudiziari di “Mani pulite”, la sinistra italiana si avviava così verso stagioni difficili, in cui, barcamenandosi tra antiberlusconismo e coalizioni ampie (e innaturali), rimetteva in discussione la sua identità, faticando a mantenersi aderente alle radici. Come recitava Giorgio Gaber in una sua ode, l'uomo di sinistra, disorientato, assisteva al rattrappimento del suo sogno di un mondo diverso, di una società più giusta, di “una libertà diversa da quella americana”. Come un “gabbiano ipotetico” non solo aveva smesso di desiderare di volare, ma anche di aprire le ali.

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