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Aspettando una legge, la Cassazione e la coltivazione di cannabis

In molti aspettano un intervento del legislatore che ratifichi, colmandola con una regolamentazione, la sentenza della Corte di Cassazione a Sezioni Unite, dove si esclude l’integrazione di un reato da parte di chi coltivi piante di cannabis in casa, quando dalla quantità modesta, dalla forma domestica della coltura e dall’esiguo prodotto ricavabile dalla stessa si possa dedurre che la coltivazione è destinata ad uso personale

Pubblicato il - 12 marzo 2020 - 18:38

TRENTO. In molti aspettano un intervento del legislatore che ratifichi, colmandola con una regolamentazione, la sentenza della Corte di Cassazione a Sezioni Unite, dove si esclude l’integrazione di un reato da parte di chi coltivi piante di cannabis in casa, quando dalla quantità modesta, dalla forma domestica della coltura e dall’esiguo prodotto ricavabile dalla stessa si possa dedurre che la coltivazione è destinata ad uso personale.

 

Tra i molti effetti che questa sentenza potrà portare con sé, se completata da una regolamentazione normativa, potrebbe essere quella di dare la possibilità a quelle piattaforme online, come Sensoryseeds.it, che sono specializzati nella vendita online di semi di cannabis, di mettere in commercio non solo semi da collezione, come fin ora è stato possibile, ma anche semi per coltivare piante di cannabis, ovviamente a condizione che l’acquirente ne faccia un uso strettamente personale.

 

Un totale ribaltamento. La pronuncia in questione, annunciata in udienza il 19 dicembre 2019, ha non solo superato la precedente della stessa Corte, intervenuta nel maggio dello stesso anno, ma ha anche ribaltato il punto di vista della questione, con implicazioni molto innovative e che sono state apprezzate da un’ampia platea di uomini politici e non.

 

A maggio, infatti, la Cassazione si era pronunciata nel senso di vietare la coltivazione di cannabis, indipendentemente dal numero di piante possedute, dalla quantità di sostanza che si potesse ricavare da queste e perfino dalla concentrazione di Thc presente nella pianta. Nell’idea della giurisprudenza la salute pubblica era lesa in quanto si aumentava il rischio che ci fosse una commercializzazione della sostanza illegale. Ciò significa che il ragionamento di fondo era tale da considerare sempre potenzialmente offensiva la mera condotta di coltivazione di piante di cannabis, senza possibilità di prova contraria. Si puniva, anche con il carcere, la condotta preparatoria al reato di vendita e detenzione a scopo di commercializzazione e non si verificava se, in concreto, vi era la possibilità di compierlo.

 

Diversamente, nella recente sentenza, si presume sempre che, in presenza delle condizioni esplicitate nella sentenza (l’attività di coltivazione siano di modeste dimensioni; siano svolte in forma domestica; le tecniche utilizzate siano rudimentali; le piante non siano numerose; la quantità di prodotto ricavabile sia minima, e manchino ulteriori indici da cui dedurre un loro inserimento nel mercato degli stupefacenti), a meno che non ci sia una prova contraria.

 

Facendo questo, i giudici hanno applicato alla lettera l’art. 73, c. 1 del Testo Unico sugli stupefacenti, che afferma che spacciatore è chi “[...] produce” sostanze stupefacenti al di fuori dei limiti stabiliti dal Decreto Ministeriale dell’11/06/2006, che stabilisce i limiti massimi affinché si possa dire che una sostanza è per uso personale. Nel far questo, la Corte, per l’appunto, presume di base che, con gli indizi riportati, la coltivazione sia per uso personale. Per dimostrare il contrario, dovrà essere il pubblico ministero e non colui che coltiva, a dare una prova convincente al giudice. Fino a questa storica sentenza era invece il coltivatore che doveva provare a difendersi.

La risposta dei politici

 

Per la rivoluzionarietà e per il ribaltamento di prospettive, questa sentenza è stata accolta molto positivamente da una parte del mondo politico, che adesso incalza il legislatore affinché si faccia chiarezza su come questo principio di diritto espresso dalla Corte possa essere applicato.

 

Le ragioni principali dell’acclamazione che ha seguito la pronuncia della Cassazione è che, finalmente, un organo dello Stato si è mosso nel senso di levare spazio di azione al mercato illegale, clandestino di stupefacenti, che porta con sé una serie di rischi consistenti. Innanzitutto e soprattutto, per il presunto legame tra il mercato della droga e quello mafioso; in secondo luogo perché l’agire in clandestinità comporta molto spesso una serie di azioni criminose, creando un circolo di criminalità e, infine, per motivi di salute pubblica. Affidandosi a mercati non regolamentati, raramente si è coscienti di con chi si ha a che fare o da dove provengano i prodotti, con gravi rischi per la salute.

 

Il precedente orientamento, in questo senso, sembra forse fallace. Nel tentativo di contenere quanto più possibile il quantitativo di marijuana circolante, metteva in realtà le persone in condizione di potersi rivolgere al solo mercato illegale, quindi alimentandolo. In questa maniera, una misura volta alla tutela della salute pubblica, in fondo in fondo andava a parziale detrimento della stessa.

 

Regolamentazione, economia e tutela della salute pubblica. La pronuncia delle Sezioni Unite di dicembre, invece, si insinua nel contesto della regolamentazione della cannabis, come prodotto multifunzionale, e della coltivazione della sua pianta in particolare. Allo stato attuale la coltivazione della canapa è completamente legale in Italia, quando la pianta ha una concentrazione di Thc inferiore allo 0,2%. Un mercato, quello agricolo della canapa, non da trascurare, dato che l’Italia ha registrato quasi un raddoppiamento delle piantagioni di canapa negli ultimi anni, con remunerazione rilevante.

 

Se la sentenza in questione avrà un seguito anche le piante con una concentrazione maggiore della soglia richiamata potranno essere vendute per la coltivazione, sebbene solo per uso personale. Allo stato attuale, infatti, questi semi sono venduti solo da collezione. In particolare, vengono utilizzati per tutelare il patrimonio genetico di alcuni tipi di piante. La infinita varietà di questa pianta desta difatti grande interesse anche solo per la genetica che esse hanno e per questo molti sono i collezionisti di semi di tale specie vegetale.

 

Un’apertura simile potrebbe comunque avere l’effetto di tirare fuori anche il commercio dei semi da coltivazione con Thc superiore allo 0,2% dall’illegalità, con il risultato, analogo a quanto detto innanzi, di un maggiore controllo del prodotto e quindi della tutela della salute pubblica. Nei limiti che la legge stabilirà, quando e se interverrà, uscirebbe tutto alla luce del sole, cosicché si possa avere certezza che su dove acquistare semi di cannabis, quale la qualità che offrono, quali i rischi e i vantaggi.

 

Saranno necessarie, senza dubbio, stringenti norme e controlli per assicurare che la coltivazione sia ad uso personale, ma una volta fatto questo, l’Italia potrà essere in grado di erodere piano piano il mercato illegale di cannabis, con tutte le diramazioni che questo possa avere per il paese. Ancora, attraverso i siti web di vendita online di semi di marijuana o i growshop, si potrà avere un più semplice ed economico controllo sulla quantità e la qualità dei semi di cannabis. È il momento, allora, di unirsi al coro dei politici per chiedere un celere intervento normativo in grado di dare certezza a un argomento di così grande rilievo, sia per l’economia che per la salute pubblica.

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