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Atti di antisemitismo e di razzismo attraversano il Paese mentre c'è chi ci vuole abituare al clima d'odio permanente

In questo periodo dell'anno si sono susseguiti diversi episodi di intolleranza e odio. L'Italia è attraversata da un processo di normalizzazione della violenza, materiale, nel linguaggio e nella rappresentazione del passato (e alcuni suoi protagonisti). Per questo è bene diffidare da chi cerca di renderci indifferenti a certi comportamenti alzando, di volta in volta, l'asticella dello scontro

Di Davide Leveghi - 28 gennaio 2020 - 20:28

TRENTO. In questo periodo dell'anno, in cui nelle immediate vicinanze si susseguono due ricorrenze del calendario civile nate con lo scopo di riflettere su alcune tragedie del '900 – tristemente accomunate per “merito” di precise scelte politiche - non è infrequente che gli atti di antisemitismo e di intolleranza si manifestino, generando spesso scalpore mediatico e ondate di solidarietà.

 

In pochi giorni l'Italia è stata attraversata da cinque gravi atti vandalici di diversa natura, accomunabili tutti sotto lo stigma del razzismo, da Cuneo a Reggio Emilia. Per non farsi mancare nulla, inoltre, la senatrice Liliana Segre e i giornalisti Carlo Verdelli e Paolo Berizzi sono stati raggiunti dagli ennesimi insulti antisemiti.

 

La scritta “Qui ebrei” ha fatto la sua comparsa sulla porta di casa del figlio della partigiana Lidia Beccaria Rolfi a Mondovì, in provincia di Cuneo, mentre un “Crepa sporca ebrea” è comparso su un muro di fronte all'abitazione di una donna di origini ebraiche, anche lei figlia di una staffetta partigiana.

 

Di diverso tipo le azioni registrate nel Bosco della Memoria di Monza, dove le installazioni di ferro che ricordano le vittime dei lager sono state piegate, mentre in un paese della provincia di Lecco una copia di “Lettera agli ebrei”, opera contenuta all'interno del Nuovo Testamento è stata strappata e lasciata a pezzi per terra.

 

Nel reggiano, infine, a Guastalla, una pietra d'inciampo dedicata ad Aldo Munari, un internato militare in Germania, è stata danneggiata a colpi di piccone, sollevando le immediate proteste delle associazioni combattentistiche. Di carattere razzista e non antisemita, è stato invece il gesto di vandalismo contro un bar di Rezzato, in provincia di Brescia, dove il locale di una proprietaria italiana di origini marocchine è stato devastato, con immancabili “firme” di svastiche e insulti.

 

La colonnina del mercurio dell'intolleranza segna in questo Paese episodici picchi, ma i rigurgiti di odio stanno ormai perdendo questo carattere per divenire qualcosa di più quotidiano. Proprio qui risiede il dramma. Assistere quotidianamente a fatti del genere abitua. E la politica, con le improprie citofonate o gli sdoganamenti di memorie che si speravano sepolte – si veda la recente proposta del Comune di Verona di intitolare una via al segretario storico del Movimento sociale Giorgio Almirante, fascista mai rinnegato e firmatario di alcune delle più vergognose pagine del passato nazionale – non aiuta di certo.

 

La violenza non è certo prerogativa di chi dice d'essere o si richiama all'ideologia fascista o nazista. Ad ogni modo ne costituisce il tratto distintivo. Intolleranza, odio, rifiuto della diversità, sono tutti aspetti che le leggi di contrasto al fascismo prodotte in epoca repubblicana hanno cercato di sanzionare proprio in funzione di autodifesa democratica. Ma l'indifferenza che ogni giorno colpisce e aumenta in ognuno di noi, generata proprio dal senso di assuefazione da certe notizie di cronaca e dall'abile manipolazione quotidiana portata avanti da capi popolo che ci abituano alla violenza alzando, giorno dopo giorno, campagna elettorale dopo campagna elettorale l'asticella, e da movimenti che si sono richiamati o si richiamano a quelle esperienze rischiano di vederci complici di questo clima.

 

La democrazia va quindi difesa e la Giornata della Memoria aiuta a non dimenticare che tutto è cominciato proprio con l'indifferenza.

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