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Rappresaglie, minacce alle istituzioni e scontri con avversari e forze dell’ordine: l’onda fascista monta nell’aprile 1922

Anche il mese di aprile 1922 registra una serrata cronaca di violenze. I fascisti, protagonisti di scontri e spedizioni contro gli avversari, arrivano più volte a scontrarsi con le forze dell’ordine. Prosegue la rubrica “Cos’era il fascismo”, alla scoperta – nell’anno del centenario della Marcia su Roma – delle origini del fenomeno centrale del ‘900 italiano

Foto tratta dal web
Di Davide Leveghi - 10 April 2022 - 11:12

Salve o popolo d’eroi/ Salve o Patria immortale/ Son rinati i figli tuoi/ Con la fede e l’ideale/ Il valor dei guerrieri/ La vision dei pionieri/ La vision dell’Alighieri/ Oggi brilla in tutti i cuor/ Giovinezza, giovinezza/ Primavera di bellezza/ Nella vita e nell’asprezza/ Il tuo canto squilla e va

 

TRENTO. Il quarto mese del 1922 registra una cronaca segnata dalla violenza. Tutto è in continuità con quanto avvenuto nei mesi precedenti (QUI la cronaca delle violenze fasciste nel mese di marzo): lo squadrismo dilaga nelle città, da cui era partito quando ancora era fenomeno di minoranza, rovescia le amministrazioni invise, devasta impunemente e impunemente uccide. L’illegalismo è diffuso, nonché accettato dalle autorità. Non sempre, però, l’atteggiamento di forze armate e forze dell’ordine risulta accondiscendente verso la prepotenza e la sicumera fasciste.

 

In un aprile quasi quotidianamente punteggiato da devastazioni di sedi operaie e antifasciste, aggressioni ed omicidi - da Nord a Sud della penisola - non mancarono infatti episodi in cui squadristi e rappresentanti dello Stato si diedero al “braccio di ferro”. Il caso più eclatante coinvolse Gino Baroncini, celebre volto dello squadrismo agrario emiliano, protagonista il giorno 4 di una spedizione armata contro il paese di Porretta Terme, sull’Appennino bolognese.

 

Fermato dalle forze dell’ordine, il suo arresto provocò l’immediata reazione dello squadrismo locale. A intercedere, minacciosamente, con le istituzioni fu proprio Italo Balbo: mobilitate le squadre del centro emiliano e dei dintorni, il ras ferrarese ottenne infatti la scarcerazione di Baroncini. Le forti pressioni spinsero così anche un prefetto come Cesare Mori, più volte criticato dai fascisti per il suo atteggiamento di difesa delle istituzioni di fronte all’uso della forza delle squadre, a desistere. Baroncini, da parte sua, avrà modo di lì a breve di distinguersi come fascista intransigente, protagonista della terribile spedizione – tristemente nota - contro il paese di Molinella.

 

Lo stesso giorno, a Ceccano nel Frusinate, un gruppo di squadristi romani penetra nel municipio, scaccia i consiglieri dall’aula e li minaccia di morte. Il tutto sotto gli occhi del maresciallo dei carabinieri, che assiste a braccia conserte – e per questo, dopo un’indagine ministeriale, verrà trasferito in altra sede.

 

Il giorno 3, a Bologna, il processo contro i responsabili del ferimento di due socialisti finisce con botte e arresti. L’avvocato di parte civile, il deputato repubblicano Mario Bergamo e il sostituto procuratore del re Mario Neri vennero presi a bastonate dalle camicie nere, provocando la reazione delle guardie regie. Il giorno 12, i carabinieri riuscirono invece a risparmiare dalle botte l’avvocato Luigi Salvatori, ex deputato socialista, assalito fuori dal tribunale di Lucca da un gruppo di squadristi perché protagonista di un’arringa dai toni antifascisti.

 

Lo scontro con le forze dello Stato trovò forma anche nelle giornate del 21 e del 26 aprile. Nel primo caso, in occasione del “Natale di Roma”, un corteo organizzato dai fascisti travolse i cordoni della polizia; nel secondo, invece, a rimetterci la pelle fu un contadino fascista, recatosi minacciosamente in caserma a Solarolo di Goito, nel Mantovano, per esigere la liberazione del fratello appena incarcerato. La protesta, degenerata in lite con un appuntato, finì in tragedia, con una revolverata sparata nella schiena all’agricoltore.

 

Le piazze d’Italia, nell’aprile 1922, sono ormai quasi ovunque in mano ai fascisti. Ogni manifestazione o iniziativa antifascista viene proibita o dispersa a bastonate. Bastonate, nel migliore dei casi. Il giorno 9 tocca a Ragusa, in Sicilia, dove le organizzazioni bracciantili tentano una commemorazione delle tre vittime d’una strage compiuta un anno prima dai fascisti. In quel caso, durante un comizio socialista, le squadre al comando di Filippo Pennavaria avevano sciolto la piazza a revolverate.

 

La violenza politica, con scontro fra i fascisti e le forze antifasciste, lascia sul terreno una lunga striscia di sangue. Il giorno di Pasqua, un giovane squadrista di Boschi di Baricella, nel Bolognese, entra armato in un’osteria affollata da socialisti. Non vi uscirà che morto, colpito alle spalle non si sa se da un avversario o da un suo stesso compagno. Talvolta, poi, a colpire è la scarsa dimestichezza con le armi: è il caso di un fascista marchigiano di 18 anni, che il giorno 17, mentre armeggia con una pistola per le vie di Ancona, si colpisce con un proiettile. Morirà dopo due giorni d’agonia, venendo insignito ad honorem del brevetto per la partecipazione alla Marcia su Roma.

 

Il conflitto politico, come detto, continuò a seminare morte in tutta la penisola. La cronaca è serrata: il giorno 1 a perdere la vita è un passante, colpito a Forlì da un proiettile sparato durante uno scontro armato fra fascisti e comunisti. Il giorno 2 i morti nei conflitti fra opposte fazioni sono quattro. In provincia di Cremona, un ex brigadiere dei carabinieri, nonché segretario del fascio di Pieve Dalmona, uccide a revolverate due antifascisti; a Pozzaglio, sempre nel Cremonese, a morire è un fascista, vittima di un’imboscata. A San Calogero, in Calabria, si spara su una manifestazione, uccidendo un uomo e ferendone diversi altri.

 

Il giorno 23, in zona Porta Romana a Milano, lo scontro fra opposte fazioni provoca la morte di uno squadrista, mentre il giorno successivo, fu Trieste lo scenario della battaglia urbana. Tre in questo caso furono i morti, uno squadrista quindicenne e due comunisti (fra cui il consigliere comunale Odorico Visentini), spirati dopo giorni d’agonia.

 

Il “rimpallo” di atti violenti fra fascisti e antifascisti segue più o meno sempre lo stesso canovaccio. A chiudere la contesa, infatti, ci pensano le camicie nere, che con spedizioni punitive brutali annichiliscono gli avversari. Il giorno 3, nel Pisano, l’aggressione di due fascisti a seguito dell’uccisione del consigliere comunale comunista di Pontedera Alvaro Fantozzi finisce con la pronta rappresaglia squadrista. In varie località della provincia, le camicie nere si lasciano andare a diffuse violenze nei confronti degli avversari politici.

 

Il giorno 10, infine, a perdere la vita fu un giovane squadrista. Dopo aver picchiato selvaggiamente un comunista, il diciannovenne con la camicia nera venne aggredito nella strada di casa e ucciso con una fucilata. A Giuncarico, provincia di Grosseto, teatro dell’episodio di sangue, la rappresaglia non tardò ad arrivare: il circolo di sinistra del paese venne raso al suolo.

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