Dal colpo di mano di Fiume alle celebrazioni fasciste, all’assalto del Regno: la violenza fascista del marzo ‘22
Il marzo 1922 segnò un ulteriore passo nell’escalation fascista verso la presa del potere, avvenuta a ottobre di quell’anno. Fiume, dopo settimane di preparazione, viene proclamata italiana, mentre nel Paese si susseguono episodi sanguinosi contro membri o semplici simpatizzanti di organizzazioni e partiti antifascisti. Continua la rubrica “Cos’era il fascismo”

“Lo scopo nostro tutti lo sappiamo/ combatter con certezza di vittoria/ e questo non sia mai sol per la gloria/ ma per giusta ragion di libertà/ i bolscevichi che combattiamo/ noi saprem bene far dileguare/ e al grido nostro quella canaglia/ dovrà tremare e dovrà crepare” (da All’armi siam fascisti!)
TRENTO. Avvicinando la “lente della storia” alla Marcia su Roma dell’ottobre 1922, ripercorrere gli antefatti dell’evento permette di cogliere quanto montante fosse stata la violenza fascista nel Paese. Dal 1919, anno della fondazione dei Fasci di combattimento, il movimento, trasformato in partito nel novembre 1921 (QUI l’articolo), crebbe in diffusione, capillarità e brutalità, preparando il terreno all’edificazione del regime autoritario prima e del totalitarismo poi. Non è impropria, dunque, l’immagine della marea che cresce e spazza via ogni resistenza.
Dopo un 1921 sanguinoso, in cui lo squadrismo prende progressivamente possesso di larghe fette del Paese, è nei 10 mesi del 1922 che si lastrica con la violenza il cammino verso la presa del potere. Gli obiettivi della furia, praticamente sempre impunita, dei fascisti sono ancora i “sovversivi”, siano essi membri o simpatizzanti delle sinistre o attivisti di circoli antifascisti cattolici, repubblicani o liberali. Nondimeno, è l’assalto alle istituzioni a determinare il salto di qualità con cui il partito-milizia si appresta a prendere le redini del governo nazionale.
In questo conto alla rovescia verso la Marcia su Roma (QUI e QUI degli approfondimenti), il marzo ’22 segnò dunque un’altra tappa di un’escalation cominciata ben prima. Così come gennaio (QUI l’articolo) e febbraio (QUI l’articolo), questo mese racconta con una serrata cronaca di violenze il clima sempre più intollerabile che si respirava nell’allora Regno d’Italia. Puntellati da assalti alle tipografie, spedizioni punitive, devastazioni, uccisioni, colpi di mano ai palazzi del potere, tutti i 31 giorni di marzo del 1922 registrarono un evento di violenza politica, schiacciatamente “a favore” della componente fascista.
Il mese, nello specifico, si apriva con il colpo di mano di Fiume. Dopo settimane di tensione contro il governo autonomista di Riccardo Zanella, l’assalto delle forze fasciste al palazzo del governatorato portò finalmente alla proclamazione dell’annessione della città quarnerina al Regno d’Italia. E’ il primo giorno del mese, quando i fascisti ottengono il pretesto perfetto per sferrare l’attacco decisivo, preparato da tempo: il legionario Alfredo Fontana, in uno scontro coi seguaci dell’autonomista Zanella – che vuole mantenere Fiume come città-stato indipendente – perde la vita. L’onorevole Francesco Giunta, ras triestino già protagonista dell’incendio del Narodni Dom, sede di associazioni slovene a Trieste, nel luglio 1920 (QUI l’articolo), chiamò a quel punto i fascisti a raccolta.
Giunti da Toscana e Veneto, su ordine del Consiglio militare capitanato da Giunta, le camicie nere bombardano il palazzo governativo. All’assalto, dopo un giorno di scontri e diverse vittime, i fascisti e i nazionalisti impongono a Zanella le dimissioni. Lo Stato libero di Fiume, a quel punto, viene dichiarato annesso al Regno d’Italia, dando avvio ad una tumultuosa stagione conclusasi solamente nel gennaio 1924 con il riconoscimento dell’appartenenza all’Italia. Zanella, nel mentre, va in esilio, mentre la città viene affidata al commissario straordinario Giovanni Giuriati. E' il 3 marzo 1922.
Fra continui assalti e devastazioni a circoli operai e cooperative contadine, spedizioni punitive ed attacchi mirati contro semplici militanti, noti attivisti o amministratori nemici, a perdere la vita – in una sproporzione comunque a sfavore dei primi – vi furono anche diversi squadristi. Ciò accadde, ad esempio, il primo marzo, in un assalto di un corteo comunista nel Ravennate, così come il giorno 4 a San Martino Secchia, nel Modenese. Le incursioni, tuttavia, lasciano sul terreno soprattutto gli avversari, spesso attaccati in netta inferiorità numerica, raggiunti nelle proprie case o nei luoghi di ritrovo. È il caso, ad esempio, della spedizione effettuata dagli squadristi il giorno 5 a Giovecca di Lugo, nel Ravennate, in cui morirono un bracciante comunista, un meccanico e un falegname. Quello stesso giorno, ad Anzola dell’Emilia, un bracciante anarchico veniva ucciso a revolverate nella sede della cooperativa di consumo Case Modena, mentre due fratelli rimanevano gravemente feriti.
La cronaca delle violenze, dettagliatamente ricostruita dallo storico Mimmo Franzinelli in Squadristi. Protagonisti e tecniche della violenza fascista. 1919-1922, è un susseguirsi continuo di azioni analoghe. I fascisti, oltre che attaccare violentemente gli avversari, distruggendone le sedi e contando nondimeno sulla connivenza delle forze dell’ordine, trasformano alcuni dei più efferati episodi in eventi centrali di una propria memoria, vittimista, tronfia ed enfatica del supposto ruolo di “tutori dell’ordine”. Nel luglio, ad essere ricordata, sarà la vicenda di Sarzana (QUI l’articolo), in cui contro ad ogni aspettativa gli squadristi si videro per una volta di fronte le baionette delle guardie regie.
Nel marzo ’22, invece, ad imporsi come momenti di celebrazione nel “calendario fascista” - in costruzione – furono la strage di Empoli del primo marzo ’21 ed il terzo anniversario della nascita dei Fasci. Nel primo caso, a radunarsi furono camicie nere e forze dell’ordine, inquadrate in una commemorazione “militar-fascista” di un eccidio di marinai in borghese scambiati dalla popolazione per squadristi. A narrare l’episodio è ancora Franzinelli: “Due camion diretti da Pisa a Firenze, con a bordo 64 marinai in borghese destinati a sostituire i ferrovieri scesi in sciopero per l’assassinio di Lavagnini (segretario del sindacato ferrovieri, ucciso a pistolettate il giorno 27 febbraio durante un assalto delle camicie nere alla sede dell’Associazione comunista degli invalidi di guerra, ndr), vengono assaliti a Empoli dalla popolazione convinta di trovarsi di fronte a una spedizione punitiva fascista: vengono uccisi 6 marinai. In serata la cittadina viene occupata militarmente; sindaco e assessori fuggono, i bersaglieri arrestano centinaia di persone, i fascisti incendiano la Casa del lavoro”.
Nel secondo, invece, si tratta di un episodio cardine della memoria fascista. A Milano, alla presenza di Mussolini e delle più alte gerarchie del partito, 30mila camicie nere si radunano per festeggiare il terzo anniversario della Fondazione dei Fasci di combattimento. A margine della manifestazione, gli squadristi si danno alle violenze, uccidendo un ferroviere comunista.
Il giorno 12 marzo, in particolare, diede la cifra del clima respirato nel Paese. È domenica e in giro per l’Italia si susseguono numerosissimi episodi di violenza squadrista. A Trieste i fascisti uccidono un operaio, mentre a Coenzo, nel Reggiano, tocca ad un bracciante comunista di 24 anni e a un contadino di 52. Sempre nella provincia di Reggio, il segretario del circolo socialista di Puianello muore con il cranio sfondato.
Altri due morti fra le file antifasciste, in quella terribile giornata, si registrarono nel Perugino. Camere del lavoro, cooperative, società di mutuo soccorso sezioni politiche o ricreative socialiste e comuniste vengono devastate in Lombardia, Emilia, Umbria e Toscana. Il sindaco socialista di Zibello, nel Parmigiano, venne bastonato, mentre il congresso regionale umbro del Partito popolare viene interrotto dalle aggressioni fasciste, che raggiungono anche il sottosegretario Mario Cingolani. La celebrazione di Giuseppe Mazzini organizzata a Roma dai repubblicani venne infine dispersa dalle camicie nere a forza di manganellate e revolverate.
All’illegalismo fascista, come avverrà poi – inutilmente – nell’agosto ’22 con lo sciopero legalitario (QUI l’articolo), i lavoratori reagirono anche con l’arma dello sciopero. Il giorno 18, a Genova, La Spezia, Livorno, Ancona, Civitavecchia e Bari, i portuali incrociarono le braccia in solidarietà con i colleghi napoletani, aggrediti dai fascisti. Il giorno 29, a Livorno, l’aggressione squadrista al corteo funebre di un ferroviere socialista provocava l’astensione cittadina al lavoro.
Le violenze contro i contadini e le loro organizzazioni, il giorno 21, produssero addirittura l’approvazione di una mozione della Camera in cui si esprimeva “simpatia ai lavoratori agricoli d’Italia nella loro lotta per la difesa dei patti agrari che vuole tutelare contro ogni insidia e violenza fascista”. Con 81 voti a favore, contro 72 contrari e 11 astenuti, una Camera ancora a maggioranza non fascista dava conto di un’effimera condanna delle violenze nere.
Ben più illuminante del clima del Paese, invece, fu quanto avvenne il giorno 23 a Città della Pieve, nel Perugino. Qui, assolti dall’accusa di minacce e violenza a mano armata, 16 camicie nere furono portate in trionfo per la città. All’uscita dalla pretura, l’onorevole Giuseppe Sbaraglini, deputato socialista e difensore civile nel processo, fu assalito e percosso, a stento sottratto dal linciaggio. Quell’atteggiamento permissivo e connivente della magistratura, nondimeno, veniva accompagnato dalla passività, se non dal vero e proprio fiancheggiamento, delle forze dell’ordine nei confronti dei fascisti.














