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| 07 nov 2021 | 12:34

Dalla crisi all’offensiva finale: lo squadrismo e la nascita del Partito nazionale fascista

Il 9 novembre 1921 il movimento dei Fasci italiani di combattimento si trasforma in partito. È la conclusione di una delle più gravi crisi del fascismo, dopo che l’anima politica aveva cercato di porre argine alla violenza squadristica accordandosi con i socialisti. La nascita del partito-milizia, però, rappresenterà un passo decisivo per la prese del potere. Continua la rubrica “Cos’era il fascismo”

di Davide Leveghi

La nostra propaganda sarà fascismo fascismo e fascismo; e per i duri di orecchio dichiariamo che il manganello potrà funzionare a meraviglia” (intervista a Pietro Bolzon, membro della direzione del Partito nazionale fascista, 8 dicembre 1922)

 

TRENTO. La fondazione del Partito nazionale fascista, avvenuta al congresso di Roma del 7-10 novembre 1921, pose fine ad una delle crisi più gravi della storia del movimento. Soluzione compromissoria fra l’anima politica, incarnata da Benito Mussolini, e quella militare, gravitante attorno ai ras più influenti – da Dino Grandi a Pietro Marsich, da Italo Balbo a Roberto Farinacci – quella della trasformazione del movimento dei Fasci italiani di combattimento in partito fu la mossa decisiva per preparare il terreno all’offensiva contro lo Stato liberale.

 

Alle elezioni del maggio ’21, i fascisti si erano uniti ai liberali nel “listone” del Blocco nazionale. Il risultato deludente aveva legittimato le squadre d’azione a riversare sui nemici socialisti, usciti vincitori dalla tornata amministrativa, un’ulteriore dose di violenza cieca. L’ondata, tuttavia, fu di tale efferatezza da destare preoccupazione nell’anima politica del movimento, spaventata dall’idea di perdere il consenso dell’opinione pubblica e dei ceti borghesi. L’evento più significativo a riguardo fu lo scontro del 21 luglio a Sarzana fra le guardie regie e i fascisti, quando quest’ultimi, giunti in gran numero in città per liberare il ras apuano Renato Ricci, per la prima volta incontrarono l’opposizione della forza pubblica (QUI l’articolo).

 

Il 3 di agosto, su iniziativa del primo ministro Ivanoe Bonomi, illuso di poter mettere fine alla violenza politica, la dirigenza del movimento fascista firmava con la Confederazione generale del Lavoro e i socialisti un “patto di pacificazione”, in cui le parti si impegnavano genericamente a sotterrare l’ascia di guerra. Nonostante la bilancia della violenza pendesse nettamente dalla parte fascista, i socialisti arrivarono perfino a smarcarsi dagli Arditi del popolo, inferendo un altro colpo alle già provate forze dei movimenti dei lavoratori (QUI l'articolo).

 

Scrive lo storico Emilio Gentile in Fascismo. Storia e interpretazione: “Con l’accettazione del patto, che aveva incontrato l’opposizione di molti esponenti dello squadrismo, Mussolini mirava a inserire stabilmente il fascismo nella politica parlamentare, a far valere la sua autorità di capo sui fascismi provinciali, e a porre un limite alle violenze squadriste. Il perpetuarsi della violenza squadrista, talvolta con episodi di efferata crudeltà, cominciava infatti a suscitare la condanna anche da parte dell’opinione pubblica borghese, la quale, ritenendo esaurita la funzione della ‘sana reazione’ dopo il declino del Partito socialista, reclamava ora il ritorno alla normalità sotto l’impero della legge”.

 

La reazione dei fascisti oltranzisti fu però, come detto, molto dura. Non solo i capi più influenti dell’ala squadrista contestavano ogni accordo con i nemici, verso cui si prendeva in considerazione solo l’ipotesi dell’annichilimento, ma la stessa pretesa di Mussolini di ergersi a capo del movimento veniva messa in discussione. Il seguito crescente del movimento, dicevano, era dovuto all’azione delle squadre, non alle iniziative del fondatore dei Fasci.

 

Ben presto, di fronte all’accesa contestazione (specialmente a Venezia e Firenze), Mussolini virerà verso l’abiura del “patto di pacificazione” coi socialisti. Passa l’autunno e a Roma, dal 7 al 10 novembre 1921, si tiene il congresso del movimento. In città, dopo l’afflusso copioso di camicie nere, si ripetono scontri violentissimi. La prima vittima è un macchinista socialista, vendicato dagli antifascisti con una selva di proiettili sparata su un corteo di fascisti in sfilata per il quartiere di San Lorenzo. La ritorsione è a questo punto ancora più feroce: l’indomani gli squadristi massacrano due muratori, un fornaciaio quindicenne, un falegname. Un operario, Romolo Barbieri, viene ucciso da un militare accorso in difesa di un fascista aggredito dalla folla.

 

Il Comitato di difesa proletaria, a quel punto, dichiarò l’astensione dal lavoro. Aspri combattimenti si verificano nei quartieri di Testaccio, San Lorenzo, Trionfale e Trastevere. L’ultimo morto a Roma si ha nella giornata del 13 novembre. Un ex ardito uccide un operaio. Scontri e spedizioni si ripetono in quei giorni a Modena, in Polesine, a Orvieto, in Toscana. Il giorno 15 Il Popolo d’Italia titola: “Il trattato di pacificazione da oggi è denunciato e decaduto”.

 

La sconfessione del patto di pacificazione soddisfece così l’ala squadrista, che con il nuovo statuto veniva incorporata nel neo costituito partito “come parte essenziale e integrante della sua organizzazione e del suo metodo di lotta” (Gentile). Nel programma, pubblicato a dicembre su Il Popolo d’Italia, si leggeva: “Nel campo dell’organizzazione di combattimento il Pnf forma un tutto unico con le sue squadre; milizia volontaria al servizio dello Stato nazionale, forza viva in cui l’Italia fascista si incarna e si difende”.

 

Nuovo segretario generale del partito-milizia fu Michele Bianchi, già segretario del movimento. Membro fondatore dei Fasci, calabrese, ex socialista e sindacalista rivoluzionario, interventista e volontario nella Grande Guerra, in quanto giornalista era stato caporedattore del Popolo d’Italia. Quadrumviro nella Marcia su Roma (QUI l’articolo), svolse diversi compiti di governo, lasciando la segreteria del Partito nell’ottobre del 1923.

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