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Quella volta in cui le forze dell’ordine reagirono contro la violenza fascista: i fatti di Sarzana, tra storia e mito

All’alba del 21 luglio 1921, un migliaio di fascisti si concentra di fronte alla stazione di Sarzana, nella Lunigiana, per chiedere a gran voce la liberazione del ras di Carrara Ricci. Per una volta, però, le forze dell’ordine non si dimostrano accomodanti verso gli squadristi, che avanzano e sparano, producendo gravi scontri. I contadini, da parte loro, danno vita ad una caccia agli sbandati. I fatti di Sarzana produrranno conseguenze importanti, fondando miti contrapposti, tra cui quello vittimista del regime

Foto tratta da wikipedia
Di Davide Leveghi - 18 luglio 2021 - 12:53

Sarzana resterà sempre la pietra miliare della storia fascista. Di là sono partiti in coorti di spiriti i morti fascisti di tutta Italia per illuminare la via dell’Eterna e per dire a Mussolini: ‘Marciate sulla biga di Roma tirata dai cavalli di Cesare'” (da La Voce di Mantova del 21 luglio 1923)

 

TRENTO. Quando, all’alba del 21 luglio 1921, circa un migliaio di squadristi si radunò nella piazza antistante alla stazione di Sarzana, in città era già scattato l’allarme. La zona della Lunigiana, infatti, era stata spazzata ripetutamente dalla furia fascista, cancellando gran parte delle amministrazioni socialiste. Solo quella dell’importante centro fra Massa, Carrara e La Spezia, però, era riuscita a conservarsi, opponendo una fiera resistenza alle spedizioni provenienti per lo più dalla vicina Toscana.

 

Ciò che avvenne in quelle concitate ore, tuttavia, ebbe qualcosa di straordinario rispetto a quanto visto nel resto del Paese. L’azione fascista, organizzata da pezzi grossi delle squadracce toscane come Amerigio Dumini (noto ai più per il delitto Matteotti, QUI e QUI degli approfondimenti), Umberto Banchelli e Tullio Tamburini, aveva lo scopo di liberare dal carcere il ras apuano Renato Ricci, arrestato qualche giorno prima assieme a una decina di scherani, dopo che aveva seminato panico e morte in diversi paesi circostanti, tra Monzone, Aulla e Santo Stefano di Magra.

 

Per liberarlo, dunque, i fascisti avevano deciso di dar vita ad una prova di forza tale da costringere le autorità a piegarsi al loro volere. Questa volta, tuttavia, l’obiettivo fu centrato ad un prezzo non indifferente e alla reazione decisa delle forze dell’ordine, i fascisti non poterono che rispondere con la violenza. Per la prima volta, le forze dello Stato difesero la legge, opponendo ai fascisti il netto rifiuto alle inaccettabili condizioni imposte. Ma quali furono i passaggi che portarono alla sparatoria tra carabinieri, guardie regie e fascisti?

 

Di fronte al migliaio di squadristi inquadrati in piazza, il capitano dei carabinieri Guido Jurgens cercò di rispondere con la diplomazia, intavolando un dialogo. Ai fascisti, disse, non sarebbe affatto convenuto entrare nelle vie della città, essendo questa difesa militarmente dagli Arditi del Popolo. Al consiglio spassionato, tuttavia, Dumini e i suoi rispondevano imponendo condizioni nette: scarcerazione immediata dei detenuti, consegna del tenente responsabile dell’arresto di Ricci e possibilità di “entrare e permanere in Sarzana quanto occorresse per compiervi quanto era da loro ritenuto opportuno per mettere a posto i rossi”.

 

Al rifiuto di Jurgens di piegarsi alle richieste fasciste, le squadre decisero d’avanzare a fucili spianati. All’inusuale opposizione delle forze dell’ordine, i fascisti risposero con il piombo. Delle fucilate partirono dalle loro fila e in men che non si dica cominciava una sparatoria destinata a lasciare sul terreno diverse vittime, in entrambi gli schieramenti. Fu il caos: Jurgens venne sottratto al linciaggio da alcune guardie regie accorse per lo strepito delle armi, i feriti portati all’ospedale e una buona parte dei fascisti fuggita in direzione delle campagne.

 

Quest’ultima scelta, però, avrebbe avuto conseguenze fatali. Scrive lo storico Mimmo Franzinelli in Squadristi: “I contadini che, allarmati dall’adunata, si erano preparati all’autodifesa con fucili da caccia e con attrezzi agricoli (forconi, vanghe, badili…) scatenarono la caccia ai fuggiaschi”. Sul terreno rimasero così tre squadristi, uccisi a colpi di forcone, accetta o da una fucilatanella sparatoria le vittime registrate furono invece otto fra i fascisti e un caporale di fanteria tra i tutori della legge.

 

Le violenze, poi, non si fermarono lì: i fascisti ancora presenti a Sarzana, infatti, ottenuta la scarcerazione di Ricci e dei suoi compagni, salirono su un treno predisposto appositamente per accompagnarli fuori dalla città. Per vendicare il sangue dei propri camerati, diedero vita a sparatorie contro le case dei contadini, che da parte loro risposero al fuoco. Diversi furono i morti e i feriti, in quella lunga e difficile uscita da Sarzana, permessa nonostante l’azione delittuosa compiuta dalle squadre fasciste.

 

Le ritorsioni, peraltro, erano lungi dall’essere finite: mentre da una parte i capi delle squadre impegnate a Sarzana cominciavano a produrre ricostruzioni inverosimili e vittimistiche degli eventi, dall’altra il territorio lunigiano veniva scosso da violente puntate contro contadini ed operai. Per mettere fine alle ritorsioni, a Carrara si decise perfino di stipulare un accordo di pacificazione tra il fascio cittadino e i delegati degli altri partiti, da cui rimasero però esclusi comunisti e anarchici – qualche settimana dopo ne sarebbe stato firmato uno a livello nazionale, suscitando vive proteste in entrambi gli schieramenti. L’utilizzo sfacciato e senza conseguenze della violenza da parte dello squadrismo rischiava però di produrre un effetto boomerang. Perché?

 

Scrive sempre lo storico Franzinelli: “Sarzana divenne un caso nazionale, interpretabile come un possibile mutamento nell’atteggiamento governativo, dal momento che il gabinetto Bonomi, insediatosi da un paio di settimane, non aveva ancora definito una precisa posizione in tema di difesa dell’ordine pubblico. Il fatto che proprio in quei giorni si discutesse il patto di pacificazione privò gli squadristi della copertura politica per la vendetta: prevalsero, in seno al movimento, le correnti moderate”.

 

Se l’episodio in sé rappresentò un’eccezione capace per un attimo di influenzare gli umori generali, il contesto generale fu riportato ben presto all’anormale normalità di quei tempi. Mentre le autorità prefettizie invitavano a gran voce alla repressione nei confronti di un “territorio insorto”, le indagini svolte dall’ispettore Vincenzo Trani, autorevole e poco propenso a farsi influenzare dalle pressioni, raccontarono di un quadro di diffusa violenza nera, di una connivenza tra le squadre, i loro finanziatori e l’apparato periferico statale e di una tranquillità ristabilita dal patto di pacificazione. Per la prima volta, sottolineava Trani, i contadini si sentivano perfino tutelati da soldati e forza pubblica contro le spedizioni fasciste.

 

Questa figura fuori dagli schemi, però, ebbe vita breve. Minacciato di morte, Trani fu scaricato dal governo e di lì a poco messo in pensione (pensione che tra l’altro non avrebbe mai ricevuto, fino alla sua morte avvenuta nel 1931). Il capitano Jurgens, invece, fu subito trasferito, mentre al posto dell’amministrazione socialista di Sarzana venne installato un delegato prefettizio accomodante verso i fascisti.

 

Le parole dello storico Franzinelli, a questo punto, ci vengono in soccorso per capire le conseguenza a lungo termine dei fatti di Sarzana. “Questi – scrive – mostrarono la fragilità dell’apparato militare squadrista, se fronteggiato dalla forza pubblica; tuttavia la politica del governo Bonomi, impostata – dopo la stipula del patto di pacificazione (3 agosto) – esclusivamente contro comunisti e Arditi del popolo, restituì respiro e forza all’apparato formato dai Fasci di combattimento”.

 

Inoltre, Sarzana offrì ai fascisti la possibilità di costruirsi un mito vittimistico, basato su una ricostruzione dei fatti decisamente distorta e foriero di effetti concreti verso la stessa città lunigiana. Se a un anno di distanza, qualche migliaio di fascisti avrebbe “invaso” la città commemorando i propri caduti, una volta salito al potere il fascismo rovesciò sul centro a cavallo fra Liguria e Toscana tutta la rabbia per l’incancellabile scacco. Ogni funzione culturale-amministrativa gli venne tolta e trasferita nella vicina Spezia, la popolazione di fede antifascista duramente repressa. Nel ricordo di quegli eventi, l'imbarazzante quesito su chi avesse cominciato a sparare tra i fascisti e i carabinieri venne così risolto: a scaricare i fucili per primi furono dei "sovversivi nascosti nei boschi". 

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