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| 20 feb 2022 | 10:49

Un altro passo verso la “rivoluzione”: fra tumulti ed aggressioni, le violenze fasciste del febbraio 1922

Assalti a prefetture e sedi politiche, scontri in osteria e spedizioni punitive contro i deputati avversari. Varie e montanti furono le violenze fasciste nel febbraio del 1922, a pochi mesi dalla presa del potere. Prosegue la rubrica "Cos'era il fascismo"

di Davide Leveghi

All’armi! All’armi! All’armi o fascisti! Noi del Fascismo siamo i componenti/ la causa sosterrem fino alla morte/ e lotteremo sempre forte forte/finché terremo il nostro sangue in cor/ Sempre inneggiando la Patria nostra/ che tutti uniti difenderemo/ contro avversari e traditori/ che ad uno ad uno sterminerem” (dal brano All’armi siam fascisti)

 

TRENTO. Messo alle corde dal diffuso illegalismo fascista, il governo Bonomi si vedeva costretto, nel febbraio 1922, a dimettersi. Fallito il patto di pacificazione tra opposte fazioni (QUI l’articolo), sconfessato non senza pressioni da parte del capo del Partito nazionale fascista Benito Mussolini, l’esecutivo liberale alzava le mani di fronte allo sfacciato atteggiamento delle camicie nere, incontrastate padrone di larghe fette del Paese.

 

Dopo un ’21 di crescente tensione, il predominio fascista sulla penisola si faceva sempre più chiaro, nonostante i timidi tentativi del governo di limitarlo. Il partito-milizia, dunque, proseguiva nella preparazione del terreno alla conquista del potere: a un gennaio di sangue (QUI l’articolo) corrispose così anche un febbraio costellato da violenze e prepotenze. L’Italia liberale si andava pertanto sfaldando sotto gli occhi delle classi dirigenti, ben più preoccupate da un inesistente “pericolo rosso”.

 

Sullo sfondo, anche nel secondo mese del ’22, v’erano le devastazioni ai circoli e alle sedi antifascisti. Dalla Lombardia alla Toscana, passando per l’Emilia-Romagna e la Liguria, con cadenza quasi giornaliera gli squadristi assaltavano i ritrovi dei movimenti operai e contadini, lasciando dietro di sé solo macerie. E molto spesso anche vittime.

 

Svariate furono infatti le uccisioni: il giorno 5 veniva assassinato un comunista a Forlì, il giorno 7 un suo compagno di partito a San Daniele Po, nel Cremonese. L’8 toccava invece a un comunista di Borgo Vercelli, ferito gravemente e poi perito. Due giorni dopo, l’antifascista Lorenzo Angelini veniva fatto fuori a Carrara. Nella notte del 22, inoltre, l’importante esponente del socialismo irpino Ferdinando Cianciulli subiva un agguato mortale, mentre il 26, durante un’incursione fascista nella casa di un attivista di sinistra di Piandisetta, nel Bolognese, veniva colpita con una rivoltellata la madre, interpostasi fra il figlio e gli squadristi.

 

Non solo antifascisti, però, venivano uccisi in quel mese sanguinoso. La reazione dei gruppi paramilitari di sinistra, o di semplici attivisti di partiti antifascisti, finiva infatti per produrre un circolo vizioso di violenza, in cui i fascisti riversavano attraverso la rappresaglia tutta la loro superiorità militare – ben tutelata dall’impunità garantita dalle istituzioni. Il giorno 13 toccava ad esempio ad un operaio fascista di Prato, “ucciso da due sovversivi, che voleva indurre a dimettersi dal partito comunista” (Mimmo Franzinelli, Squadristi).

 

Il giorno 16, invece, a morire per un colpo di pistola era uno squadrista 26enne, protagonista di una rissa ad Agnadello, nel Cremonese, con un assessore comunale socialista. Il 18, uno studente fascista 19enne veniva ammazzato con una coltellata dopo esser stato scoperto nell’atto di spiare un incontro segreto di antifascisti, mentre il giorno successivo arrivò il turno di un architetto fascista di La Spezia, ucciso dagli Arditi del popolo mentre tornava da un funerale di un camerata. Per rappresaglia, in questo caso, gli squadristi spezzini devasteranno il circolo dei ferrovieri, colpendo a morte un lavoratore comunista.

 

Non sempre le azioni fasciste, d’altronde, si rivelavano riuscite. Talvolta, infatti, le camicie nere incontravano una forte resistenza dei lavoratori, molto meno spesso delle forze pubbliche schierate a difesa delle sedi e dei circoli assediati. Fu il caso, ad esempio, del fallito assalto alla Camera del lavoro di Firenze del 3 febbraio, quando le forze dell’ordine riuscirono a respingere gli assedianti. Per protesta di fronte ad un atteggiamento che consideravano ingiusto quanto raro, gli squadristi inscenarono una manifestazione davanti alla prefettura cittadina. Furono invece i “sovversivi”, nella notte del 16, a respingere l’assalto al paese di Serra di Lerici da parte di una squadra d’azione spezzina.

 

Il giorno 28, il ferimento di due fascisti a Cagli, nel Pesarese, portò ad una spettacolare spedizione punitiva guidata dal ras Raffaello Riccardi, fondatore e guida della squadra d’azione Asso di bastoni. In questa occasione, giunti in forze in paese, le camicie nere percuoteranno ben 54 persone, come da contabilità dettagliatamente riportata dallo stesso Riccardi.

 

La città di Bologna, fra il 9 e l’11 febbraio, fu percorsa da forti agitazioni. A far scattare gli squadristi, in particolare, fu una sentenza del Tribunale con cui si riconobbe la colpevolezza di alcuni fascisti accusati di violenza privata e altri reati. La reazione, come l’impunità fosse dovuta, fu violentissima: il pubblico ministero venne minacciato, la prefettura assaltata. Per due giorni la città fu teatro di scontri ed incidenti. Le proteste contro il prefetto s’accompagnarono intanto a manifestazioni di sostegno all’esercito, con l’invocazione di una dittatura militare.

 

Scontri e tumulti si ripeterono in tutto il mese, in giro per la penisola. Il giorno 21 fu teatro Napoli, con tafferugli fra portuali e camicie nere. Le vittime, alla fine, furono due, una per parte. Una settimana prima, intanto, a San Michele di Tiorre, nel Parmense, sei squadristi impegnati in un’ispezione notturna furono protagonisti di duri scontri in un’osteria con degli Arditi del popolo. Uno di loro, di soli 17 anni, morirà a causa di una pistolettata.

 

Scenario di una crescente tensione, sfociata infine nel colpo di mano fascista del marzo ’22, fu ancora il confine orientale. Nello Stato libero di Fiume, dopo il fallito attentato di fine gennaio ai danni del governatore autonomista Riccardo Zanella, legionari e squadristi si resero protagonisti di un assalto alla questura. Lo stesso giorno, 14 febbraio, una colonna di camicie nere marciava a Trieste contro un picchetto di guardie carcerarie, schierate di fronte alle prigioni.

 

La violenza fascista, nondimeno, non risparmiò affatto nemmeno i deputati del Regno. Il giorno 10 venivano aggrediti a Modena sia il popolare Giuseppe Donati che il socialista Gregorio Agnini. Stessa sorte, due giorni dopo a Sestri Ponente, per i deputati socialisti Ludovico D’Aragona, Gaetano Zirardini e Francesco Rossi.

 

La crisi del governo, intanto, si consumava in quei giorni. Dopo il rinvio dell’esecutivo Bonomi alla Camera da parte del re, avvenuto ancora il giorno 1, il presidente del Consiglio consegnava le dimissioni già il giorno successivo, venendo poi messo in sfiducia dalla Camera due settimane dopo. Al suo posto, il giorno 26, veniva costituito il governo Facta. Sarebbe stato il primo dei due esecutivi guidati dal liberale piemontese: il de profundis della democrazia liberale.

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