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Il conto alla rovescia verso la “rivoluzione fascista”: fra agguati e impunità, le violenze squadriste del gennaio 1922

A 10 mesi dalla Marcia su Roma, nell'ambito della rubrica "Cos'era il fascismo", ricostruiamo il clima di diffusa violenza squadrista nel mese di gennaio del '22, fra agguati, spedizioni punitive e una sempre più palese connivenza delle istituzioni

Di Davide Leveghi - 23 January 2022 - 12:18

Ci rifiutiamo di credere che il Governo abbia in animo di effettuare un provvedimento non solo illiberale, ma assurdo e totalmente inutile; perché siamo in grado di annunziare che anche contro la volontà del Governo le squadre continueranno ad esistere […] Squadre e Fascismo sono la stessa cosa. Squadre e Partito non sono un’antitesi ma costituiscono un’identità perfetta. Si abbia piuttosto il coraggio di sciogliere il Partito. È sempre inutile, ma è meno gesuitico” (da un articolo de Il Popolo d’Italia, 16 dicembre 1921)

 

TRENTO. A dieci mesi dalla Marcia su Roma, l’Italia era un Paese già profondamente sconvolto dalle violenze fasciste. L’anno spartiacque, indubbiamente, fu il 1921. Scrive a riguardo lo storico Mimmo Franzinelli in Squadristi. Protagonisti e tecniche della violenza fascista. 1919-1922: “Nel 1921 si passò dalle azioni singole – per rappresaglia contro l’uccisione di fascisti oppure per operazioni dirette alla distruzione di ogni forma organizzativa rivoluzionaria in una determinata zona – alle mobilitazioni di centinaia o addirittura migliaia di squadristi, su base interprovinciale o interregionale: occasioni di propaganda e insieme dimostrazione dell’impotenza degli avversari del fascismo”.

 

Il patto di pacificazione coi socialisti, caldeggiato dal governo Bonomi e sostenuto da una autorevole rappresentanza del partito, era stato sconfessato da Mussolini dopo settimane di tensioni, alimentate dal fascismo più oltranzista (QUI l’articolo). Le promesse di democrazia interna, contenute nel primo statuto del Pnf, verranno nella pratica ugualmente rinnegate, indirizzando il fascismo sulla strada dell’ “ubbidienza cieca e assoluta” ai dettami del suo “duce” (QUI l’articolo).

 

In questo contesto, a distanza di mesi dal centenario della Marcia su Roma, tracciare una linea temporale delle violenze dell’anno ’22 può risultare utile per comprendere il climax che portò all’atto supremo ed ultimo della “rivoluzione fascista”. Un clima, ben si intenda, tutt’altro che cominciato in quell’anno decisivo per le sorti del Paese e del mondo intero.

 

Leggere la cronaca delle violenze del gennaio 1922, quindi, restituisce uno spaccato piuttosto illuminante sulla preparazione del terreno alla conquista fascista del potere. È uno squarcio che, fra agguati, spedizioni punitive, impunità, connivenza delle istituzioni, testimonia quanto l’opzione fascista si sia imposta nel Paese con il favore – e dei gradi più o meno maggiori di consapevolezza – delle classi dirigenti, dei ceti medi e dei poteri forti, dalla monarchia alle forze dell’ordine, passando per esercito ed istituzioni liberali.

 

L’anno precedente, d’altronde, si era chiuso con un estremo tentativo da parte del governo liberale guidato da Ivanoe Bonomi di neutralizzare la violenza armata. Tentativo fallito miseramente: il 15 dicembre una circolare prefettizia equiparava il manganello alle armi ed includeva i gruppi paramilitari fascisti fra le formazioni illegali. Nemmeno ventiquattr’ore dopo, il segretario generale del Pnf Michele Bianchi rispondeva impartendo a tutte le sezioni del partito e alle squadre delle direttive atte a rendere innocue le disposizioni governative. “Lo scioglimento delle Squadre di combattimento risulterà praticamente impossibile – scriveva sull’edizione del 16 dicembre de Il Popolo d’Italia – se prima il governo non avrà dichiarato fuori legge il Pnf in blocco”. Il partito-milizia, in cui le squadre erano state incorporate come tutt’uno con il partito, ne uscì così inscalfito.

 

Disarmo e proibizione di mantenere in vita qualsiasi organizzazione paramilitare, al contrario, colpirono le sinistre. I prefetti, infatti, non lesinarono azioni repressive ai danni di “guardie rosse” ed Arditi del popolo, dimostrando ulteriormente verso quale parte della bilancia pendesse la simpatia di istituzioni e forze dell’ordine. Episodi del genere avvennero nel gennaio ’22 a Pegli, allora Comune del Genovese, dove un anarchico venne assassinato dalle forze dell’ordine (giorno 7) e a Casola Valsenio, nel Ravennate, dove un carabiniere in licenza, in compagnia di due squadristi, ammazzavano un’attivista socialista, Luigi Sardelli, già da tempo minacciato di morte (giorno 9). A Seminara, nel Reggino, una sommossa popolare contro la pretura si concludeva con l’uccisione di tre manifestanti ed il grave ferimento di un carabiniere (giorno 15).

 

La logica ritorsiva, anche in questa fase, certo non manca nelle spedizioni fasciste. Luogo usuale per lo scoppio di faide era l’osteria, dove l’alcool e la promiscuità con i compaesani non affini politicamente portavano spesso alla degenerazione delle discussioni in violenza. Così avvenne nella giornata dell’8 gennaio a San Nicolò, nel Piacentino, dove l’uccisione in un diverbio d’osteria di un agricoltore simpatizzante delle camicie nere per mano di un membro della Lega bianca si concluse con la rappresaglia fascista sui circoli cattolici della provincia. Nel Carrarese, per due giorni, una rissa d’osteria fece infuriare dei gravissimi incidenti: a seguito del ferimento del segretario del Fascio di Bergiola da parte di alcuni ex combattenti filorepubblicani, tre fascisti armati accorrevano nel locale, venendo a loro volta travolti dai proiettili e rimanendo uccisi. Per rappresaglia venivano eliminati a quel punto altrettanti antifascisti, devastati due circoli repubblicani e uno comunista, oltre che la sede degli ex combattenti di Carrara. Assessori e impiegati del Comune venivano invece raggiunti dagli squadristi e manganellati.

 

La stessa amministrazione provinciale carrarina, a guida repubblicana, veniva costretta alle dimissioni sotto la minaccia della violenza, il giorno 13 gennaio. I rappresentanti pubblici, anche al più alto livello, quello della Camera dei deputati, erano d’altronde tutt’altro che immuni dalla brutalità squadrista. Sceso alla stazione di Capua, il socialista Vittorio Lollini veniva colpito al capo da un fascista infiltratosi nel cordone di polizia (giorno 16). Due giorni dopo toccava al compagno di partito Gino Panebianco, bastonato ad Este, nel Padovano. Ad ogni modo, peggio andò a diversi esponenti locali meno in vista, colpiti da agguati molto spesso mortali e vittime di spedizioni più o meno mirate.

 

Il giorno 11 gennaio, la rappresaglia investì invece la città di Prato. All’uccisione di un commerciante che aveva partecipato all’impresa fiumana da parte degli Arditi del popolo, i fascisti risposero con l’incendio della Camera del lavoro cittadina, la devastazione di una tipografia socialista e l’invasione del municipio. Diversi esercizi commerciali appartenenti ad attivisti o simpatizzanti socialisti subirono a quel punto l’ira delle squadre, che costrinsero nondimeno l’amministrazione comunale a dimettersi.

 

Devastazioni, saccheggi ed incendi a sedi di giornali o circoli operai e contadini puntellarono tutto il mese, in continuità con l’anno precedente. Il giorno 10, a Cervia, gli squadristi davano fuoco al circolo comunista, mentre in una paese del Ferrarese, Longastrino, venivano distrutte la cooperativa contadina e la Casa del popolo. Analoghi episodi si registrarono lo stesso giorno nelle province di Pisa, Venezia e Livorno. A Piombino, nella notte fra il 12 e il 13 gennaio, la Camera del lavoro venne data alle fiamme, così come la sezione comunista. L’amministrazione veniva inoltre costretta a dimettersi. Sedi operaie e contadine venivano infine assaltate in Piemonte, Toscana e Puglia il giorno 26.

 

Ad essere colpita era anche la stampa antifascista, non solo con l’incendio e la devastazione delle tipografie. A Venezia, il giorno 28, venivano ad esempio sequestrati e bruciati i pacchi del giornale Il Mondo, diretto da Giovanni Amendola. Il mese di chiudeva infine con un episodio piuttosto illuminante sull’immediato futuro di Fiume, divenuto Stato libero dopo la fine dell’esperienza dannunziana della Reggenza italiana del Carnaro. In un clima infuocato, infatti, il presidente Riccardo Zanella, del partito autonomista, scampava miracolosamente ad un attentato orchestrato dai fascisti, che lanciarono una bomba a mano contro la sua auto. Il 3 marzo 1922, Fiume sarebbe caduta sotto il controllo di un consiglio militare capitanato dall’onorevole Francesco Giunta, ras giuliano protagonista dell’incendio, nel luglio 1920, del Narodni Dom, la sede della organizzazioni slovene di Trieste (QUI l’articolo).

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