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Coronavirus, il presidente dei medici trentini: ''Un errore tenere gli impianti aperti. Abbiamo sollecitato la Giunta: una decisione rimandata di 24 ore è sempre troppo tardi''

L'Apss ha rivoluzionato l'organizzazione per far fronte all'emergenza. Inoltre verranno assunti giovani e chiesto ai medici in quiescenza di rientrare. Il presiedente Ioppi: "Il Trentino era chiuso tra Lombardia, Veneto e Emilia Romagna, si sarebbe dovuto agire con maggiore tempestività e sollecitudine nel prendere misure stringenti. Fondamentale distribuire i Dpi tra gli operatori: c'è molta preoccupazione"

Di Luca Andreazza - 14 marzo 2020 - 05:01

TRENTO. L'Azienda provinciale per i servizi sanitari è pronta all'assunzione di una sessantina di medici per rispondere ai fabbisogni delle strutture. "Questo accordo – commenta l’assessora Stefania Segnana – ci permette di potenziare i nostri organici in un momento così difficile per la sanità trentina alle prese anche con il coronavirus. I medici specializzandi sono una risorsa davvero preziosa che ci consentirà di assorbire, almeno in parte, l’emergenza attualmente presente nelle strutture sanitarie locali". 

 

La Provincia e l'Apss hanno trovato un'intesa per assumere a tempo determinato i medici specializzandi iscritti all'ultimo o al penultimo anno della facoltà di medicina di Verona che abbiano superato i concorsi pubblici e inseriti nelle graduatorie. Il compito è quello di svolgere attività assistenziali coerenti con il livello di competenze e di autonomia raggiunto e correlato all’ordinamento didattico di corso, alle attività professionalizzanti e al programma formativo.

 

Per la durata del rapporto di lavoro a tempo determinato i medici manterranno l'iscrizione alla scuola di specializzazione universitaria con una formazione che proseguirà a tempo parziale. Nello schema di accordo si prevede che siano 32 le ore settimanali che ogni medico assunto dovrà dedicare all’attività lavorativa presso l’Azienda provinciale per i servizi sanitari.

 

"Questa possibilità - dice Marco Ioppi, presidente dell'Ordine dei medici – oltre alla speciale convenzione che la Provincia di Trento ha con l’Università di Verona in tema di scuole di specializzazione è stata possibile per effetto del decreto ministeriale Calabria varato a fine dell'anno scorso e dà la possibilità alle Aziende sanitarie, di assumere, a particolari condizioni, medici iscritti agli ultimi due anni delle scuole di specializzazione. La Provincia può avvalersi di questa facoltà anche per le borse provinciali a favore di medici trentini che mette in concorso, all’Università di Verona, in aggiunta a quelle ministeriali a condizione che i medici una volta conseguita la specializzazione si fermino a lavorare nelle strutture provinciali. Sono medici che costituiscono una ricchezza utile e molto importante, sono medici pieni di entusiasmo e voglia di imparare. Non vanno delusi e non devono essere assunti come forza da utilizzare negli impieghi più duri e meno gratificanti ".

 

Un'altra ipotesi lanciata nella giornata di giovedì 12 marzo è quella di ricorrere ai medici in pensione per i prossimi 6 mesi, una decina di unità hanno risposto positivamente (Qui articolo). "E' necessario capire la praticabilità di questa proposta - prosegue Ioppi – che si potrebbe verificare utile soprattutto per recuperare specialisti in quelle discipline dove siamo più carenti, come anestesia e rianimazione, emergenza e la medicina territoriale. Speriamo che questa ricerca possa dare frutti anche se ritengo che se darà risultati sarà per lo spirito di solidarietà che non per motivi economici. Il bello e la grandezza della nostra professione, infatti, è che i suoi principi fondanti sono solidarietà e umanità. Quando umanità e solidarietà si scontrano con la rigidità di una burocrazia miope che vorrebbe trasformare il medico in impiegato della medicina si ha come risultato l’abbandono anzitempo dalla professione di tanti bravi e validi medici e questo temo possa essere il motivo maggiore che ostacola un loro ritorno”.

 

I contagi continuano a crescere anche in Trentino e sono a quota 171 contagi, 2 decessi e 600 persone in isolamento (Qui articolo). "La situazione è evidentemente grave - aggiunge il numero uno dei medici - ma abbiamo la possibilità di arrestare la diffusione del contagio per non arrivare ai livelli terribili della Lombardia e in particolare della provincia di Bergamo. E' importante rallentare il contagio e che non colpisca un gran numero di persone contemporaneamente, non avere un picco. E’ l’unico modo per consentire al sistema sanitario di riuscire a reggere l'urto e poter dare assistenza adeguata a tutti coloro che ne hanno bisogno. Le misure drastiche che limitano la libertà di ognuno e lo stato di emergenza cui il paese, a ragione, è sottoposto servono principalmente per due motivi: evitare che un grande numero di persone si ammalino tutte insieme contemporaneamente e avere un sistema sanitario che funzioni e dia assistenza e cure a tutti".

 

E se fino a pochi giorni fa, il presidente della Provincia rassicurava, la Giunta si faceva vedere in luoghi pubblici per dimostrare che tutto fosse sicuro, compreso post su Facebook, e le scuole "venivano chiuse a malincuore", senza dimenticare le tensioni tra Upipa e piazza Dante per gli accessi alle case di riposo (Qui articolo), la situazione oggi è grave e quindi si chiede il rispetto delle misure prese dal governo. Un cambio di passo tanto legittimo, quanto doveroso nell'aggravarsi del quadro generale.

 

"Il Trentino era chiuso tra Lombardia e Veneto che presentavano già numeri importanti - spiega Ioppi - così come l’Emilia Romagna. Si sarebbe dovuto agire con maggiore tempestività e sollecitudine nel prendere misure stringenti. Ritardare la chiusura degli impianti di risalita e il massiccio afflusso di persone da fuori regione che si è purtroppo avuto nei centri turistici e sulle piste da sci è stato fatale. Un errore che temo pagheremo caro, speriamo di non vederci arrivare le conseguenze di una super infezione nelle prossime settimane. Se fosse così avremmo disperso e vanificato gli sforzi di contenimento adottati. Speriamo e preghiamo che non succeda".

 

Misure stringenti che alla fine sono arrivate, anche e soprattutto da Roma. "Una decisione rimandata di 24 ore arriva sempre troppo tardi. Proprio per aver notato un ritardo nel prendere decisioni importanti per la salute dei cittadini e dei medici, l’Ordine si è sentito in dovere di sollecitare il presidente Fugatti nell'adottare misure che riteneva necessario che si dovessero prendere. Un provvedimento - evidenzia Ioppi – indifferibile e che si doveva prendere subito e, comunque prima, era quello di filtrare gli accessi delle persone in tutte le strutture sanitarie ospedaliere e ambulatoriali, Rsa e hospice. Una imprudenza lasciare che le persone indistintamente avessero accesso a queste strutture con il rischio di diffondere il virus tra le persone più fragili e tra gli operatori sanitari. Faccio notare che non proteggere gli operatori sanitari e far correre loro il rischio di ammalarsi significa sguarnire il sistema sanitario che si basa sul numero e sulla presenza in servizio di questi operatori".

 

Fondamentale quindi proteggere il personale sanitario. "Una persona può infettare tra le 2 e le 3 persone - continua il presidente - ma il tasso per un operatore è più elevato e può arrivare a 8/10 unità. Un medico non può rischiare di diventare veicolo di contagio e quindi servono filtri sugli accessi e che ogni operatore, a tutti i livelli, sia dotato di dispositivi di protezione individuale. Altra nota dolente è proprio la carenza, per non dire la mancanza, di questi dispositivi, un problema drammatico e non solo locale, ma nazionale, tanto che non più tardi di giovedì, il presidente nazionale degli Ordini dei medici ha scritto una lettera al presidente Conte e ai ministri per invitarli alla massima attenzione alla sicurezza del personale sanitario, alla consegna in dotazione allo stesso dei dispositivi di protezione individuale e invitare l’organizzazione sanitaria a ridurre le attività delle strutture sanitarie ospedaliere e territoriali alle prestazioni non differibili o urgenti e emergenti. Il problema dei dispositivi di protezione individuale è cruciale e anche localmente si sente la gravità: la preoccupazione per la loro mancanza è alta tra medici operatori. Non si può chiedere di rischiare la propria vita e quella dei propri cari per delle carenze organizzative che non dipendono da qualcuno in particolare, ma certo non dai medici e dai cittadini. L’Apss si sta facendo in quattro per recuperarli, le mascherine che ogni giorno si consumano sono migliaia, le scorte non sono infinite, la protezione civile è mobilitata. Speriamo".

 

In assestamento di bilancio del 2019 si è parlato di tagli alla sanità per 120 milioni di euro che sarebbero dovuti arrivare già nell'ultima finanziaria, un piano di efficientamento poi rimandato a questa estate. Un tema comunque da affrontare, quello delle disponibilità economiche.

 

"La sanità - conclude Ioppi - è sempre stata considerata un peso e anziché investimenti ha visto, in Italia, negli ultimi 10 anni un taglio di 37 miliardi e l’incremento percentuale della spessa sanitaria pubblica è intorno al 10% rispetto al 37% degli altri paesi Ocse. La sanità va finanziata, va sostenuta la prevenzione per prevenire le malattie perché la cura è talmente onerosa che nessun Stato può più permettersela. Bisogna pertanto puntare sulla prevenzione. Ora ci accorgiamo quanto costa la sanità e come sia difficile trovare un equilibrio tra la salute e l’economia. Se prevale il valore 'salute' siamo pronti a bloccare il sistema Paese per conquistarla, se al contrario prevalesse il concetto 'economia' le decisioni sarebbero completamente diverse. Non dobbiamo arrivare a trovarci nelle condizioni di dover fare queste scelte. Ecco l’importanza della scienza che con la ricerca mette a disposizione del medico strumenti per prevenire e curare malattie, anche quelle che ieri non esistevano. Dobbiamo avere sentimenti di gratitudine a questi uomini di scienza di cui ci ricordiamo solo quando siamo in difficoltà e che spesso e volentieri sono poco riconosciuti e poco pagati. Sintomatico è che la ricerca sia sostenuta in buona parte da donatori privati filantropici".

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