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Dubbi e polemiche sul licenziamento di due enologi accusati di ''troppo rigore'' nella classificazione delle uve. Il ''caso Toblino'' al centro di una complicata querelle vinaria

Due provvedimenti drastici, motivati da una vicenda esclusivamente aziendale, legata – da quanto s’apprende esclusivamente dai due enologi messi alla porta -  alla gestione delle uve destinate a divenire vini di qualità operata nelle ultime vendemmie dai due tecnici ora al centro della diatriba

Di Nereo Pederzolli - 30 ottobre 2020 - 23:08

TRENTO. E’ muto il ribollir nei tini. Ma non lo è la polemica legata al recente licenziamento in tronco di due enologi – Lorenzo Tomazzoli e Marco Pederzolli - della Produttori Toblino, storica cantina sociale della Valle dei Laghi, da qualche anno in prima fila nella cernita delle migliori uve per la spumantistica, tra colture bio, raffinate tecniche di vinificazione, abbinando pure l’offerta di cibo a vino che qui diventa "santo”. Cantina decisamente sugli scudi come mai una "sociale" del Trentino era riuscita a distinguersi nel competitivo panorama enoico, non solo italiano.

 

Due provvedimenti drastici, motivati da una vicenda esclusivamente aziendale, legata – da quanto s’apprende esclusivamente dai due enologi messi alla porta -  alla gestione delle uve destinate a divenire vini di qualità operata nelle ultime vendemmie dai due tecnici ora al centro della diatriba. Difficile spiegare in sintesi la vicenda. Per scarsi dettagli e "distinguo" giocati tutti sulla complicata legislazione vinicola.

 

I vertici della Toblino si sono subito trincerati nel riserbo più assoluto. Nessun comunicato, nessuna comunicazione, affidando le querelle a studi legali, per l’iter processuale. Scelta che certo non ha chiarito la questione, comunque impostazione aziendale legittima, per certi versi però incomprensibile.

 

Perché il licenziamento? Tomazzoli e Pederzolli in una lettera consegnata alla stampa ritengono che la loro espulsione sia stata causata da un assurdo seppur astioso pretesto, scaturito da fragili, sopiti rapporti interpersonali con la direzione. E ribadiscono di aver applicato esclusivamente il disciplinare che regola il settore vino. Senza nessuna falsificazione o mancanza legislativa. Rigore e rispetto delle norme, come avviene in tutte le cooperative trentine, con la regia delle rispettive direzioni.

 

Intanto stupisce il "muto ribollir nei tini" di quanti operano nel variegato mondo enoico del Trentino. Tutto tace, anche se sotto traccia molti – almeno nel complesso bailamme vitivinicolo – mormorano, avanzano ipotesi, soluzioni, accuse. Paventando macchinazioni, chiamando in causa pure i rapporti tra varie cantine della Federazione cooperative, pure quest’ultima sul no comment.

 

Muta l’associazione enologi, categoria più che autorevole, che non ha chiarito finora alcuna prassi in merito ai licenziamenti. Nonostante Lorenzo Tomazzoli operi nella cantina delle Sarche da quasi 40 vendemmie, "firmando" vini di grande successo. Su tutti il Vino Santo premiato in ogni concorso, sia nazionale che internazionale. Sperimentando tecniche di vinificazione altamente innovative – come far leggermente appassire le uve Nosiola per ottenere un suadente bianco chiamato l’Ora – procedure talmente valide, immediatamente "copiate" da altre cantine trentine.

 

Il suo operato – da una dozzina d’anni affiancato da Marco Pederzolli, brillantemente laureato in enologia a Udine, dopo l’iter a San Michele all’Adige – e il loro duplice licenziamento non ha minimamente suscitato alcuna attenzione da parte della nutrita delegazione trentina di Assoenologi. Indipendentemente se Tomazzoli e Pederzolli siano o meno membri dell’associazione di categoria.

 

Il Consorzio Vini non è coinvolto – assicurano in via Suffragio – in quanto loro si occupano solo di tutela dei vini. Vale a dire: i due winemaker sono lasciati soli nel loro rigoroso rispetto delle norme a tutela della denominazione regionale, loro due che interpretando le peculiarità delle uve, il grado zuccherino dei chicchi, volevano semplicemente rafforzare la specificità dei ricercati "Vini Igt Dolomiti".

 

Bocche cucite e nessun emendamento – ma è una questione prevedibile – anche da parte della Repressione frodi, unico organismo che dovrebbe stabilire la correttezza o meno dell’operato, sia degli enologi che della cantina stessa.

 

Silenzio stampa pure da parte di Cavit, anche se la Toblino è una loro più che importante consociata. Ravina si astiene nel giudizio sul provvedimento. Non intende interferire con l’azienda che opera –  in ascesa e con dinamica autonomia - dove solitamente soffia il benefico vento del Garda. Gridano invece all’eno-scandalo – per il provvedimento aziendale che ritengono assurdo – tutta una serie di veraci vignaioli, esponenti di circoli ecologici e appassionati della cultura legata al vino. 

 

Nessuno però mette minimamente in discussione il valore, il pregio dei vini col timbro Toblino. Gli elogi non si sprecano. Vini per altro finora firmati proprio dallo staff enologico messo alla porta. In sostanza auspicano solo chiarimenti, trasparenza sull’iter accusatorio, per una situazione ritenuta semplicemente assurda.

 

Così nei vari siti specializzati in critica enologica – www.territoriocheresiste.it e www.wineMag.it - accusano non tanto la Toblino, ma il "sistema cooperativo del vino trentino", ritenuto poco rispettoso dell’autonomia di quanti mirano – come nella vicenda dei due enologi in questione -  a onorare anzitutto la qualità delle uve. Per garantire vini identitari e autenticamente ‘di territorio’, che nessuna ‘correzione’ alcolica ( con aggiunta di speciali mosti zuccherini ) riesce a garantire.

Lamenti, sussurri a bassa voce. Ventilate interpellanze pure in Consiglio provinciale. 

 

Celate chiacchere di malumore pure dal variegato mondo rurale, tra soci viticoltori conferenti non solo della Toblino, grida sorde seppur in brioso fermento. Che nella valle disseminata di vigne, laghi e castelli rischiano di essere disperse nel vento che spira da queste parti. Proprio come le attuali eteree fragranze del ribollir nei tini. 

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