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Il 4 novembre: “la festa che non c’è più”. Storia e trasformazioni del giorno in cui si celebra la vittoria italiana nella Grande Guerra

Dal 1977 il 4 novembre non è più una giornata festiva. Unica celebrazione ad essere passata illesa per l'Italia liberale, il fascismo e la Repubblica, questa ricorrenza ha perso nel tempo il seguito popolare avuto nei suoi primi decenni di vita, limitandosi ad oggi a un messaggio del presidente a favore delle forze armate. Eppure, guardandosi indietro, rappresenta un osservatorio privilegiato per studiare le trasformazioni delle memorie collettive degli italiani sulla Grande Guerra

Di Davide Leveghi - 04 November 2020 - 09:56

TRENTO. Se è vero che, come sostiene lo storico Maurizio Ridolfi, “commemorazioni e rituali possono essere un osservatorio privilegiato per comprendere le trasformazioni della memoria culturale” di un popolo o di una comunità, da questo punto di vista i primi giorni di novembre spiccano per il loro portato di memorie ufficiali o secondarie, marginali o dominanti, sul portato della Grande Guerra.

 

C’era un tempo, infatti, che negli ossari del Nord Est così come all’Altare della Patria di Roma, nei cimiteri così come nei “templi della Vittoria” sparsi in giro per la penisola (vedi il Monumento alla Vittoria di Bolzano), il 4 novembre d’ogni anno si ripetevano pomposi discorsi sull’epopea della “Quarta guerra d’indipendenza” e sul sacrificio di 600mila uomini per il ricongiungimento della patria. Per le strade procedevano le sfilate, tra i cingoli dei carrarmati e il giubilo della folla.

 

C’era un tempo perché ora ciò non esiste più, almeno nelle forme che l’hanno caratterizzata per decenni. Il 4 novembre, infatti, ha il privilegio di poter essere stata l’unica festività passata intatta per i tre diversi regimi che hanno governato l’Italia nel corso del ‘900: l’Italia monarchica e liberale, quella fascista ed infine quella repubblicana nata dalla Resistenza. In quanto tale, non può che rappresentare un osservatorio privilegiato per il susseguirsi e lo scontrarsi delle diverse memorie che compongono il “puzzle” nazionale.

 

Il 4 novembre, data che sancisce la vittoria del regio esercito sulle truppe in rotta dell’Austria-Ungheria, (celebre la frase, storicamente opinabile, del discorso del comandante supremo dell’esercito Armando Diaz: “I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano discese con orgogliosa sicurezza”), fu innanzitutto il teatro prediletto per lo scontro tra ex-neutralisti ed ex-interventisti. Nell’Italia prostrata dalla guerra e dilaniata dagli scontri sociali e politici, memoria viva e trionfante del nazionalismo e contro-memoria militante e pacifista del socialismo trasformarono questa data in un’occasione di vere e proprie battaglie per le strade e le piazze del Paese.

 

Fu il 4 novembre 1921, però, a introdurre un ulteriore elemento capace di plasmare i rituali della Nazione. Il lungo cerimoniale del Milite Ignoto, dalla scelta del cadavere nella meravigliosa cattedrale d’Aquileia al lungo viaggio in treno tra omaggi e bandiere attraverso la penisola, fino al seppellimento solenne all’Altare della Patria, avrebbe imperniato la storia di questa celebrazione per i decenni a venire (coinvolgendo anche non pochi socialisti, che vedevano nel Milite un proletario ucciso dalla guerra borghese).

 

Tale forza simbolica non poteva che essere sfruttata dal fascismo, che della Grande Guerra fece un proprio mito fondativo. La memoria, o meglio, le memorie del conflitto vennero assorbite e fatte proprie da un regime che sul mito dei caduti e sull’appropriazione dei morti costruì parte della sua fortuna. Come funghi spuntarono sui luoghi del fronte italo-austriaco i sacrari militari che raccoglievano le spoglie dei soldati (pure in territori dove non si era combattuto, vedi i sacrari di Burgusio e Colle Isarco), eletti nel secondo dopoguerra, da parte dell’Italia repubblicana, come uno dei teatri centrali proprio delle celebrazioni della Festa della Vittoria.

 

Trasformata con una legge del 1949 da Festa della Vittoria in Giorno dell’Unità nazionale o Giornata delle Forze armate, come scrive Quinto Antonelli, il 4 novembre, “dimenticati i dilemmi del neutralismo socialista e cattolico, scordati i tratti nazionalistici del Patto di Londra, messi tra parantesi i risultati dell’inchiesta su Caporetto, rimossi gli orrori e i lutti” tornava a considerare la “Grande Guerra come la ‘quarta guerra d’indipendenza’, il coronamento di un percorso risorgimentale di unificazione e indipendenza nazionale, una guerra ‘di popolo’, voluta e sentita dal popolo”.

 

Col tempo, però, la retorica istituzionale perse ogni aderenza, mentre nella società i fermenti a sinistra, come nel mondo cattolico post-conciliare, tolsero seguito ad un patriottismo stanco e polveroso. Deve arrivare il 1977 a ridefinire il quadro delle festività e la “vacca sacra” sacrificata sull’altare del nuovo calendario civile sarà proprio quel 4 novembre rimasto limitato nei messaggi indirizzati dal presidente della Repubblica alle Forze armate. A fare le sue veci, a partire dal 2000 e dal progetto di Carlo Azeglio Ciampi di “rifondare il patriottismo repubblicano”, sarà il 2 giugno. All’inizio di novembre, mentre nelle “città irredente” riaffiorano i ricordi per decenni rimossi della Grande Guerra (non senza conseguenze sui miti che ne avevano fondato l'appartenenza spirituale alla comunità nazionale ricomposta), rimane il vuoto di “una festa che non c’è più”.

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