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Nell'anno del Covid, sarà una corona di fiori a ricordare i caduti trentini nella Grande Guerra. Sommadossi: "Ricomponiamo i pezzi della nostra storia"

Il nazionalismo, ed in particolare le dittature, tendono a rimuovere e a marginalizzare le storie e le memorie non in linea con la narrazione ufficiale. Così è avvenuto anche in Trentino, dove la stragrande maggioranza degli uomini in età militare ha combattuto con la divisa imperiale. Quest'anno, però, il Covid ha impedito di tenere la consueta commemorazione organizzata dal Circolo Gaismayr. Il presidente Alberto Sommadossi: "Esponiamo una foto, una bandiera o una candela per ricordare questa immane tragedia del popolo trentino"

Di Davide Leveghi - 02 novembre 2020 - 19:56

TRENTO. Tra i tanti problemi del nazionalismo c’è l’incapacità di vedere l’altro e il diverso, negandogli ogni legittimità. La Nazione è una e finisce dove ci sono i confini, si potrebbe semplificare. Come ben sappiamo, però, i confini non sono altro che una linea immaginaria incapace di interpretare “correttamente” (cioè secondo una logica nazionale) le divisioni tra popolazioni. E questo non solo perché le popolazioni di diversa lingua e cultura hanno vissuto da secoli mescolate tra loro, ma anche perché il senso d’appartenenza di una determinata comunità non coincide necessariamente coi confini in cui vive.

 

La nazionalizzazione, cioè il processo con cui le masse vengono educate al riconoscersi in una determinata Nazione, è un fenomeno recente (seconda metà del XIX secolo) e fortemente imperniato sulla centralità della lingua e della cultura come tratti distintivi di una comunità nazionale, appunto. Non fu un caso, pertanto, che imperi multilingue e multiculturali come quello austro-ungarico si siano sfaldati a causa delle forze centrifughe delle nazionalità che lo componevano (e, di conseguenza, della guerra).

 

Da questo punto di vista, quello stesso impero non rappresentava altro che un anacronismo storico nell’era della Nazione e dell’ideologia che la sostanzia, il nazionalismo. Scuola, esercito e amministrazione hanno così ri-nazionalizzato i territori conquistati, come avvenuto nel Regno d’Italia, trovando chiaramente maggiore ostilità e resistenza al processo laddove vivevano popolazioni di lingua diversa (negli attuali Alto Adige e Venezia Giulia). Il tutto, con un netto peggioramento dovuto all’ascesa al potere di un’ideologia alimentata proprio dalla forma più aggressiva del nazionalismo: il fascismo.

 

Fu questo, oppressore di ogni libertà, a colpire ogni espressione di diversità (anche dell'aspirazione autonomistica trentina), agendo al tempo stesso sulle forme esteriori delle identità dei territori e sulle diverse memorie che li componevano. In Trentino, ciò significò la marginalizzazione pubblica di ogni memoria diversa da quella dei pochi che combatterono come volontari nel regio esercito. Una marginalizzazione, se non una rimozione, a cui nel tempo non potevano non seguire una ricerca storica in grado di spogliare la storia dai suoi orpelli retorici e dai suoi toni trionfalistici, e un riaffiorare della memoria attraverso associazioni culturali, pubblicazioni di vario carattere (QUI un esempio) e così via - con tutte le conseguenze del caso (QUI e QUI degli articoli).

 

Da vent’anni, come circolo Gaismayr, abbiamo deciso di offrire la nostra testimonianza portando alla targa di via Belenzani dapprima delle candele poi un lungo striscione con i numeri dei deceduti trentini in divisa austriaca – racconta il presidente dell’associazione Alberto Sommadossi – anni fa, infatti, non si conosceva ancora il numero preciso dei nostri caduti, stimabile in circa 12mila persone. Ogni commemorazione di questi caduti fu impedita dal fascismo senza alcun rispetto della storia”.

 

Parliamo di una storia negata, dunque, rimossa. Una storia che non si può riconoscere nel racconto trionfalistico della patria riunificata – continua – ma che vive di questa determinante cesura. Come Circolo abbiamo quindi investito moltissimo nel costruire una coscienza di ciò che fu la Grande Guerra per i trentini. Abbiamo cercato di rimettere assieme i pezzi attraverso la commemorazione dei nostri caduti il 3 novembre, cresciuta negli anni, attraverso pubblicazioni, conferenze, serate”.

 

Quest’anno, però, il Covid non ci permette di dar vita alla consueta manifestazione e per questo chiediamo di esporre un oggetto che in qualche modo esprima il sentimento di ognuno verso il disastro che fu la Grande Guerra per i trentini. Una foto di un proprio parente in divisa, una bandiera, un cero. Questa dimensione spaesata che stiamo vivendo rispecchia un po’, se vogliamo, quella che vissero i trentini”.

 

I numeri della Grande Guerra nella nostra provincia, d’altronde, riflettono (anche se solo in parte) l’immane tragedia di un territorio che fu oggetto del contendere e al tempo stesso fronte degli scontri. Su circa 390mila abitanti al tempo, il Trentino vide diverse sua valli svuotate dalla popolazione. Con oltre 55mila uomini mobilitati e 120mila profughi, il dramma della guerra avrebbe segnato profondamente la storia di questo territorio, e con essa le successive memorie. I caduti, impegnati per lo più sul fronte orientale contro i russi, furono oltre 11mila, con 14mila feriti.

 

Il Trentino è terra di tante culture, lingue e storie, che devono essere tutte tenute in considerazione. E tenute assieme – continua Sommadossi – se manca un pezzo si crea dunque una bugia. La nostra storia si salda con il filo di quei 12mila morti, 70mila richiamati e 120mila profughi. Fu un popolo duramente flagellato, con molti che tornati dalla guerra vissero anche il carcere, all’Asinara ad esempio. Cerchiamo di far capire questa cesura, di recuperare una storia che non può essere negata e vede l’anima dei trentini profondamente legata all’ordine tirolese”.

 

Cosa accade, però, quando una legittima aspirazione come quella di coltivare la memoria dei caduti trentini finisce per sostanziare essa stessa un nazionalismo nostalgico e vittimista come quello pan-tirolese (come accaduto nella manifestazione del 10 ottobre, quando in piazza a Trento, in occasione del centenario dell’annessione ufficiale del Tirolo del Sud all’Italia, è stata portata la “corona di spine”, simbolo del dolore per una madrepatria mutilata)?

 

Le riflessioni possono essere diverse – conclude il presidente del Circolo Gaismayr – e sappiamo come in Südtirol questo abbia creato forti tensioni per un ritorno alla situazione precedente. La manifestazione del 10 ottobre si pone in questo solco. Noi vediamo il futuro nell’Euregio. Dopo il fascismo, sono passate molte cose, dalla Resistenza alla Repubblica, passando per due Statuti d’autonomia. Ora la prospettiva sono l’Europa e le regioni transfrontaliere. Con queste si ritorna a parlare di cose comuni, è la modernità e il futuro. Non a caso il nostro motto è ‘autonomia e convivenza’”.

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