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Il trattato di Saint-Germain tra mito e rivendicazioni: 101 anni fa Trento diventava italiana. Ferrandi: "Impatto enorme sulla nostra storia"

Con la firma del trattato di pace che sancisce la fine dell'Impero austro-ungarico, scompare dalla scena europea una delle potenze che ne avevano segnato la storia. Al suo posto rimarrà un mito che lo voleva come luogo idealizzato e felice. Ma un altro mito avrebbe segnato le sorti nazionali e di un Trentino entrato nel seno della Nazione: la "vittoria mutilata" avrebbe alimentato l'ascesa del fascismo. Il direttore del Museo storico Giuseppe Ferrandi: "Il vero centro d'interesse dell'Italia guardava a Est"

Di Davide Leveghi - 10 settembre 2020 - 16:39

TRENTO. Scomparso il “corpo”, dell’Impero austro-ungarico non rimasero che il mito e un grumo di rivendicazioni e illusioni. Vienna finiva di svolgere un ruolo di rilievo in Europa, divenendo una capitale di un Paese periferico. L’ombra dell’Anschluss, vietata dal trattato ma progressivamente allungata sulla “marca orientale” del mondo germanico, si sarebbe concretizzata nel momento in cui il germanesimo raggiunse la sua forma più aggressiva, il nazionalsocialismo.

 

Nel 1919, però, siamo nell’immediatezza del disfacimento. Le forze nazionali che compongono l’Impero multinazionale hanno già da tempo preso la propria strada; la guerra, tra le brutalità dei comandi militari e le ristrettezze imposte alla popolazione, ha finito per scavare il solco tra l’imperatore e i suoi sudditi. A pochi chilometri da Parigi si sancisce la fine del mondo mitteleuropeo. Rimarrà solo l’ombra di quell’ "Austria Felix" raccontata con nostalgia dai grandi letterati che assistettero alla sua fine.

 

Per il Regno d’Italia si aprirà invece una nuova pagina della sua storia. E non solo per quelle minoranze linguistiche per la prima volta annesse al seno della Nazione (comunque non troppo influenti nel complesso delle vicende nazionali), quanto per l’aumento della conflittualità sociale e il montare del nazionalismo che avrebbero spalancato le porte al neonato movimento fascista, tra le complicità di corte, industriali, agrari e forze deputate all’ordine. Per un mito nostalgico nato dalla scomparsa di un mondo, nella penisola ne nasceva invece uno di aspettative tradite: la vittoria sugli Imperi centrali era stata “mutilata”.

 

“Il 10 settembre 1919 – spiega il direttore della Fondazione Museo storico del Trentino Giuseppe Ferrandi – si firma un trattato frutto di trattative serrate tra le potenze vincitrici, con cui si ridefiniscono complessivamente i confini. Ciò avviene dopo molti mesi dalla fine del conflitto. Oltre alla questione dell’annessione o della liberazione, che dir si voglia, del Trentino e dell’Alto Adige, il trattato apre delle questioni che graveranno su tutto il ‘900, a partire dal confine franco-tedesco, fattore fondamentale del revanscismo nazista”.

 

Quando parliamo di Saint-Germain, dunque, dobbiamo pensare a tutte le contraddizioni delle trattative. In questa cornice si inserisce il Brennero, confine deciso in base a teorie militari che consideravano necessario controllare la porta delle Alpi. È una barriera difensiva, un elemento simbolico. L’impatto sulla storia del Trentino e dell’Alto Adige/Südtirol è d’altra parte enorme. Finisce l’età dell’unità tirolese, un’unità relativamente recente se pensiamo che il Tirolo con Trento annessa e Innsbruck capitale risale al 1814 (l'amministrazione del territorio trentino non venne restituita al principe vescovo bensì passò sotto il diretto controllo della Contea del Tirolo, ndA). Questo avviene perché a Saint-Germain si sancisce la dissoluzione dell’Impero, da cui nasce la piccola Austria”.

 

Il Regno d’Italia, assicuratosi il confine settentrionale, riceve però delle cocenti delusioni nello scarto tra le promesse contenute nel Patto di Londra (con cui in cambio di determinate conquiste territoriali ci “si svincola” dalla Triplice Alleanza, abbracciando l’Intesa) e la ridefinizione della mappa politica dei Balcani. È su Fiume e la Dalmazia che si alimenterà il mito della “Vittoria mutilata”, un mito revanscista a cui si abbevererà il nascente fascismo. “Non è nel confine settentrionale che l’Italia aveva il suo maggior interesse – prosegue Ferrandi – bensì verso Est. Lì aveva mosso le proprie politiche, strategie e forze militari. La ‘vittoria mutilata’ nasce così segnata dalla mancata penetrazione in area balcanica. È un problema molto grosso quello della definizione dei confini in quell’area, un problema che se si ripercorrono le guerre balcaniche (combattute tra il 1912 e il 1913, ndA) e il ruolo di certe potenze, come la Gran Bretagna, nella costruzione del Regno jugoslavo, dimostra come le carte che l’Italia si poteva giocare nella zona non erano quelle di un dominus della situazione”.

 

Potenza marginale, l’Italia siede al tavolo dei vincitori pur non potendo far sentire il suo peso al pari di Francia e Gran Bretagna. Vittimismo e complesso di inferiorità alimenteranno così il nazionalismo e la forza politica che più di altre se ne fece interprete, il fascismo. “Il mito della ‘vittoria mutilata’ fa fortuna, ha come epilogo l’esperienza dannunziana e alimenta il revanscismo di quel mondo combattentistico che sarebbe stato alla base dell’avvento del fascismo. È anch’esso causa dell’avvento del fascismo”.

 

A Vienna, dove i segnali che da tempo davano conto di un prossimo disfacimento si erano definitivamente tramutati in realtà, il sogno imperiale si è spento, cozzando contro la forza della Nazione, protagonista assoluta del ‘900. E se la Nazione (i movimenti nazionali) segna la fine dell’Impero, d’altra parte marcherà anche il futuro di ciò che ne resta, la Repubblica austriaca, con il montare di un pangermanesimo aggressivo alimentato dalle umiliazioni imposte in sede di trattative di pace.

 

A cercare di preservarne l’indipendenza, anzi, sarà paradossalmente e temporaneamente l’odiato nemico italiano. “A Saint-Germain si proibisce l’Anschluss. I temi del pangermanesimo e del sogno d’unificazione di tutti i tedeschi è molto temuto dalle altre potenze. Gli anni ’20 e gli anni ’30, d’altra parte, vedranno la piccola Repubblica austriaca schiacciata tra l’attrazione fatale verso la Grande Germania e il desiderio d’indipendenza, con Mussolini che si ergerà a difensore dell’austrofascismo fino all’Anschluss avvenuta nel 1938. Quell’evento avrebbe devastato la nostra dimensione regionale”.

 

Il sogno della Mitteleuropa è tramontato, ma non il suo mito, che in quel momento prende vita e fa fortuna, giungendo fino a noi. L’ "Austria Felix" è nostalgia verso un mondo che non c’è più, idealizzazione di una realtà senza conflitti, dove la vita procede spensierata e ordinata sotto lo sguardo severo dell’Imperatore. “Come comunità trentina dovremmo a far bene rileggere due testi che raccontano magistralmente le contraddizioni che portano alla disgregazione dell’Impero multinazionale e la fertile attività culturale che di quel mondo si fa interprete ed erede. Sto parlando de ‘La dissoluzione dell’Austria-Ungheria’ di Leo Valiani e de ‘Il mito asburgico’ di Claudio Magris”.

 

“Il mito dell’ 'Austria Felix' è una costruzione culturale. Bisogna scardinare l’ottica localistica e accantonare il vittimismo, collocando quello che ci è successo come trentini e altoatesini in processi storici che si comprendono solo allargando i confini. Tutto rientra in un processo che appartiene a pieno titolo al ‘900. Lasciamo perdere le piccole guerre etno-nazionali. Una terra di confine è giusto che abbia le sue appartenenze e le sue identità diverse, ma il dibattito pubblico dovrebbe fare propria la complessità della storia”, conclude. 

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