Contenuto sponsorizzato

Organizzato per "far conoscere la storia ai trentini", il raduno tirolese è un trionfo di stereotipi e memoria. "A Trento con il simbolo proibito della corona di spine"

Erano un centinaio i manifestanti accorsi in piazza Duomo per commemorare il "giorno luttuoso dell'annessione del Sudtirolo all'Italia", con tanto di corona di spine. Organizzata da Paolo Primon con la finalità di "far conoscere ai trentini la vera storia del Trentino", ha visto intervenire vecchi politici, presunti storici e attivisti separatisti in un tripudio di dolore, stereotipi e memoria. Di storia, dunque, molto poca. "C'è chi sta nel gregge e chi ha il coraggio di starci fuori. Noi ci mettiamo la faccia"

Di Davide Leveghi - 10 October 2020 - 13:15

TRENTO. Nella manifestazione organizzata per “far conoscere la nostra storia”, di storia ce n'è molto poca. In piazza a Trento, sotto il segno della sofferenza tirolese forgiata nel ferro di una enorme corona di spine, a trionfare è semmai la memoria. La memoria di una terra perduta, di un universo di valori superato dalla storia, di una patria che qualcuno sente ancora tale dai racconti dei padri o dei nonni.

 

C'è chi sceglie di fare parte del gregge e chi ha il coraggio di starci fuori – concluderà il principale promotore del raduno, Paolo Primon – noi qui, oggi, a Trento, abbiamo portato il simbolo proibito, la corona di spine. Siamo usciti dalle catacombe. La storia del Trentino-Alto Adige va riscritta”. In occasione del centenario dell'annessione formale del territorio a sud del Brennero all'Italia, in piazza Duomo si raccoglie un buon numero di nostalgici. I cappelli con la piuma in testa, i cappotti di lana ben chiusi a difendersi dal vento, le bandiere bianco-rosse che sventolano. Attorno, la vita della piazza prosegue. C'è chi passa incuriosito, chi indifferente.

 

La banda apre e chiude la serie di interventi. Interventi che, come detto, poco hanno a che spartire con quella che si propone essere la finalità della celebrazione: riportare a galla una “verità nascosta”, una storia cancellata o rimossa, fa conoscere ai trentini quali siano il loro passato e le loro radici.

 


 

La memoria è un presente che non finisce mai di passare – dice proprio uno degli oratori, il presidente dell'associazione Noi tirolesi Erino Stedile – noi siamo quello che ci hanno lasciato i nostri avi, il ricordo della nostra terra, della nostra storia”. La memoria, appunto. Il cortocircuito a cui si assiste nella piazza non cosa nuova: si parla di storia ma ci si riferisce ad altro. Non allo studio critico, rigoroso, scientifico della storia ma al racconto parziale, lacunoso, tendenzioso della memoria.

 

Non è un caso che a prendere voce ci siano figure, come Giuseppe Matuella e Marcello Serra, che da anni si sono fatti interpreti della memoria trentino-tirolese. E non è un caso, men che meno, che vengano proprio presentati come storici sebbene il loro lavoro appaia più mosso dalla passione che non dal rigore che richiede la storiografia (dall'utilizzo delle fonti alle armi retoriche pregne di ideologia nei lavori su Cesare Battisti).

 

Tra qualche bizza del microfono sono proprio questi “storici” a lamentare una rimozione della vera storia del Sudtirolo (vedasi Trentino), ignorando volutamente o dimenticando i tanti lavori di illustri storici (di mestiere) trentini che questi temi li hanno ampiamente e rigorosamente trattati, da Quinto Antonelli a Fabrizio Rasera, da Diego Leoni a Camillo Zadra (con alcuni di loro, e con il direttore del Museo storico di Trento Giuseppe Ferrandi, avevamo approfondito gli aspetti più problematici della storia trentina).

 

Qua in Trentino gli italiani hanno voluto creare il falso, mentre noi siamo stati, siamo e saremo sempre tirolesi – soggiunge Matuella – da Kuffstein a Borghetto d'Avio siamo un popolo frazionato con una guerra d'aggressione, che crede nella giustizia e nella possibilità di esprimere democraticamente il proprio diritto all'autodeterminazione. La corona di spine rappresenta il dolore di chi da secoli viveva in questa terra e si è visto cambiare con la violenza la propria storia, la propria lingua e le proprie tradizioni. Possiamo allora noi convivere passivamente sotto una bandiera che non è la nostra mentre cancellano il nostro passato? No, i sentimenti non si toccano e non sono in vendita”.

 

“La corona di spine rappresenta il dolore dei nostri padri – gli fa eco Serra, presidente dell'associazione Storia e memoria di Vermiglio – noi vogliamo rassegnarci o fare tutto il possibile per rimediare a questo dolore?”.

 

Non mancano, negli interventi, i canonici riferimenti al “tradimento italiano” nella Grande Guerra e all'illuminata amministrazione imperiale a cui il Trentino sarebbe stato strappato per essere consegnato alle grinfie dell'Italia fascista. Ma come spesso accade, sono riferimenti parziali e banalizzanti, che confondono ad esempio il nazionalismo italiano con il fascismo (due fenomeni che prendono piede in epoche diverse e che poi, in parte e per un periodo, coincidono), non considerano che la nazionalizzazione delle masse sia un fenomeno recente (dalla seconda metà del XIX secolo, quando la convivenza tra persone di lingue diverse, anche in Tirolo, si deteriora sotto i colpi degli opposti nazionalismi) e sfruttano polverosi stereotipi solo in funzione ideologica (il mito asburgico si rafforza proprio dopo la fine dell'Impero).

 

Si dice che nella disciplina che studia il passato, la storia, il peccato capitale sia l'anacronismo. La mancanza di profondità storica, l'assenza di contestualizzazione e le interpretazioni mitizzanti poco hanno a che spartire con questa e molto invece con la memoria. Tra i nastri neri legati alle bandiere, le parole altisonanti degli esponenti dell'Andreas Hofer Bund e della Südtiroler Heimatbund (promotrice della campagna di manifesti per denunciare “un'ingiustizia durata cent'anni) e i berretti con le piume, ci sono tante rivendicazioni identitarie e ideologiche e poca tensione alla complessità.

 

Così è nel triste intervento dell'ex presidente della Pat Carlo Andreotti, al microfono per dei lunghi minuti in cui lamenta lo svuotamento di competenze della Regione (bizzarra coincidenza con una lotta dei nazionalisti italiani) e l'impossibilità di ottenere l'autodeterminazione. “Non illudiamoci”, ammonisce la platea.

 

Il dolore dei tirolesi, impresso nella corona di spine, annebbia pure il giudizio razionale. “Io so delle cose che non posso dire in questa piazza – confessa in conclusione della manifestazione il fondatore di Popoli liberi e schützen Paolo Primon – ho confessioni sul fatto che gli attentati a Malga Sasso e Cima Vallona non siano stati opera dei terroristi sudtirolesi. Quando ho accennato in un mio video ai servizi segreti non si sa perché questo video è subito sparito”.

 


Contenuto sponsorizzato
Ultima edizione
Edizione ore 19.30 del 17 settembre 2021
Contenuto sponsorizzato
Contenuto sponsorizzato
In evidenza
Cronaca
20 settembre - 06:01
I tagli degli scorsi anni al sistema sanitario sono stati un fallimento con conseguenze drammatiche ed ora questa situazione va a sommarsi alle [...]
Cronaca
19 settembre - 19:38
Trovati 19 positivi, nessun decesso nelle ultime 24 ore. Registrate 17 guarigioni. Sono 16 i pazienti in ospedale, di cui 2 ricoverati in [...]
Montagna
19 settembre - 20:25
I dati tra il 19 giugno e il 16 settembre non sono ancora ufficializzati perché si attende la conclusione della stagione, molti rifugi sono [...]
Contenuto sponsorizzato
Contenuto sponsorizzato
Contenuto sponsorizzato