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Cento anni fa il Sudtirolo è Italia, il Dolomiten: ''Il giorno più triste''. Meno lacrime quando arrivano i milioni di euro di contributi da Roma

Nel giorno dell'anniversario della annessione formale del Tirolo del Sud al Regno d'Italia, il principale giornale altoatesino di lingua tedesca fa un titolo che stride con i milioni di euro che ogni anno vengono trasferiti dalle tasche di tutti gli italiani per finanziare proprio il Dolomiten e il Gruppo Athesia della famiglia Ebner

Di Luca Pianesi e Davide Leveghi - 10 ottobre 2020 - 11:49

TRENTO. “100 anni fa: il giorno più triste del Tirolo”. Titola così, oggi, 10 ottobre 2020, il principale giornale di lingua tedesca dell'Alto Adige. Una bandiera tirolese si spezza, l'aquila squarciata, a testimoniare metaforicamente quella mutilazione subita dalla madrepatria tirolese il 10 ottobre del 1920, quando il Trattato di Saint-Germain-en-Laye decise di garantire all'Italia, a discapito di un Impero disciolto, il controllo sulla parte meridionale della regione storica tirolese.

 

Ben 100 anni di Italia e 100 anni di storia che tra alti e bassi, drammi e successi, violente imposizioni e illuminate concessioni hanno reso l'Alto Adige il territorio che è ora: uno dei più ricchi d'Europa, uno dei più tutelati, autonomi e studiati (anche dal punto di vista politico-amministrativo) del Vecchio Continente. E in questo quadro di tutele garantite dall'Italia alla Provincia di Bolzano ci sono anche i milioni di euro che ogni anno vengono trasferiti dalle tasche di tutti gli italiani per finanziare proprio il Dolomiten e il Gruppo Athesia della famiglia Ebner.

 

Una pioggia di milioni di euro che ogni anno foraggia un monopolio avvilente per la qualità dell'informazione regionale (non è un mistero se vi diciamo che Adige, Trentino, Alto Adige e Dolomiten fanno tutti parte dello stesso gruppo assieme ad altre decine di aziende e imprese editoriali) che solo nel 2018 si è tradotto in più di 6 milioni di euro per il giornale che oggi titola ''100 anni fa il giorno più triste del Tirolo'' e che da anni è in testa alle classifiche dei più pagati dallo Stato italiano.

 

Noi da quando siamo nati abbiamo sempre rifiutato i contributi pubblici all'editoria per essere liberi da ogni ingerenza, totalmente indipendenti e per non scadere nell'ipocrisia di chi prima incassa e poi soffia sul fuoco del conflitto etnico e culturale. Pur con poche risorse siamo riusciti a diventare il primo organo di informazione regionale e ad inserirci tra i primi 200 siti italiani (compresi Youtube, Facebook e quanto vi viene in mente tra social, streaming e poco altro) ma, inutile negarlo, quelle risorse farebbero comodo a tutti, giornali e non, editori e imprenditori, piccoli artigiani, scuole, ospedali, università e ricerca. Ma tant'è, giusto o sbagliato che sia, lo Stato italiano ha deciso che decine di milioni di euro, ogni anno, servano ad aiutare il mondo dell'informazione anche per tutelare chi informa le cosiddette ''minoranze''.

 

Il Trentino-Alto Adige, così come ora lo conosciamo, trae origine da un trauma. Nazionalismo e guerra forgiano un confine che tra tribolazioni varie non sarebbe più stato cambiato, nonostante un breve passaggio di mano ai tedeschi del Terzo Reich tra il settembre del 1943 e il maggio del 1945, quando le parti si invertirono. Nei giorni dell'occupazione nazista il Sudtirolo sarebbe stato attraversato da un'euforia effimera. Si consumava una tragica “liberazione”, sentita come tale da una minoranza vessata da vent'anni di oppressione nazionale e in cui solo pochi coraggiosi elementi, tra il conformismo generale, si ribellarono.

 

Il fatto in sé di vedere un giornale italiano (per lo meno geograficamente) di lingua tedesca che piange il “giorno più triste della storia” non deve certo scandalizzare. L'orizzonte europeo, auspicato nei giorni scorsi anche dal presidente della Provincia di Bolzano Arno Kompatscher come il futuro verso cui tendere, dovrebbe esaurire ogni rivendicazione nazionale e con sé la carica di vittimismo che il nazionalismo alberga. 

 

Lungi da noi, dunque, cadere nell'opposto nazionalismo, giudicando insensato o riprovevole il fatto che un giornale facente parte del più grande monopolio dell'informazione regionale (ribadiamo: la proprietà del Dolomiten, Athesia, è la stessa di Alto Adige, Trentino e l'Adige), da sempre principale voce della minoranza sudtirolese, si faccia interprete di un dolore mai sopito e insuperabile: quello del distacco dal resto del Tirolo. Anzi, ben vengano le opinioni discordanti visto che provengono da parte di un mezzo d'informazione espressione di un mondo dell'informazione regionale fortemente impoverito dal monopolio creato dalla sua proprietà. 

 

Storicamente il Dolomiten ha sempre rappresentato un veicolo delle rivendicazioni nazionali tirolesi tanto quanto l'Alto Adige ha fatto in senso italiano. Questo, nonostante a 100 anni dalla “ferita primigenia”, l'Italia, come detto, garantisca abbondanti flussi di denaro alle casse di Athesia oltre al sostegno delle istituzioni, come in occasione degli auguri fatti dal presidente Sergio Mattarella per il compleanno di Athesia con tanto di visita ufficiale in Alto Adige e discorso di sostegno ('La libertà di stampa e la tutela delle minoranze linguistiche sono due valori correlati, e sanciti dalla Costituzione'', aveva detto il presidente della Repubblica a Merano). 

 

Per necessità la minoranza sudtirolese, da sempre piuttosto compatta sotto molti aspetti, si è trincerata sotto un'unica bandiera di partito e sotto un'unica voce di informazione. Con il tempo, fortunatamente, è sorto anche il pluralismo. Se immaginiamo l'Italia non come una Nazione ma come una comunità in cui persone anche di lingua diversa si riconoscono nei valori sanciti dalla Costituzione, ci chiediamo allora se tutti i sudtirolesi (anche le generazioni nate e cresciute in Italia) continuino a riconoscersi in questa visione vittimistica del passato. 

 

Il paradosso, dunque, sta proprio qua: alla povertà interpretativa della scelta editoriale del Dolomiten, così come allora povertà informativa creata da un monopolio come quello di Athesia, non corrisponde necessariamente una povertà di pensiero della società sudtirolese. Viene da sorridere, poi, se pensiamo a come le casse del giornale si riempiano di contributi provenienti proprio da quello Stato che tiene prigioniera la parte meridionale del Tirolo: come dire, prima incassi, poi insulti.

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