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La vita dopo il lockdown, lo psichiatra: "Ci sono alcuni che si sentivano più al sicuro dentro casa. Il Covid ha accentuato le nostre paure"

Ermanno Arreghini è psichiatra e psicoterapeuta. "Durante le settimane del lockdown ho visto un aumento dei disturbi d'ansia reattivi a situazioni stressanti e un aumento dei disturbi fobici. Ci sono persone, ad esempio, che hanno amplificato, in forma clinica, più intensa, la naturale paura che si poteva e si può avere del contagio. Più le persone sono tornate alla normalità, più sono diminuiti i sintomi del disadattamento"

Di Arianna Viesi - 19 luglio 2020 - 19:39

TRENTO. "Nonostante nel mio studio io abbia continuato a lavorare in condizioni di sicurezza, ho visto i pazienti più raramente. Un paio di volte alla settimana, dando priorità alle situazioni più urgenti. Ebbene, ciò premesso, durante le settimane del lockdown, ho lavorato molto di più rispetto al resto dell'anno. Ho visto, nei miei pazienti, un generale aumento dei disturbi d'ansia, disturbi dell'adattamento, una difficoltà a gestire le situazioni nuove", parla così il dottor Ermanno Arreghini, medico psichiatra e psicoterapeuta.

 

Qualche mese fa, in piena fase emergenziale, ci aveva raccontato come reclusione e isolamento possano incidere sulla vita delle persone, acuendo spesso fragilità pregresse (QUI ARTICOLO). Come sempre, però, le cose vanno valutate a freddo, passata l'onda d'urto della paura e della confusione. Ragionando su come sarebbe stato il post-lockdown, Arreghini aveva detto: "Temo che i maggiori effetti di questo isolamento li avremo dopo, soprattutto per questo riguarda la depressione. Esiste uno specifico disturbo, detto dell'adattamento, che si sviluppa soprattutto in relazione alla perdita, in senso lato: può trattarsi di un lutto, ma anche di una perdita di altro genere (perdita di un ruolo, perdita economica ecc.). Condizioni, insomma, che sconvolgono la nostra quotidianità e rischiano di creare disadattamenti. Queste conseguenze seguono un'onda più lunga, non si vedono in due settimane, a differenza dell'ansia che può manifestarsi in un'unica giornata . Temo, quindi, che dopo ci sarà una fase prolungata di "esplosione" psichiatrica. Lo stesso accadde, ad esempio, ed è stato anche studiato, dopo il trauma dell'11 settembre in America".

 

Ora, che quel "dopo" è arrivato, lo psichiatra prova a tracciare un primo (parziale) bilancio: di quello che è stato, di quello che è e di quello che (forse) sarà. "Innanzitutto - dice - ci tengo a fare una premessa. Per fare ragionamenti di questo tipo, bisognerebbe lavorare sui numeri. Io non ho un osservatorio epidemiologico, ma parlo solo basandomi sulla mia casistica. Questo va sempre tenuto a mente per evitare di scadere in banali generalizzazioni".

 

"Detto questo - continua - durante le settimane del lockdown ho visto un aumento dei disturbi d'ansia reattivi a situazioni stressanti e un aumento dei disturbi fobici. Ci sono persone, ad esempio, che hanno amplificato, in forma clinica, più intensa, la naturale paura che si poteva e si può avere del contagio".

 

Durante le settimane di più acuta emergenza, tutti gli sforzi del sistema sanitario si sono concentrati sui pazienti Covid. Giusto, e normale. Non va però dimenticato che la gente ha continuato a star male: ansia e depressione non sono magicamente sparite con l'avanzare del virus. Anzi, come sottolineato dal dottor Arreghini, la pandemia spesso non ha fatto altro che aggravare situazioni già difficili. "Per quanto mi riguarda - spiega lo psichiatra - ho assistito ad un aumento delle richieste d'aiuto anche perché le persone trovavano meno risposte nel servizio pubblico che era più impacciato a fornire risposte al di fuori delle urgenze".

 

Chi già stava male, insomma, durante le settimane del lockdown è stato peggio. " Le cause sono molteplici - commenta -, al di là dell'isolamento, del distanziamento sociale e della chiusura che ha amplificato molti problemi legati alla convivenza forzata, una cosa che ho notato è che le difficoltà sembravano diventare particolarmente gravose per le donne che, durante quelle settimane, spesso hanno dovuto sobbarcarsi, oltre al proprio lavoro, la gestione dei figli, spesso piccoli, alle prese con la didattica a distanza. Per molte donne è stato un periodo di forte stress".

 

"Ho avuto poi alcuni pazienti che hanno perso i propri genitori in quei mesi, non solo per il Covid. Questi pazienti hanno manifestato disturbi d'ansia legati alla difficoltà di elaborare eventi traumatici in quel periodo. Quanto, invece, alle persone affette da disturbi più gravi, è stato davvero difficile seguirle".

 

Poi lo sguardo del dottor Arreghini si sposta su quello che sarà, sui prossimi mesi, sull'onda lunga di questo 2020. "Quello che mi preoccupa, ora, sono le conseguenze economiche e ciò che questo comporterà in termini clinici. Io, ad esempio, lavoro con molte persone che lavorano negli esercizi pubblici. Mentre i privati, con le dovute precauzioni e con il comprensibile patema d'animo, hanno ripreso le proprie attività, nel pubblico ci sono ancora farragini organizzative e questo, spesso, turba le persone che si chiedono perché possono andare a prendersi uno spritz al bar ma non possono tornare a lavorare nelle stesse condizioni di prima. L'altro giorno un paziente mi ha detto: 'La mia impressione è che la gestione nei grandi enti sia in ritardo, è tornato quasi tutto alla normalità, eccetto il mio lavoro'".

 

Come ci spiega Arreghini, gli stati d'ansia legati alla quarantena e, ora, alla difficoltà di riprendere una vita normale, non sono altro che lo specchio di un generale disturbo dell'adattamento, descritto tra l'altro anche nel manuale diagnostico usato dall'Organizzazione mondiale della sanità, il cosiddetto I.C.D. ( International Classification of Diseases).

 

"I disturbi dell'adattamento - spiega lo psichiatra - si legano ad un disturbo ansioso-depressivo reattivo e si manifestano con i tipici sintomi dell'ansia e della depressione che, in questo caso, derivano da eccezionali cause esterne che non riguardano la vita interiore del soggetto. Può essere un licenziamento, un trasloco ecc. Questi disturbi hanno un impatto anche collettivo nel caso in cui siano dovuti a cause esterne generali e traumatiche: guerre ed epidemie, ad esempio".

 

Nel momento in cui il fattore (o i fattori) alla base del disadattamento viene (vengono) meno, spariscono anche le manifestazioni ansiogene. Così nel momento in cui tutto ha ricominciato a muoversi verso una 'nuova' normalità, tutte quelle persone che avevano accusato il colpo del lockdown hanno iniziato a stare meglio perché, di fatto, sono iniziate a scemare tutte le cose che procuravano loro ansia e stress (isolamento, paura del contagio, incombenze lavorative e scolastiche, solitudine ecc.). "Più sono tornati alla normalità, più sono diminuiti i sintomi del disadattamento. Certo, qualcuno ha mantenuto fobie più accentuate, qualcuno ha subìto disadattamenti di tipo lavorativo, economico. Ma, in generale, per quanto ho visto io, la maggior parte delle persone, cessato il lockdown, ha iniziato a star meglio".

 

C'è chi, però, (una piccola percentuale, ci dice lo psichiatra) ha seguito un andamento opposto. "Ci sono persone molto fobiche che, invece, hanno paura a tornare alle abitudini di prima, che a casa si sentivano protette al sicuro e che ora fanno fatica. Alcune persone mi hanno detto che, paradossalmente, quando era tutto fermo e bisognava solo aspettare, stavano meglio, si sentivano rassicurate. Penso a chi prima aveva condotte agorafobiche, persone che per natura o per patologia avevano molta difficoltà a trovarsi in luoghi affollati. Va detto, però, che per quanto ho potuto constatare queste persone sono una minoranza".

 

Arreghini ci tiene a precisare che, per trarre conclusioni realmente attendibili, bisognerebbe avvalersi di numeri certi e dati epidemiologici. Quello che lui traccia è un quadro empirico, figlio della sua esperienza e del "suo" campione di riferimento. "Poi - conclude - dovremo fare i conti con i prossimi mesi e la crisi economica che, a differenza degli altri fattori d'ansia e di disadattamento, ha una decorrenza più lenta. Quello che ho notato, in generale, ed è un'osservazione forse più sociologica che non psichiatrica, è che il Covid ha accentuato le nostre paure. Mi è tornato in mente, ad esempio, il periodo dell'Hiv. In quegli anni i pazienti fobici patologici arrivavano a dirmi 'Ho visto una macchiolina rossa per terra e per sbaglio l'ho pestata, sono positivo ora?'. Le fobie sono endemiche e, spesso, condizionate dalle circostanze. Adesso all'Hiv non ci pensa più nessuno. Così, ora, succede con il Covid. Ma un generale aumento, non clinico, delle cautele e delle attenzioni non sempre è un male". 

 

 

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