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Tra fallimento e disillusione, i 14 punti di Wilson compiono 102 anni. Delle Donne: “Un bel discorso, poco concreto”

L'8 gennaio 1918, con gli Usa da poco entrati nella Grande Guerra, il presidente Wilson espose al Congresso i 14 punti su cui fondare il mondo uscito dal conflitto. Oltre alla scarsa aderenza alla realtà, però, questi si sarebbero scontrati con le disastrose scelte fatte a Versailles. Il principio dell'autodeterminazione dei popoli cozzava contro l'eterogeneità etnica dei territori europei e non solo

Di Davide Leveghi - 08 gennaio 2020 - 20:22

TRENTO. Era l'8 gennaio 1918 quando il presidente democratico Woodrow Wilson, di fronte al Congresso riunito, pronunciava il celebre “discorso dei 14 punti” con cui si esponevano alla nazione – e di conseguenza al mondo intero, entrato nel quinto anno del più sanguinoso conflitto fino a quel momento mai visto – il diritto all'autodeterminazione dei popoli e il progetto di dar vita ad un consesso internazionale in grado di appianare pacificamente ogni controversia tra gli Stati.

 

Nel giro di due anni, ogni buon proposito si vedeva naufragato contro gli scogli degli egoismi nazionali, compreso pure quello della nazione di cui Wilson era alla guida. La pace di Versailles – con annessi i trattati di pace che regolavano le singole questioni territoriali – e la debolezza della neonata Società delle Nazioni, da cui si autoesclusero Germania, Russia bolscevica e gli stessi Usa - dove gli equilibri politici e la pressione popolare pesavano a favore del ritorno all'isolazionismo, tanto che il Congresso bocciò la proposta di Wilson – disattesero ogni aspettativa.

 

La soluzione della “pace cartaginese” imposta alla Germania, la grande sconfitta della Grande Guerra, avrebbe trascinato il mondo verso una guerra ancora più spaventosa. Gli esiti di Versailles furono disastrosi: il mancato adempimento per intero delle clausole del Patto di Londra avrebbe alimentato il nazionalismo italiano, fornendo un formidabile strumento propagandistico per un movimento, il fascismo, entrato nelle grazie delle classi dirigenti di fronte alla crescente mobilitazione socialista. Il laboratorio ideologico italiano avrebbe a sua volta ispirato il contagioso autoritarismo diffusosi sul continente europeo, specie in Germania, dove l'umiliazione subita a Versailles e la crisi economica determinarono l'ascesa nazista.

 

Gran parte dei conflitti in Europa e Medio Oriente tuttora in corso affondano le radici proprio negli errori di Versailles. L'autodeterminazione si dimostrò essere più un nobile principio che un criterio di conoscenza d'una realtà, quella europea, tutt'altro che caratterizzata dall'omogeneità etnica. Il periodo tra le due guerre, non a caso, sarebbe stato contraddistinto da una risposta, i massicci scambi di popolazione, mirati a creare situazioni di minore eterogeneità all'interno dei singoli confini nazionali.

 

La prima contraddizione, però, sorse già al momento dell'ingresso degli Usa nel conflitto. In nuce, questa fase contiene tutti i tarli che avrebbero impedito al nuovo ordine europeo di reggersi in piedi. “Gli Usa ruppero il loro tradizionale isolazionismo per motivazioni fondamentalmente commerciali – spiega lo storico Giorgio Delle Donne – decidendosi nel 1917 di entrare in guerra a difesa dei propri interessi economici con l'Intesa minacciati dalla Germania. Non a caso inizialmente dichiararono guerra al solo Impero tedesco”.

 

Tra i punti, pronunciati nel discorso dell'8 gennaio 1918 – continua – ce ne sono alcuni piuttosto generici. Nel primo, ad esempio, si chiede la pubblicità di ogni trattato diplomatico. Va ricordato che il Patto di Londra firmato dall'Italia con l'Intesa venne sancito senza che il Parlamento ne fosse informato, divenendo pubblico solo grazie ai bolscevichi che svelarono in un gesto rivoluzionario tutti i trattati segreti. L'ultimo punto, invece, conteneva un principio nobile ma che faceva a pugni con la realtà: quello cioè che nella futura Società delle Nazioni ogni voto espressione di una nazione, anche la più piccola, valesse come tutti gli altri. Peccato che poi gli stessi Usa boicottarono la Società, non facendovi parte e facendola quindi fallire”.

 

Quello dei 14 punti fu un bel discorso ma poco concreto. Nei punti 9 e 10, che interessano la nostra regione, si stabiliva che i confini italiani venissero fissati secondo 'linee di demarcazione chiaramente riconoscibili tra le nazionalità' e che si concedesse 'ai singoli popoli dell'Austria-Ungheria la possibilità d'accordare il loro più ampio sviluppo autonomo'. Gli Usa dimostrarono nelle trattative di pace di conoscere poco le realtà locali. Di certo non sapevano che nei fondovalle della Bassa Atesina c'erano nuclei storici di italofoni, o che la popolazione da più tempo stanziata in regione fossero i ladini. D'altra parte acconsentirono all'annessione al Regno d'Italia di territori a schiacciante maggioranza tedesca. Per tutta l'Austria-Ungheria i confini linguistici ed etnici non erano d'altronde perfettamente riconoscibili”.

 

“Già l'austro-marxismo si dimostra inoltre consapevole che quelle che sono minoranze dominate in alcuni territori, divengono maggioranze dominanti all'interno dei propri Stati nazionali. Quando hai il potere lo eserciti, dunque, e l'omogeneità non esisteva. I punti – conclude – finirono perciò per non avere alcun effetto su quello che sarebbe stato l'Alto Adige, contraddicendo l'ipotesi di rispettare i comunque non facili confini linguistici e non stabilendo alcun principio d'autonomia per le minoranze”.

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